Voci di Terra lontana Arthur Charles Clarke Voci di terra lontana (The Songs of Distant Earth) è il titolo di diversi lavori di fantascienza di Arthur C. Clarke, tra cui un racconto breve di fantascienza, e un romanzo del 1986 che portano lo stesso titolo. La storia è ambientata 1800 anni nel futuro, nel distante pianeta oceanico di Thalassa. Thalassa viene popolato da esseri umani tramite una navicella carica di embrioni, partita dalla Terra nel tentativo di salvare la razza umana. Il romanzo comincia con un’introduzione sui Thalassiani; Mirissa, un’attraente biologa marina, e il suo partner, Brant, mentre sono in barca vedono l’arrivo di una nave spaziale. È così che finisce la loro pacifica esistenza, con l’apparizione della Magellano, un’astronave proveniente dalla Terra che contiene un milione di persone ibernate. Gli eventi che portarono la Terra a salvare la razza umana sono spiegati nel libro tramite flash-back. Gli scienziati nel 1967 scoprirono che l’emissione di neutrini dal Sole, un risultato delle reazioni di fusione nucleare, erano molte meno di quelle che avrebbero dovuto essere. Meno di un decennio dopo venne confermato che non era un errore degli strumenti. Il Sole stava per trasformarsi in una nova nel giro di 3600 anni. La tecnologia era abbastanza avanzata da permettere diverse spedizioni di navicelle contenenti embrioni di esseri umani e di altri mammiferi, oltre a robot per crescerli, verso pianeti che erano considerati abitabili. La spedizione di esseri umani vivi non era stata nemmeno presa in considerazione poiché, essendo la velocità della luce un limite insuperabile e le distanze dei pianeti molto elevate, la durata del viaggio sarebbe stata comunque di secoli. Si era deciso quindi di inviare navi cariche di embrioni, dette navi inseminatrici, insieme ad un gruppo di robot che arrivato a destinazione si sarebbe occupato di preparare il territorio e allevare gli esseri umani. Arthur C. Clarke Voci di Terra lontana      A Tamara e Cherene, Valerie e Hector — per amore e lealtà. In nessun luogo in tutto lo spazio o su mille mondi vi saranno uomini che possano condividere la nostra solitudine. Vi sarà forse sapienza; vi sarà potere; chissà dove nello spazio… grandi strumenti sono forse puntati sulla nube fluttuante della nostra desolazione, e chi li ha costruiti si consuma di desiderio quanto noi. Tuttavia, noi abbiamo trovato la nostra risposta nella natura della vita e nei principi dell’evoluzione. Mai vi saranno in altri luoghi, mai, altri uomini…      LOREN EISELEY, The Immense Journey (1957) Ho scritto un libro maledetto, e mi sento innocente come l’agnello.      Melville a Hawthorne (1851) (The songs of distant Earth, 1986) Traduzione di Marco e Dida Paggi Nota dell’autore Questo romanzo si fonda su un’idea nata quasi trent’anni fa con un racconto che ha lo stesso titolo (e che ora si può trovare nella mia antologia The Other Side of the Sky). Tuttavia, la versione originaria era direttamente — e negativamente — ispirata alla space-opera che allora invadeva gli schermi cinematografici e televisivi. (Domanda: come si chiama l’opposto dell’ispirazione? Espirazione?) Intendiamoci: ho molto apprezzato le cose migliori di Star Trek e l’epicità di Lucas e di Spielberg, per citare solo gli esempi più famosi. Si tratta però più di fantasy che di fantascienza vera e propria. Possiamo dirci ormai quasi del tutto certi che nell’universo a noi noto non è possibile superare la velocità della luce. Anche il sistema stellare più vicino sarà sempre distante parecchi decenni se non secoli; non esiste un motore a iperpropulsione che ci possa portare da un episodio all’altro in tempo per la puntata della settimana successiva. Non è così che il grande Regista lassù nel cielo ha organizzato la sua programmazione. Da dieci anni a questa parte è mutato in modo significativo, e sorprendente, l’atteggiamento degli scienziati verso la questione dell’intelligenza extraterrestre. Solo negli anni Sessanta l’argomento ha assunto una sua rispettabilità (tranne che presso certi tipi sospetti, ad esempio gli scrittori di fantascienza): l’opera fondamentale a questo proposito è Intelligent Life in the Universe (1966), di Shklovskii e Sagan. Ma ora abbiamo fatto un passo indietro. Non abbiamo rintracciato alcun segno di vita nel Sistema Solare, né i grandi radiotelescopi hanno captato alcun segnale; e alcuni scienziati hanno cominciato a dire: «Forse siamo davvero soli nell’universo…». Il dottor Frank Tipler, che è forse l’esponente più noto di questa scuola di pensiero, è entrato in polemica (senza dubbio deliberatamente) con i seguaci di Sagan dando a uno dei suoi scritti questo titolo provocatorio: «Non Esistono Extraterrestri Intelligenti». Carl Sagan e altri sostengono (e io mi dichiaro d’accordo con loro) che è di gran lunga troppo presto per saltare a conclusioni così estreme. Nel frattempo, la polemica infuria; come qualcuno ha detto, entrambe le risposte incutono un reverenziale timore. La disputa potrà essere risolta solo portando delle prove; l’uso della logica, ancorché plausibile, da solo non basta. Vorrei riprendere il dibattito tra dieci o vent’anni, lasciando ai radioastronomi, simili a cercatori d’oro che setacciano la sabbia, il tempo di vagliare tra gli infiniti rumori che ci vengono dal cielo. Con questo romanzo ho cercato, tra le altre cose, di creare un’opera narrativa realistica sul tema interstellare, così come in Preludio allo spazio (1951) ricorsi a tecnologie note o prevedibili per descrivere il primo viaggio compiuto dagli uomini fuori dalla Terra. Nulla vi è in questo libro che contesti o neghi i principi della fisica che conosciamo; l’unica estrapolazione azzardata è il «motore quantico», la cui paternità è comunque del tutto rispettabile (si veda Fonti e Ringraziamenti). Dovesse invece rivelarsi il sogno di un visionario, rimangono comunque diverse possibilità alternative; e se riuscissimo a immaginarle perfino noi, primitivi del ventesimo secolo, senza dubbio la scienza del futuro scoprirà qualcosa di meglio.      ARTHUR C. CLARKE Colombo, Sri Lanka, 3 luglio 1985 I. THALASSA 1. La spiaggia di Tarna Mirissa aveva capito che Brant era arrabbiato quando la barca non era ancora uscita dalla risacca. Già la tensione del corpo mentre stava al timone — e anche il fatto stesso che non avesse ceduto la barra per quell’ultimo tratto all’abile Kumar — stavano a dimostrare che era successo qualcosa. Mirissa uscì da sotto l’ombra delle palme e s’avviò lenta lungo la spiaggia, i piedi che sprofondavano nella sabbia umida. Kumar stava già ammainando la vela. Il «fratellino» di Mirissa, alto ormai quasi quanto lei e parecchio muscoloso, la salutò agitando un braccio. Quante volte lei aveva desiderato che Brant avesse il buon carattere di Kumar, che nulla era capace di scuotere… Brant non aspettò che la barca s’incagliasse nella sabbia, ma saltò in acqua e, immerso fino al petto, venne a riva sguazzando furibondo. Le mostrò un contorto pezzo di metallo circondato da spezzoni di filo di ferro. «Guarda!» vociò. «L’hanno fatto un’altra volta!» Indicò con la mano libera verso nord. «Questa volta… Questa volta non se la cavano così! E che il sindaco dica quel che diavolo le pare!» Mirissa si scostò mentre il piccolo catamarano, simile a un pesce primordiale che uscisse per la prima volta sulla terraferma, avanzava lento sulla spiaggia scivolando sopra i rulli. Kumar spense il motore e saltò a terra accanto all’irato Brant. «Io continuo a ripetergli che dev’essere stato un incidente» disse il giovane. «Forse un’àncora perduta. In fin dei conti, perché quelli dell’Isola Settentrionale dovrebbero fare una cosa simile?» «Te lo dico io il perché» ribatté Brant. «Perché sono troppo pigri per farsi da sé la tecnologia. Perché hanno paura che noi prendiamo troppi pesci. Perché…» Vide il sorriso di Kumar e gli gettò contro l’intrico di filo di ferro. L’altro lo prese al volo. «Comunque, anche se fosse davvero un incidente, loro non devono gettare l’àncora qui. È zona chiusa, e sulle carte è scritto a chiare lettere VIETATO L’ACCESSO — AREA CHIUSA PER RICERCHE. Quindi bisognerà che protesti ufficialmente.» Brant s’era già calmato; i suoi eccessi d’ira, anche i peggiori, raramente duravano più di qualche minuto. Per tenerlo dell’umore giusto, Mirissa gli passò lieve le dita lungo la schiena e gli chiese con voce dolce: «Hai preso qualche bel pesce?». «Naturalmente no» rispose Kumar. «A lui interessano solo le statistiche: chilogrammi per chilowatt, questo genere di cose. Per fortuna avevo portato la mia canna da pesca. Questa sera si mangia tonno.» Scaricò dalla barca un pesce lungo quasi un metro: un animale affusolato e forte, i cui bei colori stavano rapidamente sbiadendo, gli occhi spenti già appannati dalla morte. «Non se ne vedono spesso di pesci così» disse con orgoglio. Stavano ammirando la sua preda quando la Storia ritornò a Thalassa, e il mondo semplice e spensierato che avevano conosciuto per tutta la loro giovane vita improvvisamente finì. Il segno dell’arrivo della Storia era scritto nel cielo, quasi che una mano gigantesca avesse tracciato una riga col gesso da un capo all’altro della volta celeste. Sotto i loro occhi la scia scintillante prese a sfrangiarsi ai bordi rompendosi in masse più piccole di vapori, finché un ponte di neve parve collegare un orizzonte all’altro. E ora un distante rombo di tuono giungeva da lontano. Era un suono che Thalassa non udiva da settecento anni, ma che anche un bambino avrebbe immediatamente riconosciuto. La sera era calda, ma Mirissa rabbrividì e cercò la mano di Brant. Lui la strinse, ma era assente; continuava a fissare quel cielo lacerato. Anche Kumar era rimasto impressionato, ma fu il primo a rompere il silenzio. «Una delle colonie ci ha trovato.» Brant scosse lentamente il capo, ma senza troppa convinzione. «Che vantaggio ne trarrebbero? Avranno le vecchie carte, e quindi sanno che Thalassa non ha quasi terre emerse. Perché venire fin qui?» «Curiosità scientifica?» suggerì Mirissa. «O per vedere cosa ci è successo. Lo dicevo che avremmo fatto meglio a ristabilire le comunicazioni…» Era quella una questione controversa che puntualmente saltava fuori ogni qualche decennio. Un giorno o l’altro, dicevano molti, Thalassa avrebbe dovuto ricostruire la grande antenna sull’Isola Orientale che era andata distrutta quando il monte Krakan era entrato in eruzione quattrocento anni prima. Ma nel frattempo c’erano tante cose più importanti, o solo più divertenti, da fare. «Costruire un’astronave è un’impresa gigantesca» disse pensieroso Brant. «Non credo sia alla portata di una colonia… a meno che non sia questione di vita o di morte. Come per la Terra…» La sua voce si spense nel silenzio. Dopo tanti secoli, era un nome che ancora costava pronunciare. Tutti e tre si girarono contemporaneamente verso est, là dove la rapida notte equatoriale stava avanzando sul mare. Già le stelle più luminose erano visibili, e appena sopra la chioma delle palme brillava inconfondibile la piccola, semplice costellazione del Triangolo. Era composta da tre stelle di magnitudine quasi uguale, ma un tempo s’era accesa, per qualche settimana, una quarta stella molto più vivida delle altre. Ancora se ne poteva vedere la carcassa consunta con un telescopio di media potenza. Ma non vi era strumento che permettesse di scorgere lo spento tizzone che vi orbitava intorno, il pianeta Terra. 2. Il piccolo neutrino Un grande storico di mille anni dopo definì il periodo 1901–2000 «il secolo in cui accadde tutto.» Disse anche che gli uomini di quel tempo si sarebbero dichiarati d’accordo con lui, ma per motivi del tutto sbagliati. Essi avrebbero enumerato, con orgoglio spesso giustificato, le conquiste scientifiche di quell’epoca, la conquista dell’aria, la fissione nucleare, la scoperta dei principi fondamentali della vita, i primi passi dell’intelligenza artificiale e, evento più spettacolare di tutti, l’esplorazione del Sistema Solare e l’atterraggio sulla Luna. Ma, faceva notare lo storico con quella profondità di visione che si può avere solo guardando le cose che sono già avvenute, nemmeno uno su mille di quegli uomini aveva il minimo sentore della scoperta che superava tutte queste conquiste scientifiche minacciando di renderle del tutto insignificanti. Sembrò in un primo momento un fenomeno tanto innocuo e lontano dagli interessi ordinari dell’umanità quanto lo era sembrato quella confusa lastra fotografica impressionata nel laboratorio di Becquerel che avrebbe portato, solo cinquant’anni più tardi, al fungo di Hiroshima. Era anzi un risultato collaterale di quella stessa linea di ricerca, e altrettanto innocente. La Natura tiene una contabilità molto rigorosa, e il suo bilancio è sempre in pareggio. Ecco quindi che fu con grande perplessità che i fisici si accorsero di certe reazioni nucleari in cui, dopo aver fatto la somma di tutte le parti risultanti, c’era qualcosa che mancava da un lato dell’equazione. Come il cassiere che frettolosamente rimette a posto gli spiccioli per non farsi trovare in difetto dai revisori contabili, gli scienziati furono costretti a inventare una nuova particella. E perché desse conto della discrepanza bisognava che fosse una particella ben strana — priva di massa e di carica elettrica, ma con un così fantastico potere di penetrazione da trapassare da parte a parte senza particolari inconvenienti uno strato di piombo spesso alcuni miliardi di chilometri. Questa particella fantasma fu soprannominata «neutrino», da «neutrone» più «bambino». Pareva non vi fosse la minima speranza di poter mai rivelare un’entità tanto elusiva; e invece nel 1956 i fisici riuscirono, con l’impiego di strumenti incredibilmente complessi, a catturarne i primi esemplari. Fu un trionfo anche per i fisici teorici, i quali vedevano dimostrate le loro improbabili equazioni. Il mondo nel complesso non lo seppe o non diede grande importanza alla cosa; ma era iniziato il conteggio alla rovescia del Giudizio Universale. 3. Consiglio di villaggio A Tarna, la rete locale delle comunicazioni non era mai operativa più che al novantacinque per cento, ma d’altra parte in nessun momento era in funzione per meno dell’ottantacinque per cento. Come gran parte delle apparecchiature presenti su Thalassa, era stata progettata da qualche genio ormai defunto da moltissimo tempo in modo che il collasso totale fosse praticamente impossibile. Anche se si fossero guastati molti componenti, la rete avrebbe continuato a funzionare abbastanza bene fin quando qualcuno si fosse irritato tanto da provvedere alle riparazioni. Era, questo, il principio che i tecnici chiamavano di «degradazione dolce», espressione che, a sentire certi critici, definiva molto bene il modo di vivere degli abitanti di Thalassa. Secondo il computer centrale, la rete funzionava come al solito attorno al novanta per cento, e Helga Waldron, che ricopriva la carica di sindaco, si sarebbe volentieri accontentata anche di meno. Quasi tutto il villaggio l’aveva chiamata nell’ultima mezz’ora, e almeno una cinquantina tra adulti e bambini si affollavano irrequieti nella sala del consiglio: un numero vicino alla capienza massima della sala stessa, e di gran lunga superiore ai posti a sedere. Il quorum per la riunione del consiglio era normalmente di dodici partecipanti, e certe volte ci volevano le misure più draconiane per raccogliere insieme questa dozzina di persone. Gli altri abitanti di Tarna, cinquecentosessanta in tutto, preferivano stare a guardare e votare, se interessati a sufficienza, stando comodamente a casa loro. Aveva chiamato — due volte — il governatore provinciale; e inoltre l’ufficio del presidente e l’agenzia giornalistica dell’Isola Settentrionale, e tutti avevano fatto la stessa inutile richiesta. Tutti avevano ricevuto la stessa laconica risposta: naturalmente se succede qualcosa vi faremo sapere… grazie per l’interessamento. Alla Waldron non piacevano le cose fuori dell’ordinario, e la sua carriera moderatamente fortunata di amministratrice s’era fondata principalmente sulla capacità che aveva di evitarle. Certe volte, naturalmente, ciò era impossibile; un suo veto non avrebbe modificato il percorso dell’uragano del ‘09, che — fino a quel giorno — era stato l’avvenimento più notevole del secolo. «Fate silenzio!» gridò. «Reena, lascia stare quelle conchiglie… ci hanno lavorato parecchio per metterle in ordine! E poi a quest’ora dovresti essere a letto! Billy, scendi dal tavolo! Immediatamente!» La sorprendente rapidità con cui venne riportato l’ordine dimostrava che, una volta tanto, gli abitanti del villaggio aspettavano con ansia di sentire ciò che il sindaco aveva da dire. La Waldron disattivò l’insistente beep beep del telefono da polso e istradò tutte le chiamate al centro messaggi. «Per la verità, non ne so molto più di voi… e probabilmente non avremo altre informazioni per parecchie ore. Ma di certo si trattava di un qualche tipo di astronave che quando ci è passata sopra era già in fase di rientro… In fase di entro, dovrei dire. Visto che non può atterrare da nessun’altra parte su Thalassa, presumibilmente prima o poi ritornerà alle Tre Isole. Ci vorrà qualche ora, se deve fare il giro di tutto il pianeta.» «È stato tentato un contatto radio?» chiese qualcuno. «Sì, ma per ora senza risultati.» Vi fu una breve pausa di silenzio, quindi il consigliere Simmons, il principale oppositore del sindaco Waldron, ebbe un breve sbuffo di disgusto. «Ciò è ridicolo. Qualsiasi cosa facciamo, ci possono trovare nel giro di dieci minuti. E, comunque, probabilmente sanno con esattezza dove siamo.» «Sono d’accordo con il consigliere» disse la Waldron cogliendo con piacere l’insolita occasione. «Se è l’astronave di una colonia avrà senz’altro a bordo le carte di Thalassa. Saranno magari vecchie di mille anni, ma vi sarà segnato il punto del Primo Atterraggio.» «Ma se… dico se… se fossero alieni?» Il sindaco sospirò; pensò che quella tesi era morta di morte naturale già da cent’anni. «Gli alieni non esistono» rispose con fermezza. «Almeno, non esistono alieni così intelligenti da inventare il viaggio interstellare. Naturalmente, non possiamo esserne sicuri al cento per cento… ma la Terra li ha cercati per mille anni usando ogni strumento concepibile.» «C’è un’altra possibilità» disse Mirissa che con Brant e Kumar stava in piedi in fondo alla sala. Tutti si girarono a guardarla. Brant era un poco seccato. Malgrado l’amore che provava per Mirissa, c’erano delle volte in cui avrebbe preferito che non fosse così bene informata e che la sua famiglia non fosse stata responsabile degli Archivi da cinque generazioni. «E sarebbe, mia cara?» Ora toccò a Mirissa irritarsi, per quanto badasse a non darlo a vedere. Non le andava di venir trattata dall’alto in basso da una persona che non era veramente intelligente, ma solo astuta, o, meglio, furba. Che la Waldron facesse gli occhi dolci a Brant non preoccupava per niente Mirissa, ma la divertiva soltanto; in un certo senso anzi capiva l’altra donna, più anziana di lei. «Potrebbe essere un’altra nave inseminatrice robot, come quella che portò su Thalassa la configurazione genetica dei nostri antenati.» «Ma sarebbe arrivata solo ora? Dopo tanto tempo?» «Perché no? Le prime navi inseminatrici raggiungevano una velocità che era solo una frazione minima di quella della luce. La Terra ha continuato a migliorarle… fin quando non fu distrutta. Siccome i modelli più recenti erano dieci volte più veloci, le navi che partirono per prime vennero raggiunte e superate nel giro di un secolo circa; molte devono essere ancora in viaggio. Non sei d’accordo, Brant?» Mirissa stava sempre attenta a coinvolgerlo in tutte le discussioni, cercando anzi di fargli credere che era stato lui ad avere l’idea originaria. Si rendeva conto del suo senso d’inferiorità e non voleva peggiorare le cose. Certe volte ci si sentiva molto soli a essere la persona più intelligente di Tarna; sebbene fosse collegata a mezzo rete con i cinque o sei individui alla sua altezza delle Tre Isole, raramente aveva modo di incontrarli di persona, e nemmeno dopo millenni di progresso scientifico la tecnologia delle comunicazioni poteva eguagliare un rapporto umano personale. «È un’idea interessante» disse Brant. «Potresti avere ragione.» Anche se la storia non era il suo forte, Brant Falconer conosceva da un punto di vista tecnico la complessa serie di eventi che avevano portato alla colonizzazione di Thalassa. «E cosa faremo» chiese «se è un’altra inseminatrice che cerca di colonizzarci un’altra volta? Diciamo «molte grazie, ma non oggi»?» Vi fu qualche risatina di nervosismo; quindi il consigliere Simmons osservò pensieroso: «Sono certo che siamo in grado di vedercela con una nave inseminatrice, in caso di bisogno. E poi, i robot della nave non sarebbero abbastanza intelligenti da annullare il programma vedendo che è già stato realizzato?». «Forse. Ma potrebbero anche decidere di voler fare un lavoro migliore. Comunque, che sia un’antica astronave terrestre o un modello più recente inviato da qualche colonia, bisogna per forza che sia una nave robot.» Non vi era bisogno di altre argomentazioni; tutti sapevano quanto fosse complicato e costoso il volo interstellare umano. Dal punto di vista tecnico era possibile, ma del tutto inutile. I robot potevano fare le stesse cose con costi infinitamente inferiori. «Nave robot o pezzo da museo… Che cosa facciamo?» Volle sapere uno del pubblico. «Non è detto che sia affar nostro» rispose il sindaco. «Tutti danno per scontato che la nave scenderà nel punto del Primo Atterraggio, ma non si capisce perché. In fin dei conti l’Isola Settentrionale offre…» Spesso la Waldron si era sbagliata, ma mai era stata smentita così in fretta. Questa volta il suono che si udì nel cielo sopra Tarna non era il tuono lontano che veniva dalla ionosfera, ma il sibilo acuto di un jet che passava basso e veloce. Tutti corsero fuori dalla sala del consiglio con una fretta pochissimo dignitosa; ma solo i più rapidi fecero in tempo a vedere le stelle nascoste dal passaggio dell’astronave — tozza di muso, le ali a delta — che puntava dritto verso il luogo che ancora consacrava l’ultimo legame con la Terra. Il sindaco perse qualche istante per riferire al centro messaggi, poi uscì anche lei in mezzo alla folla. «Brant, tu puoi arrivarci prima di tutti. Prendi l’aliante.» Il capotecnico di Tarna batté sorpreso le palpebre; era la prima volta che il sindaco gli ordinava qualcosa senza mezzi termini. Quindi abbassò gli occhi, confuso. «Una noce di cocco mi ha sfondato un’ala due giorni fa. Non ho avuto il tempo di ripararla per via di quella faccenda delle nasse. E comunque non è attrezzato per il volo notturno» farfugliò. La Waldron lo fissò a lungo con occhi duri. «Speriamo che la mia macchina funzioni» disse sarcastica. «Naturalmente» ribatté Brant, offeso. «Il serbatoio è pieno, e basta metterla in moto.» Era un evento rarissimo che l’automobile del sindaco venisse messa in moto; si poteva attraversare Tarna da un capo all’altro in venti minuti a piedi, e per il trasporto merci nell’isola ci si serviva di piccoli veicoli tuttofare. In settant’anni di servizio, l’automobile del sindaco aveva fatto meno di centomila chilometri, e se non avesse avuto incidenti avrebbe continuato a funzionare benissimo per almeno un secolo ancora. Gli abitanti di Thalassa conoscevano piuttosto bene molti vizi; tuttavia l’obsolescenza programmata era loro sconosciuta. Nessuno avrebbe mai detto che il veicolo fosse molto più vecchio dei passeggeri che portava a bordo quando l’auto partì per il viaggio più importante della sua esistenza. 4. Campana a martello Nessuno udì il primo rintocco che annunciava la morte della Terra, nemmeno gli scienziati che fecero la scoperta fatale, sottoterra, in fondo a una miniera d’oro abbandonata nel Colorado. Fu un esperimento audace, inconcepibile prima della metà del ventesimo secolo. Appena fu scoperto il neutrino, subito si capì che l’umanità disponeva di una nuova finestra che dava sull’universo. Una particella capace di attraversare un intero pianeta, così come la luce attraversa una lastra di vetro, poteva servire anche per guardare dentro il cuore dei soli. E specialmente nel cuore del Sole della Terra. Gli astronomi erano convinti di aver capito alla perfezione le reazioni che regolavano la fornace del Sole, dalla quale in ultima analisi dipendevano tutte le forme di vita terrestri. Sottoposte alle altissime temperature e alle enormi pressioni presenti nel nucleo del Sole, l’idrogeno si trasformava in elio con una serie di reazioni nucleari che liberavano grandissime quantità d’energia. Più un sottoprodotto accidentale: i neutrini. Questi neutrini di origine solare, per cui i triliardi di tonnellate di materia avevano la stessa consistenza di una nuvola di fumo, fuggivano dal loro luogo d’origine alla velocità della luce. Solo due secondi dopo raggiungevano lo spazio aperto e prendevano a diffondersi per tutto l’universo. Avrebbero incontrato pianeti e stelle innumerevoli, ma quasi tutti non si sarebbero lasciati catturare da quel fantasma evanescente che era la materia «solida» fin quando il Tempo stesso non si fosse fermato. Otto minuti dopo aver lasciato il Sole, una minuscola frazione dei neutrini di origine solare trapassava la Terra da parte a parte, e una frazione ancor più minuscola veniva intercettata dagli scienziati nel Colorado. Costoro avevano predisposto le loro apparecchiature più di un chilometro sottoterra così da proteggerle da tutte le radiazioni meno penetranti: in questo modo avrebbero potuto catturare i rari e genuini messaggeri provenienti dritti dritti dal cuore del Sole. Contando i neutrini così intrappolati essi speravano di studiare particolareggiatamente le condizioni esistenti in un luogo che, come qualsiasi filosofo avrebbe potuto facilmente dimostrare, sarebbe rimasto per sempre inaccessibile alla conoscenza e all’osservazione degli uomini. L’esperimento ebbe successo; venne rilevata la presenza di neutrini di origine solare. Ma ce n’erano troppo pochi. Avrebbero dovuto essercene il triplo o il quadruplo di quanti l’imponente apparecchiatura era riuscita a catturare. Evidentemente c’era qualcosa che non andava, e durante gli anni Settanta il Caso dei Neutrini Mancanti fece scalpore. Gli strumenti vennero controllati e ricontrollati, le teorie attentamente verificate, l’esperimento ripetuto decine di volte e sempre con lo stesso incomprensibile risultato. Alla fine del secolo ventesimo gli astrofisici avevano dovuto rassegnarsi ad accettare una conclusione inquietante, sebbene ancora non ne avessero compreso tutte le implicazioni. Non c’era nulla di sbagliato né nelle teorie né negli strumenti. C’era qualcosa che non andava nel Sole. La prima riunione segreta della storia dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) ebbe luogo nel 2008 ad Aspen, nel Colorado, non lontano dal luogo in cui si era svolto l’esperimento originario, in seguito ripetuto in decine di altre nazioni. Una settimana dopo, il Bollettino Straordinario dell’IAU numero 55/08 (che recava l’intestazione volutamente anodina «Alcune Considerazioni sulle Reazioni Solari») raggiungeva tutti i governi della Terra. Si potrebbe immaginare che, via via che la notizia lentamente si diffondeva, l’annuncio della Fine del Mondo suscitasse un certo panico. Invece, vi fu dapprima una reazione di stupefatto silenzio, e poi con un’alzata di spalle la gente tornò a occuparsi delle faccende d’ogni giorno. Pochi governi avevano mai guardato più in là delle prossime elezioni, e pochi individui più in là dei loro nipoti. E comunque, gli astronomi forse si sbagliavano.. Anche se l’umanità era condannata a morte, la data dell’esecuzione non era ancora stabilita. Il Sole non sarebbe esploso per altri mille anni almeno. E chi avrebbe versato una lacrima per gli uomini di quaranta generazioni dopo? 5. Viaggio di notte Né l’una né l’altra delle due lune era sorta quando l’automobile imboccò la strada più nota di Tarna con a bordo Brant, il sindaco Waldron, il consigliere Simmons e due anziani del villaggio. Brant guidava con la sua solita disinvolta abilità; eppure ancora si rodeva per il rimprovero che gli aveva mosso il sindaco. E il fatto che il braccio grassoccio della Waldron fosse accidentalmente posato sulle nude spalle di lui non migliorava gran che il suo stato d’animo. Ma la quieta bellezza della notte e il ritmo ipnotico delle palme che passavano regolari alla luce dei fari ben presto gli fecero tornare il consueto buonumore. Come si poteva permettere a meschine faccende personali di interferire con un momento d’importanza storica come quello? Nel giro di dieci minuti sarebbero arrivati al punto del Primo Atterraggio, il punto da cui aveva avuto inizio la loro storia. Cosa li attendeva laggiù? Solo una cosa era certa: l’astronave aveva seguito il radiofaro, ancora funzionante, della nave inseminatrice. Sapeva dove guardare; dunque doveva provenire da qualche altra colonia umana presente in quel settore di spazio. D’altra parte, pensò Brant con improvvisa preoccupazione, chiunque — o qualsiasi cosa — avrebbe potuto captare il segnale che proclamava a tutto l’universo che l’Intelligenza era un tempo passata in quei luoghi. Si ricordò che qualche anno prima era stata presentata una mozione in cui si chiedeva di interrompere la trasmissione perché non solo non serviva a nulla, ma poteva anche risultare dannosa. La mozione era stata respinta con un’esigua minoranza con motivazioni più sentimentali ed emotive che razionali. Thalassa si sarebbe forse tra poco pentita di quella decisione, ma sicuramente era ormai troppo tardi per modificarne le conseguenze. Il consigliere Simmons, che era seduto dietro, stava parlando con la Waldron. «Helga» disse, chiamando per la prima volta il sindaco per nome «credi che siano ancora in grado di comunicare con noi? Lo sai che i linguaggi robotici si evolvono molto rapidamente.» La Waldron non lo sapeva, però riuscì molto bene a nascondere la sua ignoranza. «Questo è l’ultimo dei nostri problemi; aspettiamo di doverlo affrontare. Brant, non potresti andare un po’ più piano? Vorrei arrivare viva.» Brant non andava per niente forte e poi conosceva la strada; comunque obbedì e rallentò fino a quaranta all’ora. Si chiese se il sindaco non volesse per caso rimandare il più possibile il momento del confronto; era una pesante responsabilità dover affrontare la seconda astronave venuta da un altro mondo in tutta la storia del pianeta. Tutta Thalassa le avrebbe tenuto gli occhi addosso. «Krakan!» esclamò uno degli anziani. «Qualcuno ha portato la macchina fotografica?» «Ormai è troppo tardi per tornare indietro» disse il consigliere Simmons. «E poi avremo tutto il tempo che vogliamo per fare fotografie. Non credo che siano venuti per dirci ciao e ripartire subito dopo!» C’era un accenno di isteria nella sua voce, e Brant non poteva dargli torto. Cosa li aspettava appena dietro la sommità della prossima collina? «Mi metterò in contatto non appena avrò qualcosa da riferire, signor presidente.» Era la Waldron che usava la ricetrasmittente in dotazione all’automobile. Brant non s’era nemmeno accorto della comunicazione in arrivo; era troppo assorto nei suoi pensieri. Per la prima volta in vita sua desiderò di aver studiato più attentamente la storia. Naturalmente conosceva abbastanza le cose fondamentali; le sapeva ogni bambino di Thalassa. Sapeva che, via via che i secoli erano passati, la diagnosi degli astronomi s’era fatta sempre più certa, e la data prevista sempre più precisa. Nell’anno 3600, con un’approssimazione in più o in meno di 75 anni, il Sole sarebbe diventato una nova. Non una nova particolarmente spettacolare, ma quanto bastava per… Un antico filosofo disse una volta che la mente umana trae grande conforto dal sapere che si sarà impiccati la mattina dopo. Tale fu la reazione della specie umana verso la fine del quarto millennio. Se in tutta la storia vi fu un momento in cui l’umanità affrontò la verità con rassegnazione e al tempo stesso con determinazione, ciò avvenne alla mezzanotte del 31 dicembre in cui l’anno 2999 diventò l’anno 3000. Nessuno di quelli che vide comparire quel 3 poté fare a meno di pensare che non vi sarebbe stato mai un 4. Ma rimaneva più di mezzo millennio; e le trenta generazioni che ancora sarebbero nate e morte sulla Terra come quelle che le avevano precedute potevano fare molto. Come minimo potevano preservare la conoscenza della specie umana e le massime creazioni dell’arte. Perfino all’alba dell’Età dello Spazio le prime sonde robot che avevano lasciato il Sistema Solare portavano con sé musica registrata, messaggi e immagini in previsione di incontrare altri esploratori cosmici. E sebbene in tutta la galassia non si fosse riscontrato un solo segno di vita aliena, anche i più pessimisti erano convinti che l’intelligenza doveva per forza nascere anche in qualche altra parte dei miliardi di altri universi isola che si stendevano fin dove poteva giungere il più potente dei telescopi. Per secoli e secoli si provvide a trasmettere — un terabyte dopo l’altro — tutta la conoscenza e la cultura dell’uomo verso la nebulosa di Andromeda e le altre nebulose più lontane. Nessuno, naturalmente, avrebbe mai saputo se quei segnali sarebbero mai stati captati e, se captati, se sarebbero stati decifrati. Tuttavia l’iniziativa nasceva da un desiderio comune a gran parte dell’umanità, dall’istinto di lasciare un ultimo segno di sé, un ultimo messaggio che dicesse: «Ehi, anch’io un tempo ero vivo!». Verso l’anno 3000 gli astronomi avevano ormai individuato con giganteschi telescopi orbitali tutti i sistemi planetari esistenti nel raggio di cinquecento anni luce dal Sole. Erano stati scoperti decine di pianeti simili alla Terra, e alcuni dei più vicini erano anche stati cartografati, sebbene in modo approssimativo. In certuni l’atmosfera presentava l’inequivocabile testimonianza della vita, e cioè una percentuale d’ossigeno insolitamente elevata. Vi erano ragionevoli probabilità che gli uomini avrebbero potuto sopravvivere su quei pianeti — se mai fossero stati capaci di raggiungerli. Gli uomini non potevano raggiungerli, ma l’Uomo sì. Le prime navi inseminatrici erano molto primitive, ma egualmente sfruttavano le tecnologie disponibili fino al limite estremo. Con i sistemi di propulsione disponibili verso l’anno 2500, erano in grado di raggiungere il sistema planetario più vicino in duecento anni trasportando un prezioso carico di embrioni surgelati. Ma questo era il meno impegnativo dei loro compiti. Dovevano anche trasportare le attrezzature automatiche per riportare alla vita quegli esseri umani potenziali, per farli crescere e per insegnar loro a sopravvivere in un ambiente sconosciuto e forse ostile. Sarebbe stato inutile — e, anzi, crudele — depositare bambini ignudi e ignari di tutto su mondi inospitali quanto il Sahara o l’Antartico. Bisognava dunque educarli, fornire loro utensili, mostrare loro come individuare e impiegare le risorse locali. La nave inseminatrice una volta atterrata doveva dunque diventare una Nave Madre, e proteggere la sua progenie per generazioni e generazioni. Inoltre andavano trasportati non solo gli esseri umani, ma anche un ambiente ecologico completo. Andavano inclusi anche vegetali (sebbene nessuno potesse sapere se si sarebbe trovato un suolo adatto per piantarli), animali domestici, e una sorprendente varietà di insetti e di microrganismi per tener conto della possibilità che i normali sistemi di produzione alimentare si guastassero e bisognasse tornare alle tecniche agricole di un tempo. Bisognava dunque ricominciare da zero, e ciò comportava alcuni vantaggi. Tutte le malattie e i parassiti che avevano da sempre afflitto l’umanità sarebbero rimasti sulla Terra, e sarebbero andati distrutti dal fuoco del Sole trasformato in nova. Banche dati, sistemi esperti in grado di affrontare ogni situazione concepibile, robot, meccanismi in grado di effettuare riparazioni e sostituzioni, tutto ciò andava progettato e costruito. E bisognava che fossero in grado di funzionare per un lasso di tempo eguale a quello che intercorre tra la Dichiarazione d’Indipendenza e il primo atterraggio sulla Luna. L’impresa appariva quasi impossibile, ma affascinante a tal punto che quasi tutta l’umanità si unì per cercare di realizzarla. Era un obiettivo a lungo termine — l’obiettivo a lungo termine per eccellenza — che avrebbe potuto dare un qualche significato alla vita anche dopo che la Terra fosse andata distrutta. La prima nave inseminatrice lasciò il Sistema Solare nell’anno 2553 diretta verso la stella più vicina e più simile al Sole, e cioè Alpha Centauri A. Sebbene le condizioni ambientali del pianeta di tipo terrestre denominato Pasadena fossero contrassegnate da violente perturbazioni a causa della vicinanza di Alpha Centauri B, la più vicina tra le altre destinazioni possibili avrebbe comportato un viaggio due volte più lungo. Infatti per raggiungere il decimo pianeta orbitante attorno a Sirio sarebbero stati necessari più di quattrocento anni; quando la nave inseminatrice vi fosse atterrata, la Terra sarebbe già stata distrutta da tempo. Invece, se Pasadena era suscettibile di venire colonizzato, la Terra avrebbe fatto in tempo a sapere la buona notizia. Duecento anni per il viaggio, cinquant’anni per assestarsi e costruire una piccola trasmittente, e poi ancora quattro anni soltanto prima che il messaggio raggiungesse la Terra — dove, con un po’ di fortuna, la gente avrebbe esultato per le strade verso l’anno 2800… Il messaggio arrivò nel 2786; Pasadena era stato un successo migliore del previsto. La notizia diede nuovo slancio al programma d’inseminazione. Già erano state lanciate una ventina di navi, ognuna migliore di quella che la precedeva. Gli ultimi modelli raggiungevano una velocità pari a un ventesimo della velocità della luce, e più di cinquanta possibili destinazioni erano alla loro portata. Dopo il messaggio con cui si annunciava l’avvenuto atterraggio, la trasmittente su Pasadena tacque per sempre. Tuttavia vi fu uno scoramento soltanto momentaneo. Ciò che era stato fatto una volta si poteva rifare una seconda volta, e poi ancora, con sempre maggiori probabilità di successo. Verso il 2700 la rozza tecnica degli embrioni surgelati venne abbandonata. Il messaggio genetico che la Natura ha codificato nella struttura a spirale del DNA poteva venir registrato con maggiore facilità e sicurezza, e anche in modo più compatto, nelle memorie dei computer più moderni, così che risultava possibile trasportare un milione di genotipi con una nave inseminatrice non più grande di un aereo da mille passeggeri. Si poteva raccogliere in qualche centinaia di metri cubi da inviare sulle stelle una nazione intera, con tutte le apparecchiature di replicazione necessarie per far nascere una nuova civiltà. Questo, come sapeva Brant, era quanto era avvenuto su Thalassa settecento anni prima. Già, via via che la strada si addentrava tra le colline, avevano oltrepassato alcune delle cicatrici lasciate dai primi escavatori robot alla ricerca delle materie prime con cui creare i loro antenati. Tra poco avrebbero visto gli impianti di lavorazione, da lungo tempo abbandonati, e… «E quello cos’è?» esclamò il consigliere Simmons con un roco sussurro. «Ferma!» ordinò il sindaco. «Brant, spegni il motore.» Prese il microfono appeso al cruscotto. «Parla il sindaco Waldron. Siamo alla settima pietra miliare. Davanti a noi c’è una luce, la vediamo attraverso gli alberi. Direi che si trova proprio nel punto del Primo Atterraggio. Non si sente niente. Ora ci rimettiamo in marcia.» Brant rimise in moto senza che la Waldron avesse bisogno di dir nulla. Quello era l’avvenimento più eccitante che gli fosse capitato in vita sua, secondo forse soltanto a quando aveva rischiato di venire trascinato via dall’uragano del ‘09. No, quell’esperienza era stata più che eccitante; era fortunato a esserne uscito vivo. Forse anche questa volta rischiava grosso, sebbene lui pensasse di no. Potevano dei robot mostrarsi ostili? Che altro si voleva pretendere da un mondo come Thalassa se non conoscenza e amicizia? «Sapete» disse il consigliere Simmons «io ho visto bene quell’affare prima che sparisse dietro gli alberi, e sono sicuro che era un apparecchio per il volo atmosferico. Le navi spaziali non hanno ali e non sono aerodinamiche, com’è ovvio. E poi era molto piccolo.» «Qualunque cosa sia» fece Brant «tra cinque minuti lo sapremo. Guardate quella luce laggiù. Sono scesi nel Parco Terra, nel posto più adatto. Forse conviene lasciare qui la macchina e continuare a piedi.» Il Parco Terra era un prato di forma ovale accuratamente tenuto che si stendeva accanto al punto del Primo Atterraggio, a est; in quel momento era nascosto alla vista dalla mole nera e torreggiante della Nave Madre, il monumento più antico e più rispettato del pianeta. L’enorme cilindro che la ruggine non aveva ancora potuto intaccare si stagliava contro la luce intensa proiettata probabilmente da un’unica fonte luminosa. «Fermati prima di arrivare alla nave» ordinò la Waldron. «Meglio scendere e dare un’occhiata in giro. Spegni i fari. Non voglio che quella gente ci veda prima del tempo.» «Quella gente o quelle… cose?» chiese uno degli anziani con una nota d’isterismo nella voce. Nessuno gli diede retta. La macchina si fermò nella vasta ombra proiettata dalla nave. Brant la parcheggiò con il muso rivolto verso la parte dalla quale erano venuti. «Nel caso si debba ripartire in fretta» spiegò tra il serio e il faceto. Ancora non credeva che ci fosse pericolo. Anzi, in certi momenti aveva il dubbio di stare sognando. Forse stava dormendo, e quello era un sogno più vivido del normale. Scesero in silenzio dalla macchina e girarono attorno alla nave senza esporsi alla luce. Brant sporse la testa per guardare strizzando gli occhi e proteggendoseli con la mano. Il consigliere Simmons aveva visto bene. Era effettivamente un apparecchio per il volo atmosferico — tutt’al più, aerospaziale — e molto piccolo. Forse che i Settentrionali…? No, era assurdo. Un veicolo del genere era perfettamente inutile per le brevi distanze delle Tre Isole, e poi non avrebbero certo potuto progettarlo e costruirlo all’insaputa di tutti. Aveva la forma di una punta di freccia molto allargata. Doveva essere atterrato verticalmente perché l’erba tutt’intorno era intatta. La luce proveniva da un alloggiamento di forma aerodinamica posto sopra la fusoliera, sopra il quale brillava a intermittenza una luce rossa più piccola. Nel complesso dava l’impressione rassicurante — anzi, un po’ deludente — di una macchina normalissima. Non era certamente in grado di percorrere i dodici anni luce che separavano Thalassa dalla colonia più vicina. D’un tratto la luce si spense, e per qualche tempo il gruppetto non vide più nulla. Quando si fu riabituato all’oscurità, Brant vide che nel muso dell’apparecchio si aprivano dei finestrini da cui filtrava una debole luce. Ma… sembrava quasi un apparecchio con equipaggio umano, e non il veicolo robot che tutti si aspettavano! La Waldron era giunta alla stessa stupefacente conclusione. «Non è un aereo robot… c’è dentro della gente! Non perdiamo altro tempo. Illuminami con la torcia elettrica Brant, così che mi possano vedere.» «Helga!» protestò il consigliere Simmons. «Non fare il cretino, Charlie. Andiamo, Brant.» Cosa aveva detto il primo uomo che aveva messo piede sulla Luna, quasi duemila anni prima? «Un piccolo passo…» Solo dopo una ventina di passi un portello si aprì nella fiancata del veicolo, una scaletta a doppio snodo si estese fino a terra e due figure umanoidi si fecero loro incontro. Questa fu la prima impressione di Brant. Poi si rese conto che il colore della pelle — quel po’ di pelle che si poteva vedere sotto la pellicola trasparente e flessibile che li ricopriva da capo a piedi — l’aveva ingannato. Non erano umanoidi. Erano umani. Ma sbiancati come se non avessero mai visto il sole. La Waldron levò in alto le braccia, le mani a palma avanti, nel gesto universale vecchio quanto la storia umana per dire: «Guarda! Non ho armi». «Non credo che possiate capirmi» disse. «Comunque, vi do il benvenuto su Thalassa.» I due sorrisero. Il più anziano, un bell’uomo dai capelli grigi tra i sessanta e i settant’anni, levò anche lui in alto le braccia. «Al contrario» rispose con la voce più profonda e meglio modulata che Brant avesse mai sentito. «La capiamo perfettamente. Siamo molto lieti di fare la vostra conoscenza.» Per un istante la Waldron e gli altri del gruppo rimasero senza parole per la sorpresa. Ma perché sorpresa? si chiese Brant. In fin dei conti anche loro capivano perfettamente i discorsi di uomini vissuti duemila anni prima. L’invenzione della riproduzione dei suoni aveva congelato la struttura fonematica fondamentale di tutte le lingue. Il lessico poteva cambiare, le regole sintattiche e grammaticali modificarsi, ma la pronuncia sarebbe rimasta immutata per millenni. La Waldron fu la prima a riprendersi. «Bene, questo ci risparmia senz’altro un mucchio di fastidi» disse alquanto debolmente. «Ma da dove venite? Purtroppo abbiamo perso i contatti con i nostri vicini, mettiamola così, da quando la nostra antenna per le comunicazioni interstellari è andata distrutta.» L’uomo più anziano gettò un’occhiata al suo compagno, che era molto più alto di lui, e un messaggio silenzioso corse tra i due. Quindi tornò a rivolgersi al sindaco in attesa. Vi era una inequivocabile nota di tristezza nella sua bella voce quando diede la stupefacente risposta. «Capisco che vi sembrerà incredibile» disse «ma noi non veniamo da una colonia. Veniamo dalla Terra.» II. LA MAGELLANO 6. Approdo planetario Anche prima di aprire gli occhi, Loren sapeva esattamente dove si trovava, e ciò lo sorprese molto. Dopo aver dormito per duecento anni sarebbe stato più che comprensibile avere un po’ di confusione in testa; invece gli sembrava di aver fatto solo il giorno prima l’ultima annotazione sul libro di bordo. E non pareva nemmeno di aver sognato. Ringraziò il cielo per questo. Continuando a tenere gli occhi chiusi si concentrò sugli altri organi di senso, uno alla volta. Sentiva un mormorio sommesso di voci, un suono sereno e rassicurante. C’era il sussurro familiare degli scambiatori d’aria, e infatti percepiva una debole corrente d’aria dal gradevole profumo di disinfettante sfiorargli il volto. L’unica sensazione che non percepiva era quella del peso. Alzò il braccio destro senza il minimo sforzo, e il braccio rimase sospeso nell’aria in attesa di ulteriori ordini. «Salve, signor Lorenson» disse una voce scherzosamente sfottente. «Finalmente si è degnato di unirsi a noi. Come si sente?» Loren aprì gli occhi e cercò di metterli a fuoco sulla vaga forma che fluttuava accanto al suo letto. «Salve… dottore. Mi sento bene. E ho fame.» «Buon segno. Si può rivestire. Non faccia movimenti bruschi, per qualche tempo. In seguito deciderà se si vuol tenere quella barba o se preferisce tagliarsela.» Loren spostò il braccio ancora sospeso a mezz’aria e si toccò il mento; la barba era parecchio lunga, e ciò lo sorprese. Come la maggior parte degli uomini, non aveva voluto saperne della depilazione permanente — gli psicologi avevano scritto libri interi sull’argomento. Forse era arrivato il momento di decidersi. Era strano che gli venisse da pensare a queste sciocchezze in un momento come quello. «Siamo arrivati? È tutto a posto?» «Certo. Altrimenti starebbe ancora dormendo. Tutto è andato come previsto. La nave ha cominciato a svegliarci un mese fa. Ora siamo in orbita attorno a Thalassa. Gli addetti alla manutenzione hanno controllato tutti i sistemi; adesso tocca a lei. E c’è anche una piccola sorpresa.» «Piacevole, spero.» «Lo speriamo tutti. Il capitano Bey ha convocato una riunione tra due ore. Se ancora non se la sente di muoversi può guardare da qui.» «Verrò anch’io. Voglio rivedere tutti quanti. Posso fare colazione, prima? È passato tanto tempo…» Il capitano Sirdar Bey aveva l’aria stanca ma soddisfatta quando accolse le quindici persone appena risvegliate e le presentò alla trentina di uomini che al momento formavano l’equipaggio A e B. Secondo il regolamento di bordo l’equipaggio C avrebbe dovuto essere in branda, ma molte figure se ne stavano in fondo alla sala cercando di non farsi notare. «Benvenuti tra noi» disse il capitano ai nuovi arrivati. «Fa piacere vedere in giro qualche faccia nuova. E dà ancora più soddisfazione vedere un pianeta sotto di noi e sapere che la nave ha svolto per duecento anni la prima fase della sua missione senza nessuna anomalia. Ecco Thalassa, in orario perfetto.» Tutti si volsero verso il grande schermo che occupava gran parte di una parete. Parte di esso riportava i dati relativi alle condizioni della nave, ma la sezione centrale pareva una finestra aperta sullo spazio. Vi appariva l’immagine, bella da lasciar senza fiato, di un globo bianco e blu quasi completamente illuminato. Probabilmente tutti si erano accorti con un tuffo al cuore che assomigliava moltissimo alla Terra vista da sopra il Pacifico: quasi tutto mare, con poche terre emerse molto distanziate tra loro. E c’era un arcipelago: tre isole molto vicine, in parte nascoste dalle nubi. A Loren venne da pensare alle Hawaii, che non aveva mai visto e che non esistevano più. Ma c’era una differenza fondamentale tra i due pianeti. L’altro emisfero della Terra era composto per lo più da terre emerse, mentre l’altro emisfero di Thalassa era soltanto oceano. «Ecco qui» disse il capitano con orgoglio. «Proprio come chi ha predisposto la missione aveva previsto. C’è però un particolare inatteso, e di cui dobbiamo necessariamente tener conto. «Come ricorderete, Thalassa fu inseminata da un modulo Mark 3A da cinquantamila unità partito dalla Terra nel 2751 e giunto a destinazione nel 3109. Tutto andò bene, e le prime trasmissioni continuarono a intermittenza per duecento anni, e quindi s’interruppero di colpo dopo un breve messaggio in cui si riferiva un’eruzione vulcanica di grandi proporzioni. Dopo di che non si sentì più nulla, e se ne concluse che la nostra colonia su Thalassa era stata completamente distrutta… o ricaduta nella barbarie, come sembra sia avvenuto in numerosi altri casi. «Ora riassumerò, a beneficio di coloro che sono stati appena risvegliati, quanto abbiamo scoperto. Certo appena entrati nel sistema ci siamo posti in ascolto su tutte le frequenze. Non abbiamo sentito nulla, neppure qualche interferenza prodotta da motori elettrici. «Quando ci fummo ulteriormente avvicinati ci siamo resi conto che ciò non dimostrava nulla. L’atmosfera di Thalassa è molto densa. Ci possono essere tutte le emissioni a onde corte e medie sulla superficie del pianeta senza che fuori dell’atmosfera si senta nulla. Naturalmente le microonde potrebbero agevolmente uscire dalla ionosfera, ma può essere che a loro non servano, o che noi non le abbiamo intercettate. «Comunque sia, lì sotto c’è una civiltà ben sviluppata. Abbiamo visto le luci delle loro città, o per meglio dire, cittadine. Hanno molti piccoli impianti industriali e un certo traffico marittimo. Solo imbarcazioni piccole, però. Abbiamo anche individuato un paio di aerei che non superavano i cinquecento all’ora: quanto basta per arrivare ovunque nell’arcipelago in un quarto d’ora. «È evidente che il trasporto aereo non è indispensabile trattandosi di distanze così brevi, e la rete stradale è ottima. Però non siamo ancora riusciti a captare nessuna comunicazione. E non hanno satelliti artificiali. Neppure i satelliti meteorologici, che potrebbero far loro comodo… ma forse no, visto che molto di rado le loro navi perdono di vista la terra. Anche perché non c’è altra terra cui approdare, naturalmente. «Questa è dunque la situazione. Una situazione interessante, e anche sorprendente. Una sorpresa piacevole. Almeno, così spero. Domande? Sì, signor Lorenson?» «Abbiamo provato a metterci in contatto, signore?» «Non ancora; abbiamo preferito aspettare di conoscere il livello della loro cultura. Potrebbe essere un notevole shock, per loro.» «Dunque non sanno che siamo arrivati?» «Non credo.» «Ma il nostro sistema di propulsione… quello devono averlo visto per forza!» L’affermazione era ragionevole, giacché un motore quantico a piena potenza era uno degli spettacoli più prodigiosi mai messi in scena dall’uomo. Splendeva quanto una bomba atomica, ma la luce durava molto più a lungo: qualche mese invece che qualche millisecondo. «Forse, ma ne dubito. Eravamo dall’altra parte del sole quando abbiamo decelerato. Non credo che possano averci visto.» Quindi qualcuno fece la domanda che tutti avevano in mente. «Capitano, in che misura ciò modifica la nostra missione?» Il capitano fissò pensieroso chi aveva fatto la domanda. «A questo punto è ancora impossibile dirlo. Qualche centinaio di migliaia di altri esseri umani — a tanto ammonta la popolazione, a occhio e croce — potrebbe renderci le cose molto più facili. O se non altro, molto più piacevoli. D’altra parte, se non ci trovano simpatici…» Si strinse nelle spalle in modo molto espressivo. «Vi ricordo il consiglio che un esploratore dei tempi andati dava ai suoi colleghi. Se partite dal presupposto che gli indigeni sono amichevoli, di solito sono amichevoli per davvero. E viceversa. «Così fino a prova contraria partiremo dal presupposto che sono amichevoli. In caso contrario…» Il volto del capitano si fece duro, e la voce divenne quella del comandante che ha appena portato la sua nave attraverso cinquanta anni luce di spazio vuoto. «Io non sono mai stato del parere che la forza sia la stessa cosa del diritto, però dà lo stesso un gran senso di sicurezza sapere di essere forti.» 7. I Signori degli Ultimi Giorni Non era facile convincersi di essere veramente e perfettamente sveglio e neppure che la vita potesse ricominciare daccapo. Il tenente comandante Loren Lorenson sapeva che non si sarebbe mai liberato del tutto della tragedia la cui ombra gravava su più di quaranta generazioni e che aveva raggiunto il culmine durante la sua esistenza. Per tutto quel primo giorno non dimenticò mai di aver paura. Neppure la promessa, e il mistero, di quel bel mondo d’acqua sospeso sotto la Magellano riusciva a fargli dimenticare il pensiero: «Cosa sognerò quando chiuderò gli occhi e dormirò, per la prima volta in duecento anni, un sonno normale?». Aveva visto cose che non avrebbe potuto dimenticare mai, e che avrebbero ossessionato l’umanità fino alla fine dei tempi. Attraverso i telescopi dell’astronave aveva assistito alla morte del Sistema Solare. Con i suoi occhi aveva visto i vulcani di Marte eruttare per la prima volta dopo un miliardo di anni; aveva visto Venere per breve tempo svelata quando l’atmosfera era stata scaraventata via nello spazio, prima che il pianeta stesso venisse incenerito; aveva visto i giganteschi pianeti gassosi esplodere in immense sfere di fuoco. Ma questi erano spettacoli insignificanti rispetto alla tragedia della Terra. Anche questo aveva visto attraverso gli obiettivi delle telecamere che erano resistite qualche secondo più degli uomini che avevano dato gli ultimi istanti di vita per metterle in posizione. Aveva visto… … la Grande Piramide divenire incandescente, color rosso cupo, prima di afflosciarsi in una pozza di pietra liquefatta… … il fondo dell’Atlantico, per pochi secondi, nuda roccia indurita prima che venisse sommerso un’altra volta dalla lava eruttata dai vulcani della Dorsale Medio-Atlantica… … la luna sorgere sopra le foreste in fiamme del Brasile, e poi splendere più luminosa del Sole d’una volta, al suo ultimo tramonto, pochi minuti prima che… … il continente antartico venire alla luce per breve tempo, disseppellito dai ghiacci antichi disciolti e bruciati dal calore spaventoso… … la possente arcata centrale del Ponte di Gibilterra fondersi mentre si afflosciava nell’aria in fiamme… In quell’ultimo secolo la Terra era popolata di fantasmi, i fantasmi non dei trapassati ma di coloro che non sarebbero potuti nascere mai più. Da cinquecento anni il tasso di natalità era stato tenuto basso, così che la popolazione della Terra era ridotta a pochi milioni di uomini quando giunse la fine. Intere città — addirittura intere nazioni — erano ormai spopolate quando l’umanità si riunì per l’ultimo atto della Storia. Fu quello un tempo di strani paradossi, di terribili altalene tra la disperazione più nera e l’esaltazione più febbrile. Molti cercarono l’oblio ricorrendo ai mezzi tradizionali delle droghe, del sesso e degli sport pericolosi, tra i quali andavano annoverate vere e proprie guerre in miniatura, tenute sotto controllo e combattute con armamenti minuziosamente concordati. Egualmente popolari erano tutte le forme di catarsi elettronica: video games interminabili, sceneggiati interattivi, la stimolazione diretta dei centri del piacere. Giacché non era più necessario pensare al futuro su questo pianeta, le risorse della Terra e le ricchezze accumulate in molti millenni vennero scialacquate a cuor leggero. Riguardo al possesso di beni materiali, tutti gli esseri umani erano più che miliardari, ricchi più di quanto avessero sognato mai i loro antenati, da cui avevano ereditato i frutti delle loro fatiche. Si facevano chiamare, senza mezzi termini, non senza un certo orgoglio, i Signori degli Ultimi Giorni. Eppure, mentre migliaia di esseri umani cercavano l’oblio, un numero ancora maggiore ricercava la soddisfazione che deriva dal lavorare per mete che noi personalmente non vedremo mai raggiunte, cosa che in passato aveva attirato solo pochi individui. La ricerca scientifica non s’interruppe, e anzi poté usufruire delle immense risorse che si erano rese disponibili. Se a un fisico servivano due tonnellate d’oro per condurre un certo esperimento, il problema era semmai logistico, non certo finanziario. Tre erano le linee di ricerca principali. In primo luogo veniva l’ininterrotto monitoraggio del Sole, non perché vi fosse qualche dubbio su quanto sarebbe successo, ma per predire esattamente l’anno, il giorno, l’ora in cui il Sole sarebbe esploso… Veniva quindi la ricerca dell’intelligenza extraterrestre, trascurata dopo secoli di insuccessi e ora ripresa con disperata urgenza, e che continuava a non dare risultato alcuno. Alle invocazioni dell’Uomo l’universo continuava a opporre il silenzio. In terzo luogo, naturalmente, c’era l’inseminazione delle stelle più vicine nella speranza che l’umanità non si sarebbe estinta insieme al suo Sole. All’inizio dell’ultimo secolo, le navi inseminatrici — ognuna più veloce e sofisticata della precedente — avevano già raggiunto cinquanta sistemi stellari. La maggior parte dei tentativi, com’era prevedibile, era fallito; tuttavia dieci navi avevano trasmesso un messaggio in cui si annunciava un successo almeno parziale. Si sperava molto negli ultimi modelli, sebbene queste navi avrebbero raggiunto la loro destinazione quando la Terra sarebbe stata ormai distrutta da molto tempo. L’ultima nave che venne lanciata raggiungeva un ventesimo della velocità della luce e sarebbe giunta a destinazione dopo un viaggio di novecentocinquant’anni — se tutto fosse andato bene. Loren ricordava bene il lancio dell’Excalibur dalla sua incastellatura posta nel punto di Lagrange, a metà strada tra la Terra e la Luna. Aveva solo cinque anni, ma sapeva che quella sarebbe stata l’ultima nave inseminatrice. Ma era ancora troppo giovane per capire il motivo per cui un programma vecchio di secoli era stato interrotto proprio quando aveva raggiunto la sua fase tecnologica più matura. E neppure poteva immaginare quanto la sua vita sarebbe stata cambiata dall’incredibile scoperta che aveva trasformato radicalmente la situazione, dando all’umanità una nuova speranza proprio negli ultimi decenni della sua storia sulla Terra. Malgrado gli innumerevoli studi teorici, nessuno era mai riuscito a elaborare un metodo ragionevole per inviare un’astronave con esseri umani a bordo nemmeno sulla stella più vicina. Che il viaggio richiedesse un secolo non era il fattore decisivo; il problema si poteva risolvere agevolmente con l’ibernazione. Una scimmia rhesus dormiva nel satellite ospedale Louis Pasteur da mille anni o quasi, e ancora mostrava un’attività cerebrale perfettamente normale. Non vi era motivo per supporre che anche gli esseri umani non avrebbero potuto fare lo stesso — per quanto in questo caso il periodo più lungo passato in ibernazione, nel caso di un paziente affetto da un cancro particolarmente ribelle a ogni cura, non arrivasse ai duecento anni. Il problema biologico era stato risolto; era il problema meccanico che appariva insuperabile. Un’astronave in grado di trasportare alcune migliaia di passeggeri ibernati, più tutto ciò di cui costoro avrebbero avuto bisogno per iniziare una nuova vita su un altro mondo, avrebbe dovuto essere grande quanto i transatlantici che un tempo attraversavano gli oceani della Terra. Non sarebbe stato difficile costruire una simile astronave oltre l’orbita di Marte impiegando le abbondanti risorse della fascia degli asteroidi. Ma restava impossibile progettare motori in grado di farle raggiungere le stelle in un ragionevole lasso di tempo. Anche viaggiando a un decimo della velocità della luce, tutte le destinazioni più promettenti rimanevano lontane più di cinquecento anni di viaggio. Velocità così elevate erano raggiungibili dalle sonde robot, che sfrecciavano attraverso i sistemi stellari più vicini e trasmettevano le rilevazioni durante le poche ore del loro passaggio. Ma non potevano rallentare per un rendezvous o un atterraggio; a parte eventuali incidenti, avrebbero continuato a sfrecciare attraverso la galassia per sempre. Questo era l’inconveniente fondamentale della propulsione a razzo — e nessuno aveva ancora scoperto un motore d’altro tipo adatto alla navigazione spaziale su lunghe distanze. Rallentare era difficile quanto accelerare, e portare con sé il propellente necessario alla decelerazione non raddoppiava la difficoltà della missione, ma la elevava al quadrato. Era possibile costruire una grande ibernave che raggiungesse una velocità pari a un decimo della velocità della luce. Avrebbe richiesto circa un milione di tonnellate di esotici composti chimici da impiegare come propellente sarebbe stato difficile, ma non impossibile. Ma per poter annullare quella velocità alla fine del viaggio la nave sarebbe dovuta partire non con un milione ma con un milione di milioni di tonnellate di carburante Ciò era ovviamente fuori questione, e nessuno aveva preso seriamente in considerazione la cosa da secoli. Fu allora che, per uno degli scherzi più ironici della storia, l’Umanità entrò in possesso delle chiavi dell’Universo con meno di un secolo a disposizione per farne uso. 8. Rimembranze d’amore perduto Come sono contento, pensò Moses Kaldor, di non aver ceduto a quella tentazione, alla seducente lusinga che l’arte e la tecnologia avevano offerto all’umanità già da mille anni. Se l’avessi voluto avrei potuto portare con me, nel mio esilio, il fantasma elettronico di Evelyn imprigionato in qualche gigabyte di programma. Lei sarebbe così apparsa davanti a me in una delle cornici che entrambi abbiamo amato, e avrebbe parlato con me in modo così convincente che chi non l’avesse saputo non avrebbe mai potuto indovinare che lì non c’era nessuno — anzi, nulla. Ma io invece me ne sarei accorto in cinque o dieci minuti, a meno di non illudermi con un deliberato sforzo di volontà. E questo non l’avrei potuto fare mai. Sebbene ancora non sappia bene perché trovi repellente questa cosa, ho sempre rifiutato di accettare la falsa consolazione di un dialogo con i morti. E ora non ho neppure un nastro registrato con la sua voce. È meglio così, meglio vederla aggirarsi in silenzio nel giardino della nostra ultima casa, sapendo che questa non è un’illusione costruita da quelli che fabbricano immagini ma che è successo davvero, duecento anni fa, sulla Terra. E l’unica voce sarà la mia, qui e adesso, a parlare con il ricordo che ancora esiste nel mio cervello, umano e vivo. Registrazione privata Uno. Procedura Alpha. Programma di autocancellazione. Avevi ragione, Evelyn, e io avevo torto. Anche se sono il più vecchio qui a bordo, a quanto pare posso ancora rendermi utile. Quando mi hanno risvegliato ho visto il capitano Bey accanto a me. Mi sono sentito lusingato… per quel poco che ero in grado di sentire. «Bene, capitano» ho detto. «Che sorpresa. Quasi quasi pensavo che mi avrebbe scaricato nello spazio. Come massa superflua, sa.» Lui ha riso e mi ha risposto: «Non è ancora detto che non lo faccia, Moses; il viaggio non è ancora finito. Ma adesso c’è bisogno di lei. I pianificatori della missione erano più saggi di quanto lei pensasse». «Sui registri di bordo io figuro come aperte le virgolette Ambasciatore- Consigliere chiuse le virgolette. In quale di questi due ruoli avete bisogno di me?» «In tutti e due, probabilmente. E forse in quell’altro suo ruolo per cui va così famoso, quello di…» «Se vuol dire «di capo carismatico», lo dica pure, sebbene il termine non mi piaccia affatto e non mi sia mai considerato a capo di nessun movimento. Ho solo cercato di far pensare la gente con la sua testa… mai ho voluto che mi seguissero ciecamente. La storia ha visto troppi capi.» «È vero, ma non tutti erano cattivi capi. Prenda ad esempio quello di cui porta il nome.» «Di gran lunga sopravvalutato, sebbene possa comprendere il suo apprezzamento. In fin dei conti anche lei ha il compito di condurre una tribù senza patria nella terra promessa. Immagino sia sorto qualche problema marginale.» Il capitano ha sorriso e ha detto: «Mi fa piacere vederla sveglio come al solito. A questo punto non si tratta di un vero e proprio problema, e può darsi che un problema non ci sia mai. Ma ci troviamo in una situazione che nessuno ha previsto, e lei è il nostro diplomatico ufficiale. Lei è l’unico esperto di cui pensavamo di non aver mai bisogno». Ti assicuro, Evelyn, che questo sì che è stato un bel colpo! Il capitano Bey avrà capito quello che pensavo quando mi ha visto a bocca aperta. «Ma no» ha detto subito «non ci siamo imbattuti in una razza aliena! Però risulta che la colonia umana su Thalassa non è andata distrutta come pensavamo. Sta anzi procedendo molto bene.» Questa, naturalmente, è stata un’altra sorpresa, ma gradita. Thalassa — il mare! il mare! — era un mondo che non mi ero aspettato di vedere mai. Quando mi sarei dovuto svegliare io, Thalassa avrebbe dovuto essere anni luce lontano, secoli e secoli prima. «Com’è la popolazione? Avete già preso contatto?» «Non ancora; questo è compito suo. Lei conosce meglio di chiunque altro tutti gli errori che sono stati fatti in passato. Non vogliamo ripeterli qui. Ora, se se la sente di salire sul ponte, le mostrerò i nostri cugini perduti.» Questo è successo una settimana fa, Evelyn; com’è bello non essere stretti dal tempo dopo decenni di scadenze improrogabili! Adesso sappiamo di Thalassa e dei suoi abitanti tutto quanto è possibile sapere senza averli incontrati di persona. Cosa, questa, che faremo stanotte. Bisogna dimostrare che li riteniamo nostri simili. Il luogo del Primo Atterraggio è chiaramente visibile ed è ottimamente tenuto. È una specie di parco, o forse addirittura un tempio. Mi sembra un ottimo segno: spero solo che il nostro atterraggio non venga ritenuto un sacrilegio. Forse ci prenderanno per divinità, il che semplificherebbe il nostro compito. Se poi gli abitanti di Thalassa hanno inventato gli dei, questa è una delle cose che intendo scoprire. Sto ricominciando a vivere, mia cara. Sì, sì tu sei più saggia di me, del cosiddetto filosofo! Nessuno ha il diritto di morire quando è ancora in grado di dare una mano ai suoi simili. Sono stato egoista a pensare altrimenti… a sperare di giacere per sempre al tuo fianco nel luogo che avevamo scelto insieme tanto tempo fa, ora così lontano… Ora posso anche accettare il fatto che tu sei dispersa per tutto il Sistema Solare insieme a quanto d’altro ho amato sulla Terra. Ma ora c’è del lavoro da fare; e mentre parlo al tuo ricordo, tu sei ancora viva. 9. Alla ricerca del superspazio Di tutte le martellate psicologiche che gli scienziati del ventesimo secolo dovettero sopportare, forse la più terribile — e inaspettata — fu la scoperta che nulla è tanto affollato quanto lo spazio cosiddetto «vuoto». L’antica massima aristotelica secondo cui la Natura aborre il vuoto era perfettamente vera. Anche togliendo da un determinato volume di spazio tutti gli atomi di materia per così dire solida, rimaneva un inferno ribollente di energie inconcepibili, per intensità e scala, dalla mente umana. Al confronto, anche la materia più densa — la materia di cui è fatta una stella a neutroni, la cui massa è di centinaia di milioni di tonnellate per centimetro cubico — era un fantasma impalpabile, una perturbazione a malapena percettibile della struttura incredibilmente densa, e pur sempre spumosa, del» superspazio». Che lo spazio fosse qualcosa di molto più complicato di quanto non apparisse a livello semplicisticamente intuitivo l’aveva già dimostrato lo studio classico compiuto da Lamb e Rutherford nel 1947. Studiando il più semplice degli elementi — l’atomo di idrogeno — i due studiosi avevano scoperto che succedeva qualcosa di molto strano quando l’elettrone solitario orbitava attorno al nucleo. Lungi dal percorrere un’orbita regolare, l’elettrone si muoveva come continuamente urtato da onde incessanti di lunghezza sub-submicroscopica. Malgrado il concetto apparisse quanto mai elusivo, esistevano delle fluttuazioni nel vuoto stesso. Fin dall’età classica i filosofi avevano seguito due diverse scuole di pensiero: da una parte chi riteneva che i fenomeni naturali dovessero avvenire senza sbalzi, e dall’altra chi sosteneva che questa altro non era che un’illusione; tutto accade secondo salti o balzi ben definiti, troppo piccoli perché li si possa percepire normalmente. La teoria dell’atomo rappresentò un trionfo per questa seconda scuola di pensiero; e quando la teoria dei quanti di Planck dimostrò che anche la luce e l’energia hanno una natura corpuscolare e non continua, il secolare dibattito finalmente ebbe fine. In ultima analisi, il mondo della Natura appariva corpuscolare e discontinuo. Anche se all’occhio dell’uomo una cascata è cosa ben diversa da un carico di mattoni scaricato da un camion, in realtà le due cose erano molto simili. I minuscoli «mattoni» di H2O erano troppo piccoli perché fossero visibili a occhio nudo, ma erano chiaramente discernibili con il sussidio degli strumenti dello scienziato. Dopo di che, l’analisi venne condotta ancora più in là. Ciò che rendeva così difficilmente accettabile l’idea che anche lo spazio avesse una natura corpuscolare non era tanto il fattore dimensioni — una scala, cioè, subsubmicroscopica — quanto la violenza delle energie in gioco. Nessuno era in grado di immaginarsi davvero un milionesimo di centimetro, ma il milione — mille migliaia — era una quantità a tutti familiare. Dire che ci volevano un milione di organismi microscopici, dei virus ad esempio, messi uno accanto all’altro per raggiungere la lunghezza di un centimetro, era cosa che la mente era perfettamente in grado di concepire. Ma un milionesimo di milionesimo di centimetro? Era questa grosso modo la dimensione dell’elettrone, che era proprio impossibile visualizzare. La si poteva forse comprendere razionalmente, ma non certo intuitivamente. Eppure gli eventi che riguardavano la struttura stessa dello spazio avvenivano a una scala ancora incredibilmente inferiore a tal punto che, in confronto, una formica e un elefante avevano, in pratica, le stesse dimensioni. Se ci si immaginava la struttura dello spazio come una massa schiumosa, formata da tante bollicine (un modello questo fuorviante in modo quasi irrimediabile, ma pur sempre una prima approssimazione alla verità) allora queste bollicine avevano un diametro di… … un millesimo di milionesimo di milionesimo di milionesimo di milionesimo di milionesimo… … di centimetro. E ora ci si immagini che queste bolle esplodano liberando energie paragonabili a una bomba atomica, e che poi riassorbano queste energie e di nuovo le liberino, e così via per sempre. Questo era il modello, qui esposto in modo rozzamente semplificato, che secondo alcuni fisici della seconda metà del secolo ventesimo meglio descriveva la struttura fondamentale dello spazio. Che si potessero mai sfruttare queste energie dev’essere apparsa, a quei tempi, una congettura ridicola. Così appariva, alla generazione precedente, l’idea di sfruttare le forze contenute nel nucleo dell’atomo; ciò che invece era diventato realtà nel giro di trenta o quarant’anni. Imbrigliare le «fluttuazioni quantiche» legate alle energie dello spazio stesso era un compito infinitamente più difficile — ma che avrebbe procurato vantaggi incommensurabilmente più grandi. Ciò avrebbe dato all’umanità, tra le altre cose, il dominio dell’universo. Un’astronave sarebbe stata in grado di accelerare praticamente per sempre, giacché non avrebbe avuto bisogno di carburante di alcun genere. L’unico ostacolo che in pratica avrebbe limitato la velocità sarebbe stato lo stesso contro il quale dovevano lottare i primi aeromobili, e cioè l’attrito col mezzo circostante. Nello spazio interstellare sono presenti quantità misurabili di idrogeno nonché di altri atomi, cosa che avrebbe potuto dare noie molto prima di raggiungere la velocità massima possibile nell’universo, e cioè la velocità della luce. Il motore quantico si sarebbe potuto costruire in ogni momento a partire dal 2500, e la storia delle specie — come era accaduto molte altre volte nel tortuoso processo del progresso scientifico — osservazioni sbagliate e teorie erronee avevano ritardato l’esito finale di almeno mille anni. I secoli febbrili degli Ultimi Giorni videro arte grandissima — per quanto spesso decadente — ma scarsi progressi nelle scienze. Inoltre, i molti insuccessi avevano convinto quasi tutti che sfruttare le energie dello spazio era, come il concetto di moto perpetuo, un’idea impossibile anche in teoria, figuriamoci nella pratica. A differenza del moto perpetuo, però, questa impossibilità non era ancora stata dimostrata scientificamente, e fino a quando non si fosse avuta questa dimostrazione rimaneva una speranza. Solo centocinquant’anni prima della fine, un gruppo di studio del satellite di ricerca a gravità zero Lagrange Uno annunciò di poter dimostrare l’impossibilità di sfruttare le immense energie del superspazio. Nessuno mostrò soverchio interesse per questa puntualizzazione che faceva ordine in un oscuro cantuccio della scienza. Un anno dopo, da Lagrange Uno venne un imbarazzato colpetto di tosse. Nella dimostrazione era stato compiuto un piccolo errore. Non era la prima volta che una cosa del genere succedeva nella storia, ma mai prima una svista aveva avuto conseguenze così enormi. Un meno era stato per sbaglio trasformato in un più. Da quel momento tutto il mondo cambiò radicalmente. La via verso le stelle era ormai aperta, e mancavano cinque minuti alla mezzanotte. III. L’ISOLA MERIDIONALE 10. Primo contatto Forse ci sarei dovuto arrivare più gradualmente, si disse Moses Kaldor. Sembrano tutti in stato di shock. Ma anche questo è molto istruttivo; sebbene questa gente sia tecnologicamente arretrata (basta guardare quell’automobile!) si dovranno rendere conto che solo un miracolo tecnologico ci ha potuto portare dalla Terra a Thalassa. Prima si chiederanno come abbiamo fatto. E poi cominceranno a chiedersi perché. Ed effettivamente fu quella la prima cosa cui pensò la Waldron. Quei due uomini a bordo della navetta erano evidentemente solo l’avanguardia. Su in orbita c’era, forse, gente a migliaia, a milioni, magari. E la popolazione di Thalassa aveva già raggiunto, grazie a un rigoroso controllo delle nascite, il novanta per cento dell’optimum ecologico… «Io sono Moses Kaldor» disse il visitatore più anziano. «Vi presento il tenente comandante Loren Lorenson, capo tecnico assistente della nave spaziale Magellano. Ci scusiamo per questi nostri scafandri a bolla… servono a garantire una protezione reciproca. Noi vi siamo amici, ma i nostri batteri la possono pensare diversamente…» Che bella voce, si disse la Waldron, e aveva proprio ragione. Un tempo quella era la voce più famosa del mondo, la voce che negli ultimi decenni prima della Fine aveva confortato — e qualche volta provocato — milioni di esseri umani. Ma l’occhio notoriamente avido della Waldron non indugiò a lungo su Moses Kaldor; si vedeva che aveva superato di parecchio i sessanta, e per lei era troppo vecchio. L’altro era più giovane e le andava più a genio, anche se lei dubitava di riuscire mai ad abituarsi a quel loro spettrale pallore. Loren Lorenson (che bel nome!) era alto quasi due metri, e aveva capelli così biondi da parere d’argento. Non era muscoloso come — be’, come Brant — ma sicuramente era più bello. Il sindaco Waldron era buon giudice sia degli uomini sia delle donne, e classificò subito Lorenson. Un uomo intelligente, deciso, forse anche spietato. Non le sarebbe piaciuto averlo di fronte come nemico, ma avrebbe molto apprezzato di averlo a fianco come amico. O, meglio ancora… Al tempo stesso non aveva il minimo dubbio che Kaldor fosse molto più buono. Nel suo volto, nella sua voce, si sentiva saggezza, compassione, e anche una profonda tristezza Né c’era da meravigliarsene, se si pensava all’ombra sotto la quale aveva trascorso tutta la sua vita. Anche gli altri Thalassani s’erano avvicinati, e vennero presentati uno alla volta ai due visitatori. Brant dopo il minimo indispensabile di convenevoli si occupò esclusivamente dell’aeromobile, esaminandolo da prua a poppa. Loren gli si avvicinò; riconosceva d’istinto i tecnici come lui e contava di apprendere parecchie cose dalle reazioni dell’altro. Prevedeva quale sarebbe stata la prima domanda di Brant, ma fu colto alla sprovvista lo stesso. «Che sistema di propulsione usate? Questi ugelli sono ridicolmente piccoli per un veicolo a reazione… se sono ugelli, poi.» Era un’osservazione molto acuta; quella gente non era poi tecnologicamente così sprovveduta come pareva a prima vista. Ma non conveniva mostrare la sua sorpresa. Meglio contrattaccare dritto e deciso. «Usiamo un motore quantico a bassa potenza adattato al volo atmosferico: usa l’aria come fluido di lavoro. L’energia la prende dalle fluttuazioni di Planck… sa, dieci alla meno trentatré centimetri. L’autonomia naturalmente è infinita, nell’aria o nello spazio.» Loren era molto soddisfatto di quel «naturalmente». Ma ancora una volta dovette riconoscere la sconfitta; Brant non batté ciglio e riuscì anche a dire: «Molto interessante» col tono di uno che è interessato per davvero. «Posso entrare?» Loren ebbe un attimo di esitazione. Rifiutare sarebbe stata scortesia, e in fin dei conti erano ansiosi di farsi amica quella gente. Inoltre, cosa forse più importante, conveniva dimostrare subito chi aveva la superiorità tecnologica. «Ma certo» disse. «Solo stia attento a non toccare nulla.» Brant era troppo preso e non si accorse che l’altro non aveva detto «per favore». Loren entrò per primo nella minuscola camera stagna dell’aeromobile. C’era spazio appena sufficiente per due persone, e ci vollero vere e proprie acrobazie per fare entrare Brant nello scafandro a bolla. «Spero che tra un po’ potremo farne a meno» disse Loren «ma bisogna portarli fino a che non avranno terminato i controlli microbiologici. Tenga gli occhi chiusi durante la procedura di sterilizzazione.» Brant si rese conto di una debole luminescenza violetta, e poi di un breve sibilo, come di gas. Quindi il portello interno si aprì, e tutti e due entrarono nell’abitacolo. Sedettero l’uno di fianco all’altro, i movimenti per nulla impediti dalla pellicola robusta ma quasi invisibile che li proteggeva. Eppure li separava l’uno dall’altro con tanta efficacia che avrebbero potuto appartenere a due mondi diversi — come per molti versi era in realtà. Brant imparava in fretta, dovette riconoscere Loren. Sarebbe stato capace di pilotare il veicolo nel giro di qualche ora, anche se non sarebbe riuscito mai a capire l’aspetto teorico. Ma in quanto a questo, era cosa ben nota che solo un pugno di uomini aveva capito davvero la geodinamica del superspazio; e questi erano morti da alcuni secoli. In breve tempo s’immersero talmente nei loro discorsi tecnici da dimenticarsi del mondo esterno. D’un tratto una voce un po’ preoccupata chiamò dal quadro comandi. «Loren? Qui la nave. Che succede? Non vi sentiamo da mezz’ora.» Senza fretta Loren prese il microfono. «Visto che ci state tenendo d’occhio su sei canali video e cinque audio, state un po’ esagerando.» Sperava che Brant avesse capito l’antifona: teniamo la situazione in pugno, e siamo pronti a tutto. «Ora vi collego con Moses… è lui che parla, come al solito.» Attraverso il finestrino ricurvo si vedevano Kaldor e la Waldron immersi in un’animata discussione, con il consigliere Simmons che interveniva di quando in quando. Loren fece scattare un interruttore e le voci amplificate risuonarono d’un tratto nella cabina, più forti che se le persone fossero state lì con loro. «… La nostra ospitalità. Ma lei si rende conto, naturalmente, che questo mondo è piccolissimo, almeno quanto a terre emerse. Quante persone avete detto che vi sono a bordo della vostra nave?» «Non ho menzionato una cifra precisa, signora. Comunque, solo pochissimi di noi metteranno piede su Thalassa, malgrado sia un mondo bellissimo. Io comprendo pienamente la sua, ah, preoccupazione, ma non è il caso di nutrire alcun timore. Nel giro di un paio d’anni, se tutto va come dovrebbe, riprenderemo il nostro viaggio. «E poi non siamo venuti qui solo per il piacere di farvi visita. Anzi, non ci aspettavamo di trovare gente qui. Un’astronave che va alla metà della velocità della luce non si ferma se non per ottimi motivi. Voi avete una cosa di cui noi abbiamo bisogno, e noi possiamo darvi qualche altra cosa in cambio.» «Che cosa, se è lecito?» «Noi possiamo darvi, se li volete, l’arte e la scienza degli ultimi secoli dell’umanità. Ma vi avverto: considerate attentamente ciò che un simile dono può fare alla vostra cultura. Potrebbe non essere saggio accettare tutto ciò che abbiamo da offrirvi.» «Apprezzo la sua franchezza… e la sua saggezza. Questi sono tesori che non hanno prezzo. Cosa potremmo mai avere noi da offrirvi in cambio?» Kaldor rise forte. «Per fortuna, questo non è un problema. Non ve ne accorgerete nemmeno se lo prendessimo senza dirvi nulla. «Tutto ciò che vogliamo da Thalassa sono centomila tonnellate d’acqua. O, per essere più precisi, di ghiaccio.» 11. Delegazione Il presidente di Thalassa aveva assunto l’incarico da due mesi soltanto e ancora non era riuscito a riconciliarsi con il suo destino. Ma non poteva farci nulla, solo far buon viso a cattiva sorte per i tre anni di durata della carica. Di sicuro era inutile chiedere un controllo; il programma di selezione comportava la generazione e la ricombinazione di numeri casuali di mille cifre: quanto di più vicino al puro caso l’ingegnosità umana potesse inventare. C’erano soltanto cinque modi per evitare di venire incastrati nel palazzo presidenziale (venti stanze, una delle quali grande abbastanza da accogliere cento ospiti). Avere meno di trent’anni o più di settanta; essere affetti da un male incurabile; non essere nel pieno possesso delle facoltà mentali; aver commesso un crimine grave. L’unica possibilità che realisticamente si offriva al presidente Edgar Farradine era quest’ultima, ed egli l’aveva presa in seria considerazione. Eppure era costretto ad ammettere che, nonostante il grave incomodo personale che gli arrecava la carica, il sistema era forse la miglior forma di governo che l’umanità avesse mai escogitato. Al pianeta madre erano stati necessari diecimila anni circa per perfezionarlo attraverso un processo per prove ed errori — spesso spaventosi. Quando l’intera popolazione adulta poté impadronirsi di tutta la cultura che era alla portata delle sue capacità intellettuali (e talvolta anche di quella che, ahimè, le trascendeva), fu finalmente possibile la vera democrazia. L’ultimo passo da compiere era quello di sviluppare comunicazioni personali istantanee collegate a computer centrali. Secondo quanto ricostruito dagli storici, la prima vera democrazia fu stabilita sulla Terra nell’anno (terrestre) 2011 in un luogo chiamato Nuova Zelanda. Dopo di che, innalzare l’uno o l’altro a capo dello stato divenne cosa di importanza solo relativa. Una volta che fu da tutti accettato, il principio secondo cui chiunque mirasse deliberatamente alla carica ne era in modo automatico ritenuto indegno, praticamente ogni sistema poteva servire allo scopo. E l’estrazione a sorte era il sistema più semplice. «Signor presidente» disse la segretaria di Gabinetto «i visitatori attendono in biblioteca.» «Grazie, Lisa. E senza quei loro scafandri a bolla?» «Sì… i medici hanno deciso che non c’è nessun pericolo. Ma bisogna che l’avverta, signore. Costoro hanno uno strano, ah, uno strano odore.» «Krakan! Come sarebbe a dire?» La segretaria sorrise. «Oh, non è sgradevole… almeno, io non lo trovo sgradevole. Credo che c’entri con quello che mangiano; dopo mille anni, forse i nostri metabolismi sono diventati un po’ diversi. «Aromatico» è forse l’aggettivo più adatto per definirlo, signore.» Il presidente non era sicuro di aver capito bene ed era sul punto di chiedere ulteriori particolari quando gli venne in mente una cosa. «E che tipo d’odore avremo noi per loro, secondo lei?» domandò. Con suo grande sollievo i cinque ospiti non mostrarono di essere particolarmente disturbati quando gli furono presentati uno alla volta. Ma la segretaria, Elisabeth Ishihara, aveva fatto bene ad avvertirlo; ora capiva cosa significava, in quel contesto, l’aggettivo «aromatico». E la segretaria aveva visto giusto anche nel definire il loro odore non sgradevole; infatti ricordava al presidente le spezie che sua moglie usava quando veniva il suo turno di cucinare per tutto il palazzo. Prendendo posto a metà del grande tavolo a ferro di cavallo, il presidente di Thalassa si trovò a fare ironiche considerazioni sul Caso e sul Destino — argomenti entrambi che in passato non l’avevano mai soverchiamente preoccupato. Ma era stato il Caso, il Caso puro e semplice, a innalzarlo alla carica che rivestiva. E ora il caso, o il Destino suo fratello, aveva colpito ancora. Davvero strano che proprio lui, un fabbricante di articoli sportivi senza nessuna ambizione, fosse stato prescelto a presiedere quella storica riunione! Eppure, qualcuno doveva ben farlo; e anzi doveva ammettere che cominciava a divertirsi. Tanto per cominciare, nessuno poteva impedirgli di tenere il suo discorso di benvenuto… … Fu proprio un bellissimo discorso, sebbene forse un po’ più lungo del necessario anche per un’occasione di quell’importanza. Verso la fine s’accorse che gli occhi degli ospiti, anche se questi si sforzassero di mostrarsi attenti, si facevano lievemente vitrei, così che saltò alcune delle statistiche economiche e anche tutta la parte sulla nuova griglia di potenza costruita sull’Isola Meridionale. Quando infine sedette era convinto di aver dato il quadro di una società vigorosa e in progresso, con un elevato livello di competenza tecnica. Malgrado Thalassa potesse forse dare, all’osservatore distratto, l’impressione del contrario, non era certo un pianeta arretrato o decadente, ma anzi teneva alte le illustri tradizioni dei suoi grandi antenati. Eccetera eccetera. «La ringrazio molto, signor presidente» disse il capitano Bey nella pausa di rispettoso silenzio che seguì. «È stata per noi davvero una grata sorpresa scoprire in Thalassa un mondo non solo abitato ma fiorente. Ciò renderà la nostra permanenza qui oltremodo piacevole, e farà sì che alla nostra partenza porteremo con noi un ottimo ricordo della vostra ospitalità.» «Chiedo scusa per la franchezza… mi rendo conto che potrebbe suonare sgarbata una domanda simile, visto che siete appena arrivati. Ma… quanto tempo prevedete di fermarvi tra noi? Lo chiedo solo per poter provvedere nel modo più adeguato alle vostre esigenze.» «Comprendo, signor presidente. Non possiamo ancora darle una risposta precisa, perché la durata del nostro soggiorno dipende da quanta assistenza sarete in grado di darci. Ma comunque credo non meno di un anno di Thalassa… più probabilmente due.» Edgar Farradine, come quasi tutti gli abitanti di Thalassa, non era molto bravo a nascondere le emozioni, e fu con allarme che il capitano Bey vide il volto del capo dello stato illuminarsi di gioia, gioia con un lampo di astuzia. «Spero, Eccellenza, che ciò non costituisca per voi un problema» disse con voce ansiosa. «Ma al contrario» fece il presidente praticamente strofinandosi le mani. «Forse non l’avete saputo, ma la nostra duecentesima Olimpiade si terrà proprio tra due anni…» Ebbe un colpettino di tosse. «Io» proseguì con modestia «ho vinto da giovane la medaglia di bronzo nei mille metri, così che è toccato a me occuparmi dei preparativi. Saremo lieti di ospitare degli atleti per così dire stranieri.» «Signor presidente» intervenne la segretaria di Gabinetto «non credo che i regolamenti…» «Regolamenti che tocca a me stabilire» continuò con fermezza il presidente. «Capitano, la prego di considerarlo un invito ufficiale. O una sfida, se così preferite.» Il comandante della nave spaziale Magellano era un uomo abituato a prendere rapide decisioni, ma questa volta fu preso alla sprovvista. Prima che gli venisse in mente qualcosa da dire, il suo ufficiale medico si fece avanti. «Siamo estremamente lusingati, signor presidente» disse l’ufficiale medico, comandante Mary Newton. «Ma da un punto di vista del tutto professionale le vorrei far notare che abbiamo tutti superato la trentina, siamo completamente fuori allenamento… e che la gravità di Thalassa è del sei per cento superiore a quella della Terra, il che sarebbe per noi un grave handicap. Quindi, a meno che le vostre Olimpiadi non prevedano anche gli scacchi o le carte…» Il presidente apparve molto deluso, ma subito si rincuorò. «Oh, quand’è così… Almeno, capitano Bey, mi permetterà di presentarle qualcuno dei vincitori.» «Ne sarò felicissimo» rispose il comandante un po’ perplesso. L’incontro stava avviandosi in direzione inaspettate, ed egli cercò di riportarlo sui binari. «Posso spiegarle il motivo della nostra venuta, signor presidente?» «Certamente» fu la risposta un po’ distratta. Sua Eccellenza pareva pensare ad altro, forse ai trionfi della sua gioventù. Poi con visibile sforzo tornò a occuparsi del presente. «La vostra visita ci ha lusingati, e anche lasciato un po’ perplessi. Mi pare che il nostro mondo abbia ben poco da offrirvi. Mi hanno detto che si è parlato di ghiaccio. Un equivoco, senza dubbio.» «No, signor presidente. Si tratta di cosa serissima. Questo è tutto ciò di cui abbiamo bisogno da Thalassa, anche se avendo ora assaggiato alcuni vostri prodotti alimentari penso soprattutto al formaggio e al vino che abbiamo gustato a pranzo — potremmo forse aver bisogno di molte cose ancora. Ma il ghiaccio è essenziale, come ora, se mi permette, le dimostrerò. Prima immagine, prego.» La nave spaziale Magellano apparve, lunga due metri, sospesa nell’aria davanti al presidente. L’immagine era così realisticamente perfetta che l’istinto di allungare una mano e di toccarla era fortissimo, e Farradine l’avrebbe anche fatto se non vi fossero stati spettatori a osservare un comportamento così ingenuo. «Come vede, la nave è di forma grosso modo cilindrica, quattro chilometri di lunghezza per uno di diametro. Il nostro sistema di propulsione sfrutta le energie racchiuse nello spazio stesso, e quindi la velocità raggiungibile è in teoria quella della luce. Ma in pratica sorgono difficoltà già procedendo al venticinque per cento di questa velocità limite, e ciò a causa del gas e della polvere interstellare. Per quanto si tratti di densità ridottissime, un oggetto che si muova alla velocità di sessantamila chilometri al secondo o più incontra una sorprendente quantità di materiale. E a queste velocità anche un solo atomo d’idrogeno può provocare danni considerevoli. «Ecco quindi che la Magellano, proprio come le primissime astronavi, ha bisogno di avere davanti a sé uno scudo protettivo, che è inevitabilmente soggetto a consumarsi. In pratica andrebbe bene qualsiasi materiale, ma nelle temperature vicine allo zero assoluto dello spazio interstellare è difficile trovare qualcosa di meglio del ghiaccio. Un materiale economico, facilmente lavorabile, e sorprendentemente resistente! Il nostro piccolo iceberg aveva questa forma di cono molto allargato quando siamo partiti dal Sistema Solare. Guardi com’è adesso.» L’immagine vacillò e riapparve. La nave era sempre eguale, ma il cono che le stava davanti si era ridotto a un disco sottile. «Ecco cosa accade quando ci si apre la strada per cinquant’anni luce in questo settore della galassia, che è notevolmente ricco di polveri. Sono lieto di riferire che il tasso di ablazione del ghiaccio è quello previsto, con un’approssimazione per eccesso del cinque per cento. Quindi non abbiamo mai corso pericoli, anche se naturalmente esiste sempre la remota possibilità di urtare contro qualcosa di grosso. In questo caso non c’è scudo che tenga, fosse fatto del migliore acciaio temprato invece che di ghiaccio. «Il nostro scudo può reggere ancora per altri dieci anni luce, ma questo non ci basta. La nostra destinazione è il pianeta Sagan Due, a settantacinque anni luce da qui. «Quindi ora capirà, signor presidente, perché abbiamo fatto sosta su Thalassa. Vorremmo prendere in prestito — be’, chiedere per favore, visto che non possiamo certo restituirvele — centomila tonnellate d’acqua. Dobbiamo costruire un altro iceberg, lassù in orbita, perché ci apra la strada quando riprenderemo il nostro cammino tra le stelle.» «Ma come possiamo esservi d’aiuto in questo? Tecnologicamente siete più progrediti di noi di secoli e secoli.» «Non credo che sia così… tranne che per il motore quantico. Forse il vicecomandante Malina può illustrarle il nostro progetto — se lei è d’accordo, naturalmente.» «Prego, prego. Parli pure, vicecomandante Malina.» «In primo luogo bisogna individuare la località adatta per costruire gli impianti di congelamento. Vi sono molti luoghi adatti… un qualsiasi tratto di spiaggia deserta andrà benissimo. Le assicuro che il progetto non arrecherà il minimo danno all’ecologia, ma, se preferisce, potremmo situare gli impianti sull’Isola Orientale — sperando che il Krakan non entri in eruzione prima che abbiamo finito! «Il progetto degli impianti è praticamente già pronto: abbisogna solo di qualche modifica per tener conto del luogo che verrà scelto. La maggior parte dei componenti può entrare in produzione già da ora. Si tratta di macchine molto semplici: pompe, sistemi di refrigerazione, scambiatori di calore, gru… Solida tecnologia di una volta, come c’era nel Secondo Millennio! «Se tutto procederà senza intralci, cominceremo a produrre il ghiaccio dopo novanta giorni. Abbiamo intenzione di produrre blocchi di dimensioni unificate, ciascuno dal peso di seicento tonnellate, blocchi piatti, di forma esagonale. Qualcuno li ha soprannominati fiocchi di neve, e il nomignolo a quanto sembra è piaciuto. «Iniziata la produzione, metteremo in orbita un fiocco di neve al giorno. Lassù verranno assemblati e collegati insieme in modo da formare lo scudo. Ci vorranno duecentocinquanta giorni. Dopo di che potremo partire.» Finito che ebbe di parlare il vicecomandante Malina, il presidente Farradine rimase in silenzio per qualche istante, gli occhi persi nel vuoto. Quindi disse in tono quasi reverente: «Ghiaccio… Io non ho mai visto il ghiaccio se non dentro un bicchiere…». Stringendo la mano ai visitatori che si congedavano, il presidente Farradine s’accorse di qualcosa di strano. L’odore aromatico che proveniva dai loro corpi era adesso a malapena percettibile. Si era già abituato o stava perdendo il senso dell’odorato? Entrambe le ipotesi erano logiche, ma verso mezzanotte era propenso ad accettare per buona solo la seconda. Si svegliò con gli occhi che lacrimavano e il naso chiuso. «Cosa c’è, caro?» chiese ansiosamente la first lady. «Chiama il… etciù… chiama il dottore!» disse il capo dello stato. «Il nostro e anche quello dell’astronave. Non credo che nemmeno loro possano farci niente, ma bisogna che usi loro… etciù… questo riguardo. E speriamo che non l’abbia preso anche tu!» La first lady cominciò a rassicurarlo ma s’interruppe per via di un vigoroso starnuto. Entrambi si misero a sedere sul letto e si guardarono con aria infelice. «Credo che passi nel giro di una settimana» disse il presidente tirando su col naso «ma forse nel frattempo la scienza medica ha fatto dei progressi.» Infatti la scienza medica aveva fatto progressi, ma non molti. Con grandissimo sforzo l’epidemia venne debellata, senza che nessuno vi rimettesse la vita, nel giro di sei giorni. Non era un inizio di buon augurio, trattandosi del primo contatto interstellare di lontani cugini dopo mille anni. 12. Eredità Siamo qui da due settimane, Evelyn, sebbene non sembri perché sono passati soltanto undici giorni di Thalassa. Presto o tardi dovremo abbandonare l’antico calendario, ma il mio cuore batterà sempre ai ritmi antichi della Terra. Abbiamo avuto molto da fare, ma nel complesso non ci è dispiaciuto. L’unico vero problema è stato di ordine sanitario; malgrado tutte le precauzioni prese, siamo usciti dalla quarantena troppo presto, e abbiamo contagiato il venti per cento circa dei Thalassani con qualche virus. Quel che è peggio è che noi non ne abbiamo sofferto per niente. Per fortuna non è morto nessuno, sebbene il merito di ciò non si possa attribuire, temo, ai dottori di qui. La scienza medica qui è molto arretrata; si sono talmente abituati a far conto su sistemi automatizzati che quando capita qualcosa di fuori dell’ordinario non sanno più cosa fare. Però ci hanno perdonato: i Thalassani sono un popolo di ottimo carattere. Hanno avuto moltissima fortuna — forse anche troppa! — con il loro pianeta; e il confronto con Sagan Due è ancora più stridente. L’unica difficoltà invalicabile è la mancanza di terre emerse, e sono stati abbastanza saggi da tenere la popolazione bene al di sotto del massimo consigliabile. E se mai fossero tentati di superarlo, hanno di fronte il monito terribile degli slum della Terra. Sono un popolo così bello, così affascinante, che è difficile opporsi alla tentazione di aiutarli invece che di lasciarli liberi di far crescere la loro cultura nelle direzioni che meglio credono. In un certo senso sono figli nostri — e tutti i genitori stentano a rendersi conto che prima o poi devono smettere di interferire nella vita dei figli. In una certa misura, naturalmente, non possiamo fare a meno di interferire: basta la nostra stessa presenza qui. Siamo arrivati, ospiti inattesi — sebbene, per fortuna, non indesiderati — del loro pianeta. E loro non dimenticano che la Magellano, in orbita appena sopra l’atmosfera, è l’ultimo emissario del mondo dei loro antenati. Ho visitato il Primo Atterraggio, il loro luogo natale: una visita che ogni Thalassano compie almeno una volta nella vita. È una via di mezzo tra il tempio e il museo, l’unico luogo del pianeta in cui il concetto di sacro abbia un qualche senso. Nulla in settecento anni è cambiato. La nave inseminatrice, che ora è soltanto un guscio vuoto, sembra appena atterrata. Intorno a essa vi sono le macchine ferme: gli escavatori e i costruttori e gli impianti chimici con gli operatori robot. E, naturalmente, le nursery e le scuole della Generazione Uno. Non esistono quasi testimonianze di quei primi decenni forse deliberatamente. Malgrado la bravura dei pianificatori e le precauzioni prese ci saranno senz’altro stati degli incidenti biologici, che il programma di allevamento deve aver eliminato senza pietà. E il periodo di trapasso tra la prima generazione, che non aveva avuto genitori umani, e la seconda, che invece li aveva, deve essere stato qualcosa di terribile da un punto di vista psicologico. Ma le tragedie dei Decenni della Genesi appartengono ormai al lontano passato. Come avviene per le tombe di tutti i pionieri, esse sono state dimenticate da chi ha costruito una nuova società. Io sarei felice di passare qui quanto mi rimane da vivere; su Thalassa c’è materia di studio per un esercito di antropologi e psicologi e sociologi. Soprattutto, vorrei tanto incontrare qualcuno dei miei colleghi morti tanto tempo fa per dir loro che molte delle loro interminabili polemiche si possono dire risolte. È davvero possibile edificare una cultura razionale umana che sia completamente libera dalla paura del sovrannaturale. Sebbene io non approvi per principio nessun tipo di censura, si direbbe che chi ha preparato gli archivi per la colonia thalassana sia riuscito a portare a termine un compito quasi impossibile. Costoro hanno purgato la storia e la letteratura di diecimila anni, e il risultato giustifica il loro operato. Dobbiamo stare molto attenti a colmare certi vuoti, a dar loro certe opere d’arte, per quanto belle e commoventi siano. I Thalassani non sono mai stati avvelenati dai guasti delle religioni morte, e in settecento anni non è sorto tra loro un solo profeta che predicasse una nuova religione. Perfino la parola «Dio» è pressoché scomparsa dalla loro lingua, e ogni volta che capita loro di sentirla dalle nostre labbra si mostrano sorpresi, se non divertiti. I miei amici scienziati amano dire che su un solo caso si costruiscono pessime statistiche, così che non so per certo se la mancanza totale di una qualsiasi religione in questa società sia davvero significativa. Sappiamo anche che i Thalassani sono stati sottoposti a un’attentissima selezione genetica, così da escludere il maggior numero possibile di caratteristiche socialmente indesiderabili. Sì, sì… lo so che soltanto il quindici per cento del comportamento umano è geneticamente determinato, ma questo quindici per cento è estremamente importante! Di sicuro i Thalassani sembrano privi di certe caratteristiche quali l’invidia, l’intolleranza, la gelosia, l’ira. Ciò è il risultato solo di un condizionamento culturale? Come vorrei sapere che ne è stato delle navi inseminatrici lanciate dai gruppi religiosi del ventiseiesimo secolo! L’Arca del Patto dei Mormoni, la Spada del Profeta… ce ne sono state una mezza dozzina. Chissà se qualcuna ha portato a termine la sua missione. E chissà, in tal caso, che ruolo ha avuto la religione nel loro successo o fallimento. Forse un giorno, quando si saranno ristabilite le comunicazioni, sapremo cosa ne è stato di quei pionieri. L’ateismo totale dei Thalassani ha avuto un’altra conseguenza: lo scarsissimo numero di imprecazioni. Quando un Thalassano si lascia cadere qualcosa di pesante sul piede, non sa cosa dire. Anche i consueti riferimenti a certe funzioni corporee non servono a molto, perché esse appaiono del tutto naturali e scontate. Praticamente l’unica imprecazione di impiego generalizzato è «Krakan!», e di essa si fa un uso fin eccessivo. Essa dimostra quanto sia rimasta impressa l’eruzione del monte Krakan di quattrocento anni fa; spero di potervi fare un’escursione prima della nostra partenza. Ancora mancano molti mesi, eppure già ne ho paura. Non per i possibili pericoli — dovesse capitare qualcosa alla nave, io non me ne accorgerei neppure. Ma perché la partenza significherà rompere un altro degli anelli che ci legano alla Terra, e che mi legano a te, mia carissima. 13. Task Force «Al presidente questo non piacerà» disse il sindaco Waldron con una certa soddisfazione. «Lui aveva deciso per l’Isola Settentrionale.» «Lo so» fece il vicecomandante Malina. «E ci spiace molto doverlo contrariare, perché ci è stato di grande aiuto. Ma l’Isola Settentrionale è tutta roccia, e tutti i tratti di costa adatti sono molto popolati. C’è però una baia deserta con una comoda spiaggia sabbiosa a solo nove chilometri da Tarna… quella andrebbe benissimo.» «Troppo bello per essere vero. E perché poi è deserta, Brant?» «Perché è lì che aveva sede il Progetto Mangrovia. Tutti gli alberi sono morti, e ancora non sappiamo come mai. Nessuno se l’è ancora sentita di fare un po’ di pulizia. La vista è brutta, ma il puzzo è ancora peggio.» «Quindi si tratta di un’area già ecologicamente disastrata. Si accomodi pure, capitano! Tanto la situazione non potrebbe essere peggiore di come è già!» «Le assicuro che i nostri impianti saranno esteticamente validi e non danneggeranno per niente l’ambiente. E naturalmente li smantelleremo prima della partenza. A meno che non vogliate tenerli voi.» «La ringrazio, ma non penso che avremo mai bisogno di produrre parecchie tonnellate di ghiaccio al giorno. E, a proposito, possiamo esservi utili in qualche cosa? Vi servono alloggi, vitto, mezzi di trasporto? Saremo lieti di esservi utili. Immagino che scenderete quaggiù in parecchi.» «Un centinaio di persone circa. Naturalmente apprezziamo molto la vostra ospitalità. Ma purtroppo temo che come ospiti non vi daremo grande soddisfazione: avremo conferenze e riunioni con i nostri compagni rimasti a bordo a ogni ora del giorno e della notte. Quindi dovremo rimanere assieme… e non appena avremo montato il nostro villaggio prefabbricato ci stabiliremo là con tutto il nostro equipaggiamento. Non vorrei che ci giudicaste poco cortesi, ma ogni altra soluzione sarebbe poco pratica.» «Lei ha ragione, immagino» disse la Waldron con un sospiro. Si era stillata il cervello per trovare il modo, nel rispetto del protocollo, di offrire il cosiddetto appartamento degli ospiti non al vicecomandante Malina, ma allo spettacolare comandante Lorenson. Il problema le era parso insolubile; adesso, ahimè, non si sarebbe posto mai. Era abbattuta a tal punto che per un attimo fu tentata di richiamare il suo ultimo consorte ufficiale — ora residente sull’Isola Settentrionale — e invitarlo per una breve vacanza assieme. Ma quel maledetto l’avrebbe probabilmente respinta un’altra volta, e questo sarebbe stato insopportabile. 14. Mirissa Anche da vecchia Mirissa Leonidas avrebbe sempre ricordato la prima volta che vide Loren. Non poteva dire lo stesso di nessun altro, neppure di Brant. La novità non c’entrava per nulla; aveva già conosciuto parecchi Terrestri prima di Loren, e nessuno di costoro le aveva fatto particolare impressione. Avrebbero potuto quasi tutti passare benissimo per Thalassani dopo aver preso un po’ di sole. Ma Loren no; Loren non si abbronzava mai, e quei suoi strani capelli si facevano, semmai, ancora più color dell’argento. Fu certamente questo particolare che la colpì; quando lo vide uscire dall’ufficio della Waldron insieme a due dei suoi compagni — e tutti e tre con quell’espressione di impotenza che era la normale conseguenza di un incontro con la letargica e inamovibile burocrazia di Tarna. Si erano guardati negli occhi, ma solo per un istante. Mirissa era andata per la sua strada, ma dopo qualche passo, assolutamente senza una consapevole decisione da parte sua, si era fermata di scatto e si era voltata a guardare — e aveva visto che anche Loren si era girato e la stava fissando. Ed entrambi avevano subito capito che la loro vita era, da quel momento, cambiata in modo irrevocabile. Più tardi, quella notte stessa, dopo aver fatto l’amore con Brant, gli chiese: «Hanno detto per quanto tempo si fermeranno?». «Fai sempre le domande nei momenti sbagliati» borbottò lui assonnato. «Almeno un anno. Forse due. Buonanotte… per la seconda volta.» Mirissa si guardò bene dal chiedere dell’altro anche se era perfettamente sveglia. Giacque a lungo con gli occhi spalancati a guardare le ombre gettate dalla luna più vicina muoversi rapide sul pavimento, mentre Brant accanto a lei sprofondava nel sonno. Mirissa aveva conosciuto altri uomini prima di Brant, ma da quando erano insieme tutti gli altri le erano sempre rimasti indifferenti. Perché allora questo interesse improvviso — ancora fingeva di credere che non si trattasse di nulla di più — per un uomo che aveva solo intravisto e di cui non conosceva nemmeno il nome? (Naturalmente a questo avrebbe provveduto l’indomani per prima cosa.) Mirissa si considerava una persona onesta e lucida; si riteneva superiore alle donne, o agli uomini, che si lasciavano trasportare dalle emozioni. Parte dell’attrazione che sentiva per lo straniero nasceva — ne era certa — dalla novità che quell’uomo rappresentava, dai nuovi orizzonti vasti e fascinosi aperti dal suo arrivo. Poter parlare con qualcuno che aveva veramente camminato per le strade delle città terrestri, uno che aveva assistito con i propri occhi alla fine del Sistema Solare, e che di lì a qualche tempo sarebbe ripartito per altri soli, era una cosa che andava oltre i suoi sogni più sfrenati. Una volta di più Mirissa si rendeva conto della sua profonda insoddisfazione per il placido ritmo della vita su Thalassa, malgrado la relazione con Brant la rendesse felice. Felice? Non era piuttosto un accontentarsi? Che cosa voleva, in realtà? Se fosse riuscita a trovare ciò che cercava tra questi stranieri venuti dalle stelle, non sapeva; però prima che lasciassero Thalassa per non tornarvi mai più bisognava fare un tentativo. Anche Brant, quella stessa mattina, si era incontrato con la Waldron, che non l’aveva accolto con il calore consueto quando lui le aveva messo sulla scrivania la nassa elettrica rotta. «Lo so che ha ben altro per la testa, ma che cosa intende fare a questo proposito?» le chiese. Il sindaco guardò senza entusiasmo l’intrico di cavi elettrici spezzati. Non era facile ridiscendere nella routine quotidiana dopo la vertiginosa esaltazione della politica interstellare. «Tu che ne pensi?» gli chiese di rimando. «L’hanno fatto apposta, non c’è dubbio. Guardi il filo… l’hanno piegato più e più volte fin quando si è rotto. La nassa non s’è guastata, ne mancano anche delle parti. Nessuno dell’Isola Meridionale farebbe una cosa del genere. A cosa gli servirebbe? Prima o poi scoprirò chi è stato, e allora…» Il silenzio di Brant non lasciava dubbi su ciò che poi sarebbe accaduto. «Hai dei sospetti?» «Da quando ho cominciato a fare esperimenti con le nasse elettriche ho avuto contro non solo i Conservatori, ma anche quei matti che dicono che dovremmo mangiare solo cibo sintetico perché è male mangiare esseri viventi… animali o piante che siano.» «I Conservatori non hanno forse tutti i torti. Se davvero le tue nasse sono efficienti come sostieni, potrebbero sul serio sconvolgere l’equilibrio ecologico.» «In questo caso i rilevamenti statistici che facciamo regolarmente ce lo direbbero subito, e allora non faremmo altro che smettere di pescare per un po’. Comunque, sono i pesci d’alto mare quelli che m’interessano; sembra che il mio campo li attiri anche da tre o quattro chilometri di distanza. E anche se tutti quanti sulle Tre Isole non mangiassero altro che pesce, l’incidenza sarebbe irrilevante nel complesso della fauna oceanica.» «Hai senz’altro ragione… riguardo agli pseudopesci indigeni. Meglio così, dato che per la maggior parte sono velenosi e non val la pena di lavorarli industrialmente. Ma sei sicuro che i pesci importati dalla Terra hanno attecchito saldamente? Tu potresti essere la goccia che fa traboccare il vaso, come si suol dire.» Brant guardò il sindaco con rispetto; non era la prima volta che lo coglieva di sorpresa con domande intelligenti. Non gli venne mai da pensare che la Waldron non avrebbe mantenuto la poltrona di sindaco per tanto tempo se non avesse avuto qualche dote nascosta. «Ho paura che i tonni non ce la faranno a sopravvivere ci vorrà qualche altro miliardo di anni perché l’oceano diventi salato a sufficienza. Ma trote e salmoni vanno benissimo.» «E sono veramente ottimi; forse riusciranno addirittura a convincere i Sintetisti ad abbandonare i loro scrupoli morali. Con questo, non è che la tua teoria mi convinca del tutto. È gente che parla molto, quella, ma che non fa nulla.» «Hanno fatto scappare una mandria intera da quell’allevamento sperimentale, due anni fa.» «Hanno cercato di far scappare le bestie, vuoi dire. Le mucche sono tornate indietro da sole. Hanno fatto tanto ridere con quell’iniziativa, che hanno pensato bene di lasciar perdere. Non credo che questa sia opera loro» concluse il sindaco indicando la nassa rotta. «Però non sarebbe difficile… una barca, di notte, un paio di subacquei… Lì l’acqua è profonda solo venti metri.» «Bene, farò qualche indagine. Nel frattempo, voglio che tu faccia due cose.» «E sarebbero?» chiese Brant cercando di non mostrarsi sospettoso, ma senza riuscirci. «Ripara la nassa. Potrai trovare tutto quello che ti serve ai Magazzini Tecnici. E piantala di lanciare accuse finché non sei sicuro al cento per cento. Se ti sbagli, fai la figura del cretino e devi anche scusarti. Se invece hai ragione, spaventi i colpevoli e non li puoi più cogliere sul fatto. Hai capito?» Brant rimase a bocca aperta: mai il sindaco l’aveva trattato così bruscamente. Raccolse quella che doveva essere la prova del reato e se ne andò con la coda tra le gambe. Si sarebbe sentito ancora più giù — o la cosa l’avrebbe magari solo divertito — se avesse saputo che la Waldron non nutriva più tutto quell’interesse nei suoi confronti. Loren Lorenson aveva fatto colpo su più di una persona, quel giorno. 15. Terra Nova La scelta di un simile nome per il nuovo villaggio — che tanto ricordava la Terra perduta — era oltremodo infelice, e nessuno volle addossarsi la responsabilità di averlo così chiamato. Però era un po’ meglio di «campo base», e quindi finì per essere accettato da tutti. Il complesso di costruzioni prefabbricate era sorto con rapidità stupefacente — letteralmente da un giorno all’altro. Era la prima dimostrazione, per Tarna, dell’efficienza dei Terrestri, o, meglio, dei loro robot — e i Thalassani ne rimasero debitamente impressionati. Anche Brant, secondo cui i robot davano più grane che altro, tranne che forse per i lavori più rischiosi o ripetitivi, dovette rivedere la sua posizione. Ad esempio gli stranieri avevano una macchina costruttrice mobile, molto elegante di forme, che lavorava con la velocità del fulmine, a tal punto che certe volte non se ne riuscivano a seguire i movimenti. Ovunque andasse, questo robot era sempre seguito da una folla di ragazzini che l’ammiravano a bocca aperta. Quando si trovava davanti uno di questi ragazzini, la macchina si fermava immediatamente e non riprendeva a lavorare se non quando tutti erano a distanza di sicurezza. Brant stabilì che un assistente del genere gli avrebbe fatto molto comodo, e chissà che non ci fosse il modo di convincere i Terrestri a… Nel giro di una settimana, Terra Nova era diventato un microcosmo perfettamente funzionante e perfettamente integrato con la grande astronave in orbita fuori dell’atmosfera. C’erano alloggi — semplici ma comodi per un centinaio di persone, e tutte le infrastrutture necessarie, tra cui biblioteca, palestra, piscina e teatro. I Thalassani apprezzarono molto la cosa e si affrettarono ad approfittarne anch’essi. Di conseguenza la popolazione di Terra Nova era sempre almeno il doppio delle cento persone previste. La maggior parte di questi ospiti, fossero invitati o meno, mostrava un gran desiderio di rendersi utile affinché il soggiorno dei Terrestri fosse il più gradevole possibile. Tanta cordialità era molto apprezzata, ma spesso risultava alquanto imbarazzante. I Thalassani mostravano una curiosità insaziabile, e il concetto di intimità era loro praticamente sconosciuto. La scritta SI PREGA DI NON DISTURBARE veniva spesso considerata alla stregua di una sfida personale, e ciò portava a interessanti complicazioni… «Voi tutti siete ufficiali, adulti e provvisti di grande intelligenza» aveva detto il capitano Bey durante l’ultima riunione tenuta a bordo. «Quindi non dovrebbe essere necessario dirvi certe cose. Tuttavia siete pregati di non allacciare, come dire, relazioni intime con i Thalassani fin quando non sapremo fino in fondo qual è il loro atteggiamento relativamente a certe questioni. Pare che abbiano una mentalità molto aperta, ma questa potrebbe essere un’impressione errata. Lei che ne pensa, dottor Kaldor?» «Non posso pretendere, capitano, di considerarmi un esperto degli usi e costumi thalassani dopo un così breve periodo di studio. Tuttavia la storia presenta alcune analogie molto interessanti: penso a quando le navi a vela di un tempo toccavano terra dopo i lunghi viaggi per mare. Credo che tutti abbiate visto quel classico dell’antica cinematografia che è L’ammutinamento del Bounty…» «Spero, dottor Kaldor, che non voglia paragonare me al capitano Cook… al capitano Bligh, cioè.» «Il paragone non sarebbe affatto offensivo. Il capitano Bligh era in realtà un ottimo marinaio sul cui conto sono state dette molte calunnie. Nella situazione attuale non dobbiamo far altro che mostrare un po’ di buonsenso, un po’ d’educazione… e una certa prudenza, come lei ha fatto capire.» Kaldor aveva forse lanciato un’occhiata verso di lui, si chiese Loren, dicendo quest’ultima frase? Certamente non poteva aver già capito… In fin dei conti, i suoi doveri d’ufficio richiedevano che s’incontrasse con Brant Falconer una decina di volte al giorno. Dunque non poteva in nessun modo evitare d’incontrarsi anche con Mirissa, anche se lo avesse voluto. Non si erano mai trovati da soli e si erano detti sì e no tre o quattro frasi di circostanza. Ma già non c’era più bisogno di altre parole. 16. Giochi di società «Questo e un neonato» disse Mirissa «e malgrado le apparenze crescerà e un giorno diventerà un essere umano perfettamente normale.» Sorrideva, eppure aveva gli occhi umidi. Solo quando si era accorta dell’estremo interesse di Loren si era resa conto che vi erano più neonati nel piccolo villaggio di Tarna che su tutto il pianeta Terra negli ultimi decenni, quando il tasso di crescita della popolazione era praticamente zero. «È… suo?» chiese lui a voce bassa. «No, è un nipotino di Brant e si chiama Lester. Ce ne occupiamo noi perché i suoi genitori si trovano per il momento sull’Isola Settentrionale.» «Com’è bello. Posso prenderlo in braccio?» Come a un segnale, Lester cominciò a piangere. «Non glielo consiglio proprio» fece Mirissa ridendo. Prese il bambino e si diresse in fretta verso il bagno più vicino. «Non in questo momento. Si faccia accompagnare in giro da Kumar o da Brant mentre aspettiamo che arrivino anche gli altri ospiti.» I Thalassani amavano molto le feste, ogni occasione era buona per dare una festa. L’arrivo della nave spaziale Magellano offriva loro un’occasione meravigliosa. Se i Terrestri avessero accettato tutti gli inviti che venivano fatti loro non sarebbe bastata una vita per passare da una festa all’altra — ufficiale o ufficiosa che fosse. Alla fine, il capitano aveva dovuto emanare un’apposita e rigorosissima ordinanza, un «fulmine di Bey», come venivano scherzosamente chiamate, in virtù della quale agli ufficiali era consentito di partecipare a non più di una festa ogni cinque giorni. E secondo alcuni, considerato il tempo necessario per rimettersi dalle conseguenze dell’ospitalità thalassana, si trattava di termini fin troppo generosi. Casa Leonidas, attualmente occupata da Mirissa, Kumar e Brant, era un grande edificio di forma circolare dove la famiglia abitava da sei generazioni. Alta un piano soltanto — pochi erano su Thalassa gli edifici a più piani — casa Leonidas si stendeva tutto attorno a un patio sistemato a prato di trenta metri di diametro. In mezzo vi era un laghetto con tanto di isoletta, raggiungibile mediante un pittoresco ponticello di legno. E sull’isoletta cresceva una palma solitaria in non floride condizioni. «Bisogna sostituirla in continuazione» disse Brant in tono di scusa. «Alcune piante terrestri hanno attecchito molto bene, ma altre proprio non ce la fanno malgrado tutti gli ormoni che diamo loro. Anche i pesci di origine terrestre ci danno gli stessi problemi. Quelli d’acqua dolce si riproducono bene, ma c’è poco spazio per stabilimenti ittiogenici di questo tipo. Quando si pensa che avremmo un oceano immenso a disposizione, se solo riuscissimo a farne uso…» Loren trovava Brant Falconer molto noioso, quando cominciava a parlare di cose marine. Però doveva riconoscere che questo era un argomento di conversazione molto più sicuro di Mirissa, che era riuscita a liberarsi di Lester e stava ora accogliendo gli ospiti via via che arrivavano. Mai Loren aveva pensato di potersi un giorno trovare in una situazione come quella. Era stato innamorato più di una volta, ma i ricordi — e persino i nomi — erano stati pietosamente velati dai programmi di cancellazione cui tutti si erano sottoposti prima di lasciare il Sistema Solare. Loren non aveva mai cercato di frugare tra quei ricordi; perché tormentarsi con le immagini di un passato che era andato completamente distrutto? Anche il volto di Kitani s’era fatto incerto e vago malgrado l’avesse vista nell’ibernacolo solo la settimana prima. Kitani apparteneva a un futuro che avevano deciso assieme ma che forse non avrebbero mai condiviso; mentre Mirissa era lì, adesso, piena di vita e di riso, e non congelata in un sonno che durava da cinquecento anni. Mirissa gli aveva restituito tutto il senso della sua umanità, e la gioia di rendersi conto che l’infinito dolore e la stanchezza degli Ultimi Giorni non l’avevano, in fin dei conti, privato della giovinezza. Ogni volta che si trovava con lei, Loren sentiva dentro di sé una forza che gli diceva che era ritornato uomo, e finché questa forza non avesse avuto libero sfogo, egli non avrebbe avuto pace, e non avrebbe nemmeno potuto svolgere il suo lavoro con l’efficienza che gli era abituale. Certe volte aveva visto il volto di Mirissa sovrimposto alle mappe di Baia delle Mangrovie e ai diagrammi di flusso, e allora aveva dovuto dare al computer il comando di PAUSA prima di poter riprendere la conversazione mentale con la macchina. Era una tortura squisita dover trascorrere due o tre ore a pochi metri da lei senza fare altro che scambiare qualche frase di circostanza. Con grande sollievo di Loren, Brant d’un tratto si scusò e si affrettò ad allontanarsi. Loren ne scoprì subito il motivo. «Comandante Lorenson!» lo bloccò la Waldron. «Spero si trovi bene a Tarna!» Loren gemette dentro di sé. Sapeva di doversi mostrare cortese con il sindaco, ma l’arte della diplomazia non era mai stata il suo forte. «Molto bene, grazie. Mi permetta di presentarle i miei colleghi…» Chiamò a voce molto più alta di quanto non fosse necessario un gruppo di ufficiali che stava dall’altra parte del patio. Fortunatamente erano tutti tenenti; il grado ha i suoi privilegi anche fuori servizio, e Loren non aveva esitato ad approfittarne. «Sindaco Waldron, le presento il tenente Fletcher… è la prima volta che scendi a terra, non è vero, Owen? Il tenente Werner Ng, il tenente Ranjit Winson, il tenente Karl Bosley…» Tipico dei Marziani, pensò, sempre in tribù, sempre tutti assieme. In questo modo offrivano proprio un bel colpo d’occhio, e poi erano tutti dei bei giovanotti. Loren pensò che la Waldron non si fosse nemmeno accorta del fatto che a un certo punto lui se l’era filata all’inglese. Doreen Chang avrebbe di gran lunga preferito il capitano, il quale però aveva fatto una brevissima comparsa, tanto da bere un bicchiere; quindi si era scusato con gli ospiti e se n’era andato. «Perché il capitano non ha voluto farsi intervistare?» chiese a Kaldor, il quale, non avendo simili problemi, aveva già accumulato molte ore di registrazione audiovisive. «Il capitano Sirdar Bey» rispose «ha dei privilegi. A differenza di noialtri, non è tenuto a dare spiegazioni… e nemmeno a scusarsi.» «Mi pare di percepire una nota di sarcasmo» disse la più famosa giornalista di Thalassa. «Del tutto involontaria. Io nutro grandissima ammirazione per il nostro capitano, e accetto anche il giudizio che lui dà di me… con qualche riserva, naturalmente. Ehm… Sta per caso registrando?» «Ora no. Troppo rumore di fondo.» «Per sua fortuna, io sono uno che si fida della gente. Come faccio a sapere che è vero?» «In confidenza, Moses, che giudizio dà di lei il capitano?» «Chiede la mia opinione, e si fida della mia esperienza. Però non mi prende troppo sul serio. So anche perché. Una volta mi ha detto: «Moses, a lei piace il potere ma non la responsabilità. A me piacciono l’uno e l’altra». Molto ben detto: è un giudizio che riassume perfettamente la diversità che c’è tra me e lui.» «E lei cos’ha risposto?» «Cosa potevo dire? Era verissimo. L’ultima volta che mi sono messo in politica è stato… be’, non proprio un disastro, ma nemmeno tanto divertente.» «Si riferisce alla Crociata Kaldor?» «Ah, vedo che è al corrente. Che stupido nome… Non mi è mai piaciuto. E poi c’era un altro punto sul quale io e il capitano non andavamo d’accordo. Lui pensava — e lo pensa ancora, ci giurerei — che la Direttiva secondo la quale dobbiamo evitare tutti quei pianeti su cui è possibile la vita sia un’assurdità, una sciocchezza sentimentale. Cito alla lettera quanto mi disse il capitano: «La legge, sì, la capisco. Ma la Metalegge è una…» ehm, una buffonata.» «Affascinante. Un giorno o l’altro la devo registrare.» «Questo è fuori questione. Che succede laggiù?» Doreen Chang non mollava facilmente, ma capiva quando era il momento di smetterla. «Oh, è la scultura a gas che piace tanto a Mirissa. Le avevate anche sulla Terra le sculture a gas, non è vero?» «Certo. E, detto ancora in confidenza, secondo me la scultura a gas non è arte. Però è divertente.» Lungo un lato del patio erano state spente le luci e una decina di persone faceva gruppo intorno a una sorta di bolla di sapone di quasi un metro di diametro. Avvicinandosi, Chang e Kaldor videro le prime spire colorate formarsi all’interno della bolla. Pareva di assistere alla nascita di una galassia a spirale. «È intitolata Vita» disse Doreen «la famiglia di Mirissa ce l’ha da duecento anni. Si vede che i sigilli non tengono più bene, e che il gas esce. Ricordo che i colori erano molto più vividi.» Comunque era uno spettacolo affascinante. I cannoni elettronici e i laser contenuti nello zoccolo, programmati da qualche paziente artista morto da chissà quanto tempo, generavano forme geometriche che lentamente mutavano si evolvevano fino ad assumere l’aspetto tipico della materia organica. Dal centro della sfera apparivano forme sempre più complesse che si espandevano, scomparivano, venivano sostituite da altre. In una sequenza che rimaneva particolarmente impressa, organismi unicellulari salivano lungo una spirale che evidentemente rappresentava la molecola del DNA. Man mano che salivano, si trasformavano e in pochi minuti si assisteva all’odissea che in quattro miliardi di anni aveva portato dall’ameba all’uomo. L’artista poi aveva cercato di andare ancora oltre, ma qui Kaldor non riuscì più a seguirlo tanto bene. I contorcimenti del gas fluorescente si fecero troppo complessi e troppo astratti. Forse osservando la scultura più d’una volta si sarebbe potuto cogliere una sistematicità, un senso… «Ma… e il suono?» chiese Doreen quando il turbine di colori in ebollizione dentro la bolla improvvisamente scomparve. «Ricordo che c’era una musica bellissima, soprattutto verso la fine.» «Lo sapevo che qualcuno me l’avrebbe chiesto» disse Mirissa con un sorriso di scusa. «Non siamo sicuri se sia guasto il riproduttore sonoro o se sia il programma che non funziona più a dovere.» «Ma ne avrete di sicuro una copia!» «Oh, certo. Ma la cartuccia è da qualche parte nella stanza di Kumar, probabilmente sepolta sotto i pezzi della sua canoa smontabile. Solo dopo aver visto la stanza di Kumar si può capire cos’è l’entropia.» «Non è una canoa, è un kaiak» protestò Kumar, che era arrivato in compagnia di due belle ragazze, una per braccio. «E poi che cos’è l’entropia?» Uno dei Marziani più giovani fu tanto sciocco da cercare di spiegarglielo versando nello stesso bicchiere due bibite di diverso colore. Ma aveva appena cominciato che la sua voce venne sopraffatta da una musica assordante che veniva dalla scultura a gas. «Hai visto!» gridò Kumar per farsi sentire sopra la musica assordante. «Brant è capace di rimettere insieme ogni cosa!» Ogni cosa? pensò Loren. Chissà… Chissà… 17. Per via gerarchica Da: Capitano A: Tutto l’equipaggio CRONOLOGIA Viste le notevoli incertezze al proposito, si fa presente che: 1. Il computo del tempo a bordo della nave si farà a tutti gli effetti secondo il TT (Tempo Terrestre) — tenendo conto degli effetti relativistici — fino alla fine del viaggio. Tutti gli orologi e gli altri sistemi di bordo continueranno a essere regolati secondo il TT. 2. Per maggiore comodità, i membri dell’equipaggio con incarico a terra potranno far uso del TTh (Tempo di Thalassa), ma ogni atto ufficiale dovrà recare l’ora in TT, con il TTh tra parentesi. 3. A questo proposito si ricorda che: La durata del giorno solare medio di Thalassa è di 29,4325 ore TT. L’anno sidereo di Thalassa si compone di 313,1561 giorni ripartiti in 11 mesi di 28 giorni ognuno. Il calendario thalassano non comprende il mese di gennaio, ma i cinque giorni necessari per raggiungere il totale di 313 vengono aggiunti dopo l’ultimo giorno (e cioè il 28) di dicembre. Ogni sei anni si aggiunge un giorno intercalare, ma ciò non avverrà durante la nostra permanenza. 4. Giacché il giorno di Thalassa è del 22 % più lungo del giorno terrestre, e poiché l’anno è costituito di un numero di giorni che è del 14 % inferiore all’equivalente terrestre, l’anno thalassano risulta più lungo dell’anno terrestre soltanto nella misura del 5 %. Ciò a tutti gli effetti pratici ha peso soltanto nella determinazione dell’età. La determinazione dell’età dei Thalassani equivale solo approssimativamente a quella dei Terrestri. Un Thalassano di 20 anni ha vissuto in realtà 21 anni terrestri. Il calendario di Thalassa ha inizio con il Primo Atterraggio, e cioè con l’anno 3109 TT. L’anno attuale è il 718 TTh, e cioè 758 anni TT più tardi. 5. Infine su quella parte di Thalassa che a noi interessa esiste — fortunatamente — un unico fuso orario. Sirdar Bey (Cap.) 3863.02.27.21.30 TT 718.00.02.15.00 TTh «Chi l’avrebbe mai detto che una cosa così semplice fosse invece così complicata?» Mirissa si era messa a ridere quando aveva letto il bollettino affisso all’albo di Terra Nova. «Questo dev’essere uno dei famosi «fulmini di Bei». Ma che tipo d’uomo è il capitano? Non ho mai avuto modo di parlargli veramente.» «Non è un uomo facile, il capitano» rispose Moses Kaldor. «Gli avrò parlato in privato non più di una decina di volte. Ed è l’unico a bordo che tutti chiamino «signore»… sempre. Tranne forse il comandante in seconda Malina, quando parlano a quattr’occhi… Tra parentesi, quel bollettino non è un vero «fulmine di Bei». È troppo tecnico. L’avranno scritto l’ufficiale scientifico Varley e il segretario, LeRoy. Il capitano Bey è un ottimo tecnico — migliore di me — ma in primo luogo è un amministratore. E certe volte, quando è necessario, comandante in capo.» «Io non la sopporterei, tutta questa responsabilità.» «È un compito che qualcuno si deve assumere. I problemi ordinari si possono risolvere consultando gli ufficiali più anziani e le banche dati del computer. Ma certe decisioni vanno prese da un singolo individuo che abbia l’autorità di farle rispettare. A questo serve un capitano. Un’assemblea non può comandare una nave… non sempre, almeno.» «Invece noi governiamo Thalassa proprio in questo modo. S’immagina il presidente Farradine che comanda qualcosa… qualsiasi cosa?» «Queste pesche sono deliziose» disse Kaldor cambiando diplomaticamente discorso e prendendone un’altra pur sapendo che erano destinate a Loren. «Però siete stati fortunati! Non avete avuto una crisi da settecento anni! Chi ha detto: «Thalassa non ha una storia, ma solo statistiche»?» «Oh, ma non è vero! E il monte Krakan?» «Quella è stata una catastrofe naturale… e nemmeno tanto grave. Io mi riferivo alle crisi politiche: disordini, tumulti, questo tipo di cose.» «Per questo dobbiamo ringraziare la Terra. Ci avete dato una Costituzione Jefferson Tipo Tre. Un’utopia in due megabyte, l’ha definita qualcuno. Ha funzionato benissimo. Il programma non è stato modificato da trecento anni. Siamo ancora al Sesto Emendamento soltanto.» «E che possiate rimanere sempre fermi a questo punto» disse Kaldor con calore. «Proprio non vorrei che fossimo noi; responsabili del Settimo Emendamento.» «Ma se così dovesse avvenire, le modifiche verrebbero prima controllate dalle banche dati degli Archivi. Quando verrà a trovarci? Ci sono tante cose che deve vedere.» «Meno di quante ne vorrei vedere io. Chissà quante cose avete che potrebbero riuscirci utili su Sagan Due, anche se è un mondo molto diverso da questo.» E anche molto meno bello, aggiunse dentro di sé. Mentre così parlavano, arrivò Loren, evidentemente diretto alle docce. Indossava calzoni corti e aveva un asciugamano gettato sulle spalle nude. Vedendolo, Mirissa impallidì. «Avrai battuto tutti come al solito» disse Kaldor. «Non finisci per annoiarti?» Loren fece una smorfia. «Alcuni giovani Thalassani mi sembrano promettere bene. Uno mi ha battuto di tre punti. Giocavo con la mano sinistra, naturalmente.» «Nel caso improbabile che non gliel’abbia già detto» disse Kaldor a Mirissa «Loren era campione mondiale di ping pong.» «Adesso non esagerare, Moses. Ero sì e no il quinto in graduatoria, e verso la fine non c’erano grandi campioni. Un qualsiasi Cinese del Terzo Millennio mi avrebbe battuto come niente.» «Perché non fai vedere a Brant come si fa?» fece maliziosamente Kaldor. «Potrebbe essere interessante.» Vi fu un breve silenzio. Poi Loren rispose con una certa sufficienza: «No, c’è troppa disparità». «E invece è Brant che vuol far vedere a lei una cosa, capitano Lorenson» intervenne Mirissa. «Davvero?» «Lei ha detto di non essere mai salito su una barca.» «È vero.» «Allora ha un appuntamento con Brant e Kumar al Molo Tre alle otto e mezzo di domattina.» «Credi che debba correre il rischio?» Loren chiese con scherzosa serietà a Kaldor. «Non so nuotare.» «Non preoccuparti» disse Kaldor incoraggiante. «Anche se hanno intenzione di farti fare un viaggio di sola andata, non cambierà nulla.» 18. Kumar Una soltanto era la tragedia che gettava un’ombra sui diciotto anni di vita di Kumar Leonidas: sarebbe sempre stato dieci centimetri più basso di quanto avrebbe voluto. Non sorprendeva che fosse soprannominato «Piccolo Leone», sebbene ben pochi osassero chiamarlo così in sua presenza. Per compensare la sua bassa statura, Kumar aveva fatto di tutto per svilupparsi in larghezza e robustezza. Molte volte Mirissa gli aveva detto, a metà tra divertita ed esasperata: «Kumar, se tu ti dedicassi a sviluppare il cervello così come fai col corpo, diventeresti il massimo genio di Thalassa». Non gli aveva invece mai detto — e anzi solo con riluttanza l’ammetteva di fronte a se stessa — che, vedendo il fratello mentre faceva ginnastica la mattina, provava spesso sensazioni pochissimo sororali, nonché una certa invidia per quelli che convenivano ad ammirarlo. Tra costoro andavano annoverati, in diverse riprese, in pratica tutti i coetanei di Kumar. Correva voce che Kumar avesse fatto l’amore con tutte le ragazze e metà dei ragazzi di Tarna: era un’esagerazione, certamente, ma che conteneva un fondamento di verità. Tuttavia Kumar, malgrado la sorella gli fosse intellettualmente molto superiore, non era un imbecille tutto muscoli e niente cervello. Se qualcosa lo interessava per davvero, non si dava pace finché non padroneggiava a fondo l’oggetto del suo interesse. Era un magnifico marinaio, e aveva dedicato due anni a costruire, con l’aiuto occasionale di Brant, uno splendido kaiak di quattro metri. La chiglia era finita, ma ancora non aveva cominciato a lavorare al ponte. Un giorno, si era ripromesso, l’avrebbe varato, e allora nessuno avrebbe più osato ridere. Nel frattempo, l’espressione «il kaiak di Kumar» aveva finito per significare, per gli abitanti di Tarna, un lavoro lasciato a metà — cosa di cui, invero, vi erano in giro parecchi esempi. A parte questa tendenza a rimandare le cose al domani, comune a tutti i Thalassani, il carattere di Kumar presentava alcuni difetti, i principali dei quali erano un temperamento avventuroso e la tendenza a far scherzi certe volte abbastanza pericolosi. Era opinione diffusa che questi difetti avrebbero finito, una volta o l’altra, per metterlo nei guai. Tuttavia non si poteva volergliene a lungo nemmeno per gli scherzi più terribili, perché erano sempre fatti senza malizia alcuna. Era un ragazzo apertissimo, fin trasparente; era impensabile, ad esempio, che Kumar dicesse una bugia. Per questo motivo gli si perdonavano molte cose. L’arrivo degli stranieri era stato, naturalmente, l’avvenimento più eccitante della sua vita. Lo affascinavano le loro macchine, le registrazioni audiovisive e sensoriali che essi avevano portato, le storie che narravano, tutto degli stranieri lo affascinava. E poiché degli stranieri frequentava soprattutto Loren, non ci fu nulla di strano che gli si affezionasse. Ma Loren non era del tutto soddisfatto della piega che avevano preso gli avvenimenti. Kumar con la sua continua presenza non si limitava a infastidirlo un poco; diventava un terzo incomodo, un fratello minore importuno di cui era impossibile liberarsi. 19. La Bella Polly «Davvero non riesco a crederci, Loren» disse Brant Falconer. «Davvero non sei mai stato su una barca o su una nave?» «Mi pare di ricordare che quand’ero piccolo una volta ho attraversato un laghetto con un canotto di gomma. Avrò forse avuto cinque anni.» «Allora vedrai che ti piacerà. Il mare è calmo, e lo stomaco non ti darà fastidio. E magari riusciremo anche a convincerti a immergerti con noi.» «Questo no, grazie… Preferisco fare un’esperienza alla volta. E ho imparato a rimanere fuori dai piedi quando gli altri stanno lavorando.» Brant aveva ragione, pensò Loren, comincia davvero a piacermi. Il piccolo trimarano si dirigeva verso la barriera corallina spinto dagli idrogetti silenziosi. Eppure, appena salito a bordo, quando aveva visto allontanarsi la terraferma aveva provato un attimo di panico. Solo la paura del ridicolo gli aveva evitato di fare una figuraccia. Aveva percorso cinquanta anni luce — la distanza più lunga mai coperta dall’uomo — per arrivare su quel mondo. E ora si preoccupava perché qualche centinaio di metri lo separavano dalla terraferma. Era una sfida, e una sfida che non poteva rifiutare. Stando a poppa e guardando Falconer alla barra (come aveva fatto a procurarsi la cicatrice bianca che gli vedeva sulla schiena? Ah, sì, aveva parlato di una caduta col minialiante, anni prima…), si chiese cosa stesse pensando in quel momento il Thalassano. Difficile credere che una civiltà umana, anche la più illuminata e liberale, ignorasse la gelosia o una qualsiasi forma di possessività sessuale. Non che ci fossero, purtroppo! grandi cose di cui Brant potesse essere geloso. Loren si disse che con Mirissa aveva scambiato sì e no un centinaio di parole, e per la maggior parte in presenza del marito di lei. No, il termine era inesatto: su Thalassa si parlava di marito e moglie solo dopo la nascita del primo figlio. Se nasceva un maschio, la madre di solito — ma non sempre — assumeva il cognome del padre. Se nasceva invece una femmina, era questa che prendeva il cognome della madre, almeno fino alla nascita del secondo e ultimo figlio. Ben poche erano le cose che turbavano i Thalassani. Una di queste era la crudeltà, soprattutto se esercitata nei confronti dei bambini. Un’altra era, su quel mondo che aveva soltanto ventimila chilometri quadrati di terre emerse, una terza gravidanza. Il tasso di mortalità infantile era così basso che bastavano i parti multipli a mantenere stabile la popolazione. C’era stato un caso — uno solo, rimasto famoso, in tutta la storia di Thalassa — di una madre che per ben due volte aveva dato alla luce cinque gemelli. La donna non ne aveva colpa alcuna, certo, ma la figura di lei aveva egualmente finito per assumere quell’aura di deliziosa depravazione che può circondare una Lucrezia Borgia, una Messalina o una Faustina. Dovrò stare molto, molto attento a giocare le mie carte, si disse Loren. Che Mirissa si sentisse attratta da lui, lo sapeva. Lo capiva dall’espressione del volto, dal tono della voce. E un’altra conferma gli veniva le volte che le loro mani o i loro corpi si erano accidentalmente sfiorati, e il contatto era durato un istante di più dello stretto necessario. Entrambi sapevano che era solo questione di tempo. E anche Brant lo sapeva, Loren ne era certissimo. Eppure, malgrado la tensione che c’era tra loro due, continuavano ancora a comportarsi in modo abbastanza amichevole. I jet si spensero e l’imbarcazione procedette per forza d’inerzia fino a fermarsi vicino a una grossa boa di vetro che oscillava lenta sull’acqua. «Da qui ricaviamo l’energia che ci serve» spiegò Brant. «Trattandosi di poche centinaia di watt, bastano le cellule solari. È uno dei vantaggi di avere oceani di acqua dolce… sulla Terra non avrebbe funzionato. I vostri mari erano troppo salati, e avrebbero inghiottito chilowatt su chilowatt.» «Davvero non vuoi cambiare idea, zio?» chiese Kumar sorridendo. Loren fece di no con la testa. Le prime volte, l’appellativo l’aveva imbarazzato, ma ora si era abituato al modo che avevano tutti i giovani Thalassani di rivolgersi agli adulti. Era, anzi, abbastanza piacevole trovarsi tutto a un tratto corredati di decine di nipoti. «No, grazie. Io resto a bordo per tenervi d’occhio attraverso il visore subacqueo, giusto in caso che vi divorino gli squali.» «Squali!» esclamò Kumar con un tono pieno di desiderio. «Che meravigliosi animali! Noi non ne abbiamo. Se ci fossero gli squali, immergersi sarebbe molto più divertente!» Loren osservò con interesse professionale i preparativi di Brant e Kumar. Rispetto a ciò che era necessario per uscire nello spazio, si trattava di un’attrezzatura semplicissima e la bombola era così piccola che si poteva tenere in una mano. «La bombola dell’ossigeno è piccolissima» disse Loren. «Durerà al massimo due minuti, non è vero?» Brant e Kumar lo fissarono con aria di rimprovero. «Ossigeno!» sbuffò Brant. «L’ossigeno puro è un veleno mortale oltre i venti metri di profondità. Qui c’è dentro aria, quanto basta per un quarto d’ora.» Mostrò delle fessure simili a branchie che c’erano sullo zaino che Kumar si era già infilato. «Tutto l’ossigeno di cui si ha bisogno è già in soluzione nell’acqua. Però ci vuole energia per estrarlo, ed è per questo che abbiamo un accumulatore d’energia per far funzionare le pompe e i filtri. Con questo apparecchio si potrebbe stare sott’acqua per una settimana di seguito, volendo.» Mostrò il piccolo schermo fluorescente di colore verde che aveva al polso. «Il computer ci dà tutte le informazioni necessarie: profondità, carica dell’accumulatore, il tempo necessario per risalire, le soste per la decompressione…» Loren arrischiò un’altra domanda stupida. «Perché tu hai la maschera, e Kumar no?» «Ma c’è l’ho anch’io» disse Kumar sorridendo. «Guarda bene.» «Ah… adesso la vedo. Molto essenziale.» «Ma le lenti a contatto danno molta noia» disse Brant «a meno di non passare la vita nell’acqua, come fa Kumar. Io le ho provate, e mi danno fastidio agli occhi. Preferisco la buona vecchia maschera di una volta… è molto più comoda. Pronto?» «Pronto, capitano.» Si tuffarono contemporaneamente, di schiena, uno da babordo e l’altro da tribordo, e con movimenti così ben sincronizzati che l’imbarcazione non ebbe il minimo rollìo. Attraverso la spessa lastra di vetro del visore posto nello scafo, Loren li vide scendere senza sforzo verso la barriera corallina. Sapeva che il fondale era a più di venti metri di profondità, ma sembrava molto più vicino. I due sub si accinsero a riparare le nasse rotte usando gli attrezzi e il cavo elettrico che avevano gettato sul fondo prima di immergersi. Ogni tanto si scambiavano qualche monosillabo che Brant trovava incomprensibile, ma per la maggior parte del tempo lavoravano in silenzio. Entrambi conoscevano il loro lavoro — e il compagno — tanto bene che non c’era bisogno di parlare. Loren non si annoiava affatto: gli sembrava di guardare un nuovo mondo — e così era effettivamente. Sebbene avesse visto innumerevoli audiovisivi sugli oceani terrestri, gran parte delle forme di vita che ora scorgeva gli erano del tutto sconosciute. C’erano degli esseri a forma di disco che ruotavano rapidamente, altri simili a una gelatina pulsante, altri ancora simili a tappeti che si muovevano ondulando, o a cavaturaccioli, ma erano pochissimi gli animali che anche con uno sforzo dell’immaginazione si sarebbero potuti chiamare pesci. Solo una volta, con la coda dell’occhio, intravide una forma affusolata in rapido movimento che gli parve familiare. Forse era un altro esule che, come lui, era venuto dalla Terra. Già cominciava a pensare che Brant e Kumar si fossero dimenticati di lui quando sobbalzò udendo una voce provenire dall’intercom subacqueo. «Ora risaliamo. Siamo lì tra venti minuti. Tutto a posto?» «Sì» rispose Loren. «Era un pesce terrestre quello che ho visto un attimo fa?» «Non ci ho fatto caso.» «Sì, Brant, lo zio ha visto bene. Era una trota mutante di venti chili. L’ha spaventata la fiamma della saldatrice.» Stavano ora risalendo lungo l’aggraziata curva del cavo dell’àncora. A cinque metri dalla superficie si fermarono. «Questa è la parte più noiosa di ogni immersione» disse Brant. «Bisogna aspettare qui per un quarto d’ora. Il canale due, per piacere. No, non così forte…» La musica da ascoltare durante la decompressione era probabilmente stata scelta da Kumar; e il ritmo vivace era poco appropriato alla pacata scena sottomarina. Loren ringraziò in cuor suo di trovarsi dove stava e si affrettò a interrompere la musica non appena i due si mossero per risalire. «Abbiamo fatto un buon lavoro» disse Brant non appena fu risalito a bordo. «Voltaggio e amperaggio ora sono normali. Torniamo.» Loren cercò di aiutarli a togliersi di dosso l’equipaggiamento. Entrambi erano stanchi e infreddoliti, ma si ripresero dopo aver bevuto alcune tazze del liquido caldo e dolce che i Thalassani chiamavano «tè» sebbene assomigliasse ben poco all’equivalente terrestre. Kumar avviò il motore e prese la barra; Brant intanto frugava tra le varie cose che stavano sul fondo della barca trovando infine una scatoletta vivacemente colorata. «No grazie» disse Loren quando Brant gli offrì una compressa dai lievi effetti narcotici. «Non mi va di prendere delle abitudini di qui cui poi mi peserà rinunciare.» Subito si pentì di aver detto queste parole, che probabilmente gli aveva messo in bocca chissà quale perverso impulso subconscio — o magari il senso di colpa che provava. Ma Brant non vi aveva evidentemente sentito altri significati perché si sdraiò come se niente fosse sul ponte, le mani intrecciate dietro la nuca, a guardare il cielo senza una nuvola. «Dicono che di giorno la Magellano sia visibile anche a occhio nudo, se si sa dove guardare» disse Loren, ansioso di cambiare argomento. «Io però non l’ho vista mai.» «Mirissa sì… parecchie volte» intervenne Kumar. «Mi ha anche fatto vedere come si deve fare. Basta chiedere all’Astrorete il tempo di transito e poi uscire e sdraiarsi. È come una stella molto luminosa proprio allo zenit, e sembra che non si muova affatto. Ma basta distogliere lo sguardo per un secondo soltanto, e poi non la si vede più.» Improvvisamente Kumar rallentò, procedette a bassa velocità per qualche minuto e infine spense il motore. Loren si guardò in giro per capire dove fossero e vide che erano almeno a un chilometro al largo di Tarna. Un’altra boa — questa con una grande lettera P e una bandiera rossa — ondeggiava accanto al trimarano. «Perché ci siamo fermati?» chiese Loren. «Solo per far visita a una vecchia amica» rispose Brant sottovoce. «Resta fermo e non far rumore… È parecchio nervosa.» Un’amica? pensò Loren. Ma che succede? Per almeno cinque minuti non accadde proprio nulla; Loren non avrebbe mai creduto Kumar capace di restare fermo tanto a lungo. Quindi si rese conto che a pochi metri dalla barca, appena sotto il pelo dell’acqua, c’era qualcosa di scuro: una cosa lunga e ricurva. Seguì con gli occhi quella specie di striscia e si accorse che tracciava un cerchio tutto attorno all’imbarcazione, circondandola completamente. Si accorse anche, in quello stesso momento, che Brant e Kumar non stavano guardando quella cosa strana: stavano guardando lui. Allora vogliono farmi qualche sorpresa, si disse; be’, staremo a vedere… Pur con questo preavviso e solo facendo appello a tutta la sua forza di volontà, Loren riuscì a reprimere un urlo di terrore quando dal mare emerse una specie di muro luccicante — no, non luccicante, putrescente — di carne rosa. Emerse ruscellando acqua fino a un metro d’altezza e formando una barriera ininterrotta intorno a loro. E, come tocco finale, la cima del muro di carne rosa era tutta coperta di serpenti che si contorcevano, serpenti di colore rosso e blu. Un’enorme bocca circondata di tentacoli era emersa dall’abisso e stava per inghiottirli… Eppure non erano in pericolo, a giudicare dall’espressione divertita dei suoi compagni. «Ma cos’è, per l’amor di Dio… per il Krakan, cioè?» bisbigliò cercando di non far sentire il tremito della voce. «Hai reagito bene» disse Brant con ammirazione. «Certi cercano di nascondersi dentro la barca, con la faccia tra le mani. Questa è Polly… Polly sta per polipo. La Bella Polly. È una colonia di invertebrati: miliardi di cellule altamente specializzate che cooperano tra di loro. Avevate animali simili a questo sulla Terra, ma non credo così grossi.» «No, grossi così no» fece Loren con fervore. «E, se non ti spiace, potrei sapere come usciremo da qui?» Brant fece un cenno a Kumar, che riaccese il motore e lo mise a tutto gas. Con una rapidità stupefacente per un essere così grosso, il muro vivente s’immerse nel mare lasciando dietro di sé solo un’increspatura oleosa sull’acqua. «Ha paura dei rumori forti» spiegò Brant. «Guarda dal visore… adesso puoi vedere com’è fatto l’animale tutto intero.» Sotto di loro qualcosa che assomigliava a un tronco d’albero di dieci metri di diametro stava scendendo rapidamente verso il fondo. Solo ora Loren si rese conto che i «serpenti» che aveva visto contorcersi altro non erano che tentacoli relativamente sottili che ora ondeggiavano lievi nell’acqua alla ricerca di qualcosa — o di qualcuno — da divorare. «Che mostro!» esclamò Loren tornando a respirare normalmente dopo parecchi minuti. Si sentiva ora orgoglioso di sé, e anche un poco euforico. Sapeva di aver superato un’altra prova; aveva meritato il rispetto di Brant e di Kumar. «Ma una cosa così non è… pericolosa?» chiese. «Certo; per questo abbiamo messo la boa.» «In tutta franchezza, a me verrebbe la tentazione di ucciderla.» «E perché mai?» disse Brant con autentica sorpresa. «Che male fa?» «Be’… un essere così deve sicuramente mangiare una enorme quantità di pesci.» «È vero, ma si nutre solo di pesci thalassani. Quelli che noi possiamo mangiare, non li tocca. E questa è la cosa interessante. Per molto tempo non riuscivamo a capire come facesse Polly ad attirare i pesci e a farseli entrare direttamente in bocca. Alla fine abbiamo scoperto che secerne certe sostanze chimiche, ed è stato questo che ci ha dato l’idea delle nasse elettriche. Cosa che mi fa venire in mente…» Brant prese il comunicatore. «Tarna Tre chiama Tarna Autorecord… parla Brant. Abbiamo riparato la nassa. Tutto funziona normalmente. Non aspettiamo il ricevuto. Fine messaggio.» E invece dal comunicatore rispose immediatamente una voce familiare. «Salve, Brant, buongiorno, dottor Lorenson. Mi fa piacere. Ho una notizia interessante per te, Brant. La vuoi sentire?» «Ma certo, sindaco» rispose Brant scambiando con Loren un’occhiata divertita. «Sono in ascolto.» «Dagli Archivi Centrali è saltata fuori un’informazione sorprendente. Duecentocinquant’anni fa si cercò di costruire una barriera artificiale al largo dell’Isola Settentrionale mediante elettroprecipitazione… una tecnica questa che ha funzionato bene sulla Terra. Ma dopo qualche settimana i cavi subacquei si ruppero… e si trovò anzi che ne mancavano delle parti. Non si fecero ulteriori indagini perché la tecnica si era comunque dimostrata inutilizzabile. Non ci sono abbastanza sali minerali disciolti nell’acqua perché valga la pena di usarla. Come vedi, dunque, avevi torto a dare la colpa ai Conservatori. Non c’erano Conservatori, duecentocinquant’anni fa.» L’espressione di stupore sul volto di Brant era così comica che a Loren venne da ridere. «E pensare che hai cercato di stupire me!» disse. «Bene, di sicuro mi hai dimostrato che nel mare ci sono degli esseri che nemmeno immaginavo. Ma adesso si direbbe che ci sono anche delle cose che nemmeno tu immaginavi.» 20. Idillio Gli abitanti di Tarna trovarono la cosa assolutamente ridicola e finsero di non credergli. «Ma come, prima dici che non sei mai salito su una barca… e ora che non sai andare in bicicletta!» «Dovresti vergognarti» l’aveva rimproverato Mirissa strizzandogli l’occhio. «Il più efficace mezzo di trasporto mai inventato… e tu non l’hai mai provato!» «Su una nave spaziale non ce n’è bisogno, e nelle grandi città era troppo pericoloso» aveva ribattuto Loren. «E comunque, cosa c’è da imparare?» Presto scoprì che da imparare c’era parecchio. Andare in bicicletta non era così facile come sembrava. Sebbene bisognasse mettercela proprio tutta per cadere da quella bicicletta a ruote piccole, visto il baricentro basso (cosa che comunque a Loren riuscì più di una volta), i primi tentativi furono parecchio deludenti. Loren vi avrebbe volentieri rinunciato se non fosse stato per gli incitamenti di Mirissa, la quale sosteneva che la bicicletta era il modo migliore per scoprire l’isola — e per la sua speranza che la bicicletta sarebbe stato il modo migliore per scoprire Mirissa. Il trucco, concluse Loren dopo qualche altra caduta, era di ignorare del tutto il problema e affidare la faccenda ai riflessi involontari del suo corpo. Del resto era la soluzione logica; se bisognasse decidere volontariamente quali movimenti fare per camminare, non saremmo capaci di muovere un passo se non con grande fatica. Loren riconosceva, da un punto di vista teorico, la verità di questa soluzione, però gli ci volle qualche tempo prima di potersi davvero fidare dei propri istinti. Tuttavia, superato questo primo ostacolo, fece rapidamente progressi. E infine, come aveva sperato, Mirissa si offrì di mostrargli i recessi più remoti dell’isola. Con estrema facilità ci si sarebbe potuti convincere che non c’erano altri esseri umani al mondo tranne loro due eppure non erano lontani da Tarna più di cinque chilometri. Avevano senza dubbio percorso una distanza molto maggiore, ma la stretta pista ciclabile era stata concepita appositamente per condurre nei luoghi più pittoreschi, e non per collegare con il percorso più breve un punto all’altro. Loren avrebbe potuto sapere dove si trovava ricorrendo al comunicatore, ma preferì non farlo. Era più divertente far finta di essersi perduti. Mirissa avrebbe preferito lasciare il comunicatore a casa. «Perché portarsi dietro quell’affare?» aveva detto indicando il bracciale con tasti e quadranti che lui aveva al polso sinistro. «Certe volte è bello isolarsi dagli altri.» «È vero, ma il regolamento della nave è molto rigoroso Se il capitano Bey mi cercasse e io non rispondessi…» «Che farebbe? Ti metterebbe ai ferri?» «Meglio ai ferri che la predica. Comunque, ho messo il comunicatore sul modo sonno. Se mi chiamano, vorrà dire che c’è qualcosa di davvero urgente… e in tal caso mi dispiacerebbe non poter rispondere.» Come tutti i Terrestri da almeno mille anni a quella parte, Loren si sarebbe sentito meno a disagio senza i vestiti che senza il comunicatore. Sulla Terra si raccontavano terribili storie di gente distratta o imprudente che era morta — spesso a pochi metri dalla salvezza — solo perché non aveva potuto premere il tasto rosso con la scritta EMERGENZA. La pista ciclabile era stata tracciata secondo criteri d’economia, e non certo per permettere il passaggio del traffico pesante. Era larga meno di un metro, e in un primo momento all’inesperto Loren era sembrato di procedere lungo una fune sospesa. Per evitare di cadere, aveva dovuto tenere gli occhi fissi sulla schiena di Mirissa (obbligo tutt’altro che sgradevole). Ma dopo qualche chilometro s’era fatto più sicuro e aveva potuto godersi anche altri panorami. Avessero incontrato qualcuno che andava nella direzione opposta, sarebbero stati costretti a scendere di sella tutti quanti; il pensiero di uno scontro a una velocità complessiva di cinquanta e passa chilometri all’ora era insopportabile. Avrebbero dovuto fare un bel pezzo a piedi per tornare a casa, e per di più spingendo a mano le biciclette danneggiate… Parlavano molto poco; solo Mirissa, di quando in quando, apriva bocca per mostrare a Loren un albero dalla forma bizzarra o qualche luogo insolitamente bello. Già quel silenzio era una cosa che Loren non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita; sulla Terra era sempre stato circondato da suoni, e la vita di bordo era tutta una sinfonia di rassicuranti rumori meccanici, con qualche allarme ogni tanto da far balzare il cuore in gola. Fu dunque con sorpresa che a un certo punto udì provenire da un folto d’alberi davanti a loro il ritmo ormai familiare di una musica da ballo thalassana. Poiché la stretta stradina raramente procedeva senza curve per più di cento o duecento metri, non poté vedere da dove proveniva la musica fin quando, superata una curva stretta, si trovò di fronte a una sorta di mostro meccanico che occupava tutta quanta la sede stradale e, suonando, avanzava lentamente verso di loro. Assomigliava a un bulldozer robot. Dovettero smontare per lasciarlo passare, e così facendo Loren si accorse che compito della macchina era la manutenzione della strada. Aveva notato in precedenza parecchi tratti sconnessi e anche alcune buche piuttosto profonde, e si era chiesto quando l’apposito ente si sarebbe preso la briga di riparare la strada. «Ma perché la musica?» chiese. «La macchina non può certo apprezzarla.» Non fece quasi in tempo a finire la battuta che il robot parlò e con voce severa disse: «Si prega di non passare sulla strada finché io non mi sia allontanato di cento metri. La superficie è ancora molle. Si prega di non passare sulla strada finché io non mi sia allontanato di cento metri. La superficie è ancora molle. Grazie». Mirissa scoppiò a ridere vedendo l’espressione sorpresa di lui. «Hai ragione, naturalmente. Lui non è molto intelligente. La musica serve ad avvertire la gente che il robot si sta avvicinando.» «Non sarebbe più efficace un clacson o qualcosa del genere?» «Forse sì, ma sarebbe così… scostante!» Tolsero dalla strada le biciclette e attesero che il convoglio di articolati, di unità di controllo e di macchinari passasse lentamente. Loren non seppe resistere alla tentazione di sfiorare con le dita la superficie stradale ancora fresca; calda e lievemente cedevole, sembrava umida ma al tatto era asciutta. Nel giro di pochi secondi divenne dura come roccia; Loren notò che vi era rimasta, appena visibile, l’impronta delle sue dita ed ebbe un pensiero malinconico: «Ecco che ho lasciato la mia impronta su Thalassa… fin quando il robot non ripasserà». La strada prese a salire e Loren scoprì di possedere nelle cosce e nei polpacci muscoli di cui non aveva prima sospettato l’esistenza. Un motorino ausiliario sarebbe stato il benvenuto, se non che Mirissa non ne aveva voluto sapere dicendo che era un espediente da debosciati. Mirissa non aveva rallentato affatto per la salita, e così Loren non ebbe altra alternativa che darci dentro per tenerle dietro. Cos’era quel rombo lontano che si sentiva più lontano? Di sicuro non stavano provando dei motori a razzo tra le montagne dell’Isola Meridionale! Il rumore si fece sempre più forte via via che avanzavano lungo la strada; Loren capì di cosa si trattava solo pochi secondi prima di vederne la causa. Da un punto di vista terrestre, la cascata non era poi un gran che — alta un centinaio di metri, e larga venti. Uno snello ponte di metallo luccicante di spruzzi scavalcava le acque ribollenti al piede della cascata. Mirissa scese di sella, con gran sollievo di Loren, e lo guardò maliziosa. «Non noti niente di strano?» gli chiese indicando il panorama. «Strano in che senso?» disse Loren per ricavare qualche indizio in più. Non c’era altro da vedere che un ampio tratto di bosco, o foresta che fosse, entro cui, di là della cascata, continuava la strada. «Gli alberi… gli alberi!» «Sì? Cos’hanno gli alberi? Io non m’intendo di botanica.» «Nemmeno io, ma si dovrebbe capire lo stesso. Guardali bene.» Loren guardò, perplesso. E all’improvviso capì, perché un albero è un’opera di ingegneria naturale, e lui questo era: un ingegnere. Di là della cascata la vegetazione era come opera di un altro progettista. Non sapeva quale fosse il nome degli alberi che lo circondavano da questa parte, ma avevano comunque un aspetto familiare, e certamente provenivano dalla Terra… Sì, quella era di sicuro una quercia, e i bei fiori gialli di quel cespuglio li aveva già visti molto tempo prima. Oltre il ponte, era un altro mondo. Gli alberi — ma erano poi davvero alberi? — avevano un’aria primitiva, incompleta. Alcuni avevano tronchi bassi, a forma di botte, da cui si protendevano pochi rami spinosi; altri erano più simili a enormi felci; altri ancora assomigliavano a gigantesche dita scheletriche, con una corona di peli alle giunture. E non si vedeva un solo fiore… «Adesso ho capito. Quella è la vegetazione indigena di Thalassa.» «Sì… e ha lasciato il mare solo pochi milioni di anni fa. Noi chiamiamo questo punto il Grande Spartiacque. Ma più che uno spartiacque è il fronte tra due eserciti, e nessuno sa quale dei due vincerà. Noi speriamo che non vinca né l’uno né l’altro! La vegetazione della Terra e più evoluta, ma quella di Thalassa è meglio adattata alla chimica di questo pianeta. Di quando in quando il fronte si sposta, e una parte cerca d’invadere l’altra. Allora noi interveniamo con zappe e badili prima che possa rafforzare le nuove posizioni.» Che strano, pensò Loren attraversando il ponticello con la bicicletta a mano. Per la prima volta da quando sono su Thalassa ho sentito di trovarmi in un mondo alieno… Quegli alberi goffi, quelle felci primitive, potevano benissimo essere stati la materia prima dei giacimenti di carbone che avevano messo in movimento la rivoluzione industriale, appena in tempo per salvare la specie umana. Non ci voleva molto per immaginare un dinosauro saltar fuori dal sottobosco… Ma poi si ricordò che quando la Terra era stata ricoperta da una vegetazione analoga, mancavano ancora parecchi milioni di anni prima che comparissero quei terribili rettili. Stavano per rimontare in sella quando Loren esclamò: «Krakan e maledizione!». «Cosa c’è?» Loren cadde su uno spesso letto di muschio fitto e duro che pareva messo lì apposta. «Un crampo» bofonchiò a denti stretti stringendosi il polpaccio. «Ci penso io» disse Mirissa un po’ preoccupata ma molto sicura di sé. Il massaggio di lei, gradevole ma un po’ dilettantesco, fece effetto e i muscoli tornarono gradualmente normali. «Grazie» fece Loren dopo un poco. «Adesso va molto meglio. Ma continua, ti prego.» «Pensi davvero che voglia smettere?» domandò lei a bassa voce. E a un certo punto, là sul confine tra due mondi, divennero una cosa sola. IV. KRAKAN 21. Accademia Il numero di coloro che facevano parte dell’Accademia delle Scienze di Thalassa era rigorosamente limitato a un bel numero binario tondo: 100000000 — o, per coloro che preferiscono contare sulla punta delle dita, a 256. La dottoressa Anne Varley, ufficiale scientifico della Magellano, approvava questo rigore che manteneva alto il livello medio. E l’Accademia prendeva molto sul serio le proprie responsabilità; il suo presidente le aveva confessato che in quel momento i membri erano soltanto 241, giacché si era dimostrato impossibile colmare i posti vacanti con personale qualificato. Di questi 241, ben 105 erano fisicamente presenti nell’auditorium, e 116 vi erano collegati con i loro comunicatori. Era quella una presenza del tutto eccezionale, e la Varley non mancò di sentirsi lusingata, sebbene non potesse reprimere una certa curiosità nei confronti dei 20 membri mancanti. Provò anche un certo imbarazzo quando venne presentata come uno dei massimi studiosi di astronomia della Terra, anche se, purtroppo, al momento della partenza della nave spaziale Magellano ciò si era rivelato fin troppo vero. Il Tempo e il Caso avevano concesso all’ex direttrice dell’ex Osservatorio Lunare Shklovskii quell’eccezionale occasione di continuare a vivere. La Varley sapeva benissimo che la sua levatura era appena media rispetto ai veri grandi studiosi — Ackerley, ad esempio, o Chandrasekhar o Herschel; per non parlare di Galileo, o Copernico, o Tolomeo. «Qui vedete» cominciò «la mappa di Sagan Due realizzata come meglio abbiamo potuto sulla base delle informazioni inviateci dalle sonde spaziali e dai radioologrammi. Non è molto dettagliata, naturalmente, giacché risultano visibili solo i particolari di almeno dieci chilometri di diametro; però è quanto basta per ricavarne i dati di fondo. «Il diametro è di 15000 chilometri, vale a dire qualcosa di più della Terra. L’atmosfera è densa, e composta quasi interamente di azoto. L’ossigeno è assente… per fortuna.» Quel «per fortuna» serviva sempre al suo scopo: anche questa volta fece fare un sobbalzo all’uditorio. «Capisco la vostra sorpresa: la maggior parte degli esseri umani ha il vizio di respirare. Ma nei decenni trascorsi dall’Esodo sono successe molte cose, e il nostro modo di vedere l’Universo è cambiato. «L’assenza, nel presente e nel passato, di altri esseri viventi nel Sistema Solare, nonché l’insuccesso dei programmi SETI malgrado tutti i tentativi compiuti in sedici secoli ci ha convinto che la vita è molto infrequente nell’universo, e quindi estremamente preziosa. «Ne consegue che ogni forma di vita è degna del massimo rispetto e va trattata con cura estrema. Alcuni hanno perfino sostenuto l’inopportunità di sterminare completamente anche le forme di vita virali e microbiche dannose per l’uomo, che andrebbero invece conservate sotto un rigoroso controllo. Durante gli Ultimi Giorni l’espressione «reverenza per la Vita» divenne molto diffusa, e ben pochi l’applicavano soltanto alla vita umana. «Accettato il principio della non interferenza biologica, ne derivavano alcune conseguenze pratiche. Da lungo tempo si era stabilito di non colonizzare pianeti su cui esistessero forme di vita intelligente; la specie umana aveva a questo proposito una ricca e deprimente esperienza già sul suo mondo natale. Per fortuna, o per sfortuna, non ci siamo trovati mai in questa situazione. «Ma discendevano da questo principio anche altri corollari. Supponiamo ad esempio di trovare un pianeta su cui la vita animale sia appena agli inizi. Bisogna non interferire e lasciare che l’evoluzione segua il suo corso sperando che di qui a qualche miliardo di anni sorga l’intelligenza? «E, ancora, se vi trovassimo solo forme di vita vegetale? O microbica? «Forse vi sorprenderà che in un momento in cui l’esistenza stessa dell’umanità era in gioco, gli uomini dibattessero simili questioni morali e filosofiche. Ma la Morte ci costringe a pensare a ciò che veramente conta: perché esistiamo, e come dobbiamo agire. «Il concetto di «Metalegge», e sono sicura che il termine non vi è nuovo, acquistò grande popolarità. Era possibile elaborare dei codici legali e morali applicabili a tutti gli esseri intelligenti, e non solo a quei mammiferi bipedi legati all’ossigeno che per breve tempo hanno dominato il pianeta Terra? «A questo proposito va detto che il dottor Kaldor partecipò in misura notevole a questo dibattito. Egli si oppose a coloro che sostenevano che, giacché l’Homo sapiens era l’unica specie intelligente conosciuta, la sua sopravvivenza aveva la priorità su ogni altra considerazione. Il loro slogan era: «Se devo scegliere tra l’Uomo e una cosa che striscia, io scelgo l’Uomo!». «Per fortuna non vi fu mai, a quanto sappiamo, un confronto diretto. Passeranno forse secoli prima che tutte le navi inseminatrici che abbiamo mandato nello spazio diano notizia di sé. E se qualcuna non chiamerà, allora forse questo vorrà dire che hanno vinto le cose che strisciano… «Nel 3505 il Parlamento Mondiale, riunito nella sua ultima sessione, tracciò certe linee di condotta — le famose Direttive di Ginevra — da adottarsi per la colonizzazione di altri pianeti. Secondo molti si trattava di un approccio troppo idealistico, e di cui non si poteva nemmeno garantire l’applicazione. Le Direttive di Ginevra erano però la manifestazione di un orientamento di fondo, un ultimo gesto di buona volontà nei confronti di un universo che forse non sarebbe mai stato in grado di apprezzarlo. «Solo una di queste direttive ci interessa in questo momento: la più nota e anche la più controversa, giacché ci precludeva alcuni dei pianeti più promettenti. «Secondo questa direttiva, la presenza in un’atmosfera planetaria di una minima percentuale d’ossigeno va considerata la prova dell’esistenza della vita. L’ossigeno è un elemento troppo attivo perché possa esistere per lungo tempo allo stato libero: è necessario che venga continuamente fornito dai vegetali, o dai loro equivalenti alieni. Certo, la presenza di ossigeno non comporta necessariamente l’esistenza di forme di vita animale; però ne costituisce una condizione necessaria. E sebbene la vita animale solo di rado culmini nell’evoluzione dell’intelligenza, solo attraverso di essa si può giungere all’intelligenza. Altre strade non sono concepibili nemmeno teoricamente. «Ecco quindi dunque che in virtù della Metalegge tutti i pianeti forniti di ossigeno ci erano preclusi. Per la verità, non credo che si sarebbe giunti a una decisione tanto drastica se il motore quantico non ci avesse dato delle possibilità virtualmente illimitate. «Ecco qual è il nostro programma una volta giunti su Sagan Due. Come risulta dalla mappa, più del cinquanta per cento della superficie è coperto da uno strato di ghiaccio spesso mediamente tre chilometri. Lì è tutto l’ossigeno che ci serve! «Intendiamo mettere la Magellano in un’orbita stabile attorno al pianeta. La nave impiegherà il motore quantico, naturalmente non a pieno regime, rivolgendone il getto verso il pianeta. Il calore fonderà il ghiaccio e contemporaneamente scinderà l’acqua in idrogeno e ossigeno. L’idrogeno si disperderà in breve tempo nello spazio; se necessario noi possiamo affrettare il processo impiegando dei laser con una frequenza ad hoc. «Nel giro di soli vent’anni Sagan Due avrà un’atmosfera contenente il dieci per cento circa di ossigeno, sebbene essa non sarà ancora respirabile per via degli ossidi di azoto e di altre sostanze velenose. Noi intendiamo a questo punto introdurre dei batteri appositamente selezionati, e anche delle piante, che accelerino il processo. Il pianeta sarà però ancora troppo freddo; anche tenendo conto del calore fornito dal motore quantico, la temperatura sarà sotto zero ovunque tranne che all’equatore, e anche lì solo nelle ore più calde della giornata. «Useremo allora il motore quantico, probabilmente per l’ultima volta. La Magellano, che è nata nello spazio e nello spazio è sempre rimasta, discenderà infine sulla superficie di un pianeta. «Dopo di che, per circa quindici minuti al giorno, il motore quantico entrerà in funzione a quel regime che le strutture della nave — e lo zoccolo di roccia sul quale la nave si sarà posata — potranno reggere. Solo quando avremo fatto i primi test sapremo quanto tempo esattamente durerà questa fase dell’operazione; forse si renderà necessario spostare la nave se il luogo scelto per l’atterraggio dovesse dimostrarsi geologicamente instabile. «Comunque, a una prima approssimazione il motore quantico dovrà restare in funzione per una trentina d’anni, rallentando gradualmente il moto di rivoluzione del pianeta così che esso possa avvicinarsi al Sole quel tanto da poterci offrire un clima temperato. Dovremo quindi impiegare il motore quantico per un altro quarto di secolo al fine di rendere l’orbita più regolare. Ma Sagan Due sarà allora già abitabile, per quanto gli inverni resteranno molto rigidi fin quando non si sarà raggiunta l’orbita definitiva. «Disporremo allora di un pianeta vergine, più grande della Terra, ricoperto dalle acque per il quaranta per cento circa e con una temperatura media di venticinque gradi centigradi. L’atmosfera avrà un contenuto di ossigeno inferiore di un trenta per cento a quella della Terra, ma la percentuale continuerà a crescere. Allora sarà il momento di risvegliare i novecentomila ibernati che sono a bordo della nave, e di offrire loro un nuovo mondo. «Questo è il nostro piano, a meno che qualche avvenimento imprevisto, o qualche nuova scoperta, non ci costringa ad abbandonarlo. E al peggio…» Qui la Varley s’interruppe per un attimo, e quindi sorrise amaramente. «No, qualsiasi cosa accada, voi non ci rivedrete mai più. Se Sagan Due si rivelerà inadatto, c’è un altro pianeta possibile, distante una trentina di anni luce, che potrebbe essere anche migliore. «Forse alla fine finiremo per colonizzarli entrambi. Ma ciò lo deciderà il futuro.» Ci volle qualche tempo prima che iniziasse la discussione; gli accademici per la maggior parte erano rimasti come storditi, per quanto l’applauso fosse stato spontaneo. Fu il presidente, che per lunga esperienza aveva già preparato alcune domande, a cominciare. «Un punto marginale, dottoressa Varley… Possiamo sapere l’origine del nome Sagan Due?» «Certo. Il pianeta è stato così chiamato in onore di uno scrittore di romanzi scientifici vissuto all’inizio del Terzo Millennio.» La domanda ruppe il ghiaccio, proprio come aveva previsto il presidente. «Dottoressa, lei ha detto che Sagan Due ha almeno un satellite. Che accadrà a questo satellite, quando cambierete l’orbita del pianeta?» «Nulla, salvo qualche lieve perturbazione orbitale. Seguirà il suo primario.» «Se le direttive del… che anno era? Il 3500?» «Il 3505.» «… fossero state approvate prima, noi saremmo qui adesso? Voglio dire, Thalassa sarebbe stato un pianeta proibito?» «Questa è una buona domanda, e noi stessi ce la siamo posta. La missione del 2751, quella che ha visto la vostra Nave Madre atterrare sull’Isola Meridionale, avrebbe senza dubbio violato le direttive. Fortunatamente, il problema non si è posto. Giacché qui non esistono animali terrestri, il principio della non interferenza non è stato comunque violato.» «A me tutto questo pare assai congetturale» disse uno dei membri più giovani, con palese divertimento dei più anziani. «Se la presenza di ossigeno comporta la vita, come si può essere certi che sia vero anche il contrario; È possibile ipotizzare ogni sorta di esseri intelligenti capaci di vivere su pianeti privi di ossigeno e privi anche di un’atmosfera. Se il successore dell’uomo sul piano dell’evoluzione sarà il robot come molti filosofi hanno ipotizzato, è presumibile che delle macchine preferiscano un ambiente privo di atmosfera, a evitare il rischio della ruggine. Sapete che età abbia Sagan Due? Il pianeta potrebbe aver già superato la sua fase biologica imperniata sull’ossigeno, e forse voi rischiate di trovarvi una civiltà di macchine e di robot.» Per l’assemblea corse un mormorio di dissenso e qualcuno borbottò «Fantascienza!» in tono di grande disgusto. La Varley attese che tornasse il silenzio e quindi rispose brevemente: «È un’ipotesi, questa, che non ci ha certo fatto perdere il sonno. E se davvero c’imbattessimo in una civiltà robotica, il principio della non interferenza non credo che si porrebbe. Personalmente, mi preoccuperebbe molto di più ciò che loro potrebbero fare a noi, che non il contrario!» Un accademico molto anziano — forse la persona più anziana che avesse visto su Thalassa, pensò la Varley — si alzò a fatica dal suo seggio in fondo alla sala. Il presidente scrisse rapidamente un appunto su un foglietto e glielo passò: «Prof. Derek Winslade, età 115, G.V. di Scienze Terr., storico». La dottoressa per qualche secondo rimase perplessa di fronte alla sigla G.V. prima che con una misteriosa intuizione capisse che stava per «Grande Vecchio». Ed era molto significativo, pensò la Varley, che il decano della scienza thalassana fosse uno storico. Nei settecento anni della loro storia, le Tre Isole avevano prodotto solo un pugno di pensatori originali. Ma ciò non andava necessariamente a loro demerito. I Thalassani avevano dovuto edificare un’intera civiltà partendo da zero; e non vi erano state grandi opportunità, né incentivi, per le ricerche che non avessero un’immediata applicazione pratica. Vi era poi un problema più serio ed elusivo: quello della popolazione. In nessuna disciplina scientifica vi era mai stato su Thalassa un numero di ricercatori sufficiente per raggiungere la «massa critica», e cioè quel numero minimo di menti attive nello stesso campo necessario per far avanzare la ricerca in qualche nuovo settore del sapere. Solo i campi della matematica e della musica conoscono qualche rara eccezione a questa regola: qui i geni solitari — un Ramanujan o un Mozart — possono sorgere dal nulla e navigare da soli per i mari sconosciuti del pensiero. Anche la scienza thalassana conosceva almeno un genio solitario: Francis Zoltan (214–242), il cui nome era ancora riverito cinquecento anni dopo — per quanto la Varley nutrisse qualche dubbio sulla portata dei suoi conseguimenti. Questo perché nessuno, o così pareva, aveva mai capito a fondo le sue scoperte nel campo dei numeri ipertransfiniti; e tanto meno nessuno aveva portato avanti la ricerca nella direzione aperta da Zoltan — ed è proprio la fertilità degli sviluppi che conferma le vere grandi scoperte. Anche cinquecento anni dopo, la famosa Ultima Ipotesi di Zoltan ancora non risultava né confermata né confutata. La dottoressa Varley aveva l’impressione — che si era ben guardata dal menzionare ai suoi amici thalassani per una questione di tatto — che la tragica morte di Zoltan avesse molto contribuito a esagerare la reputazione investendo la sua figura di una serie di speranze e di aspettative. La scomparsa del matematico thalassano, avvenuta in mare al largo dell’Isola Settentrionale, aveva ispirato innumerevoli miti romantici e teorie strampalate — una delusione amorosa, qualche rivale geloso, la sua incapacità di scoprire una dimostrazione inoppugnabile, il terrore del transfinito — nessuna delle quali possedeva il minimo fondamento reale. Ma tutte avevano dato lustro all’immagine del massimo genio di Thalassa, la cui vita era stata troncata all’inizio della sua maturità di studioso. Ma cosa stava dicendo l’anziano professore? Ahimè, c’era sempre qualcuno che, durante la discussione, sollevava questioni che non c’entravano nulla o coglieva l’opportunità di divulgare qualche teoria che gli era particolarmente cara. La dottoressa Varley aveva molta esperienza e sapeva come mettere a posto questi importuni, magari facendo ridere il pubblico a loro spese. Però in questo caso si trovava di fronte a un Grande Vecchio, a casa sua e circondato da colleghi che lo rispettavano, e quindi avrebbe dovuto portare pazienza. «Professor, ehm, Winsdale…» «Winslade», le sussurrò il presidente tutto agitato, ma la Varley decise di lasciar perdere, perché correggendosi avrebbe solo dato maggior risalto alla gaffe «… la sua è una buona domanda, ma credo richiederebbe un’altra conferenza o, meglio, una serie di conferenze. E anche in tal caso, la questione ne sarebbe solo sfiorata. «Ma, per rispondere al suo primo punto, le dirò che non è la prima volta che ci viene rivolta questa critica. Essa non ha fondamento. Noi non cerchiamo affatto di tenere «segreto», come lei dice, il motore quantico. La teoria che ne sta alla base è tutta negli Archivi della nave, ed è tra i dati destinati a essere riversati nei vostri. «Non voglio con questo suscitare speranze infondate. In tutta franchezza, non credo che vi sia nessuno, tra coloro che in questo momento si occupano della nave, che capisca davvero il motore quantico. Sappiano come si fa a usarlo, e basta. «Abbiamo, in ibernazione, tre scienziati specializzati nel motore quantico. Se dovessimo risvegliarli prima di essere giunti su Sagan Due, vorrebbe dire che ci troviamo in guai seri. «Alcuni sono impazziti cercando di visualizzare la struttura geometrodinamica dell’iperspazio e di capire perché mai l’universo avesse in origine proprio undici dimensioni e non un bel numero tondo come dieci o dodici. Durante la prima lezione del corso di Fondamenti di Propulsione, l’insegnante mi disse: «Se lei potesse capire il motore quantico, non sarebbe qui… sarebbe su Lagrange Uno, all’Istituto per gli Studi Avanzati». E ciò mi ha aiutato a riaddormentarmi quando avevo gli incubi perché cercavo di immaginarmi cosa significa veramente dieci centimetri alla meno trentatré. «All’equipaggio della Magellano basta sapere quello che il motore quantico fa» mi ha detto l’insegnante. «Voi siete come i tecnici di una rete elettrica: vi basta sapere quali sono gli interruttori da spegnere e quali quelli da accendere, senza porvi problemi sul come è prodotta l’elettricità. Magari è prodotta in modo semplicissimo, con una dinamo o un pannello solare o una turbina ad acqua. Certamente questi tecnici sarebbero in grado di capire i principi del funzionamento di queste macchine, ma per svolgere bene il loro compito ciò non è assolutamente necessario. «Oppure, l’elettricità potrebbe venir generata in modo più complesso, ad esempio mediante un reattore a fissione o una pila a fusione, o un catalizzatore a muoni o un Nodo di Penrose o un nocciolo di Hawking- Schwarzschild. Capisce quello che intendo dire? C’è comunque un punto oltre il quale i nostri tecnici devono rinunciare a ogni speranza di capire, restando però tecnici competenti e perfettamente in grado di distribuire l’energia elettrica là dove è necessaria.» «Allo stesso modo, noi siamo capaci di portare la Magellano dalla Terra fino a Thalassa — e, spero, da qui fino a Sagan Due — senza in realtà capire quello che stiamo facendo. Ma un giorno, forse tra qualche secolo, saremo forse all’altezza del genio che ha concepito il motore quantico. «E, chissà? può essere che ci arriviate prima voi. Potrebbe nascere su Thalassa un altro Francis Zoltan… e in questo caso sarete voi a venirci a far visita per primi.» In realtà la dottoressa Varley non credeva affatto a questa possibilità. Ma era una bella conclusione al suo discorso, e suscitò un uragano di applausi. 22. Krakan «Potremmo farlo con facilità, naturalmente» disse pensieroso il capitano Bey. «La pianificazione è praticamente completata… Il problema delle vibrazioni prodotte dai compressori è risolto, e siamo in anticipo rispetto alle previsioni nella costruzione degli impianti. Senza dubbio abbiamo uomini e attrezzature disponibili… ma sarebbe una buona idea?» Fissò i cinque ufficiali seduti intorno al tavolo ovale della sala conferenze di Terra Nova; come un sol uomo tutti si volsero a guardare il dottor Kaldor, che sospirò e allargò rassegnato le braccia. «Quindi non si tratta di un problema puramente tecnico. Ditemi di cosa si tratta.» «La situazione è questa» disse il comandante in seconda Malina. Le luci si attenuarono, e le Tre Isole apparvero sul tavolo, sospese a qualche millimetro sopra la superficie, quasi si trattasse di un plastico meravigliosamente dettagliato. Ma quello non era un plastico, perché si poteva mutare a piacimento la scala fino a vedere i Thalassani che andavano in giro intenti ai loro affari. «Io credo che i Thalassani abbiamo ancora paura del monte Krakan, sebbene come vulcano direi che si comporti molto bene… infatti, non ha mai ammazzato nessuno. E poi il Krakan è la chiave di volta di tutto il sistema di comunicazione tra le isole. È alto seimila metri: la vetta del Krakan è il punto più alto di tutto il pianeta, naturalmente. È quindi il punto ideale per installarvi un ripetitore: tutte le comunicazioni a lunga distanza arrivano al Krakan e da qui vengono poi ritrasmesse alle altre due isole.» «Mi è sempre sembrato strano» fece Kaldor con un mite sorriso «che dopo duemila anni non si sia trovato niente di meglio delle onde radio.» «L’universo ha in dotazione un solo spettro elettromagnetico, dottor Kaldor… e noi dobbiamo accontentarci. I Thalassani inoltre sono fortunati, perché la distanza massima tra le isole è di trecento chilometri, e ciò significa che un solo ripetitore sul monte Krakan è sufficiente, e non c’è bisogno di ricorrere ai comunicatori. «L’unico problema è che la vetta non è facilmente accessibile… anche tempo permettendo. Infatti, per ironia della sorte, il monte Krakan è l’unico punto del pianeta in cui le condizioni atmosferiche non siano ottimali. Di tanto in tanto, infatti, qualcuno deve scalare la montagna, riparare qualche antenna, sostituire qualche cellula solare o qualche batteria, e spalare un mucchio di neve. Non è un problema: basta solo un po’ di lavoro manuale. «Che i Thalassani evitano come la peste. Non che li biasimi se dedicano le loro energie a cose più importanti: gli sport, ad esempio, l’atletica…» Intervenne la Newton. Avrebbe anche aggiunto «e a fare l’amore», ma visto che per molti dei suoi colleghi si trattava di un punto delicato, penso fosse meglio tacere. «Ma perché scalare la montagna?» chiese Kaldor. «Perché non vanno in volo sulla vetta? Mi pare che abbiano apparecchi a decollo verticale.» «Sì, ma l’aria lassù è molto rarefatta, e quella poca che c’è è sempre molto mossa. Dopo alcune brutte esperienze, i Thalassani hanno deciso di lasciar perdere.» «Capisco» disse Kaldor pensieroso. «È il solito problema della non interferenza. Adesso sono autosufficienti, e intervenendo potremmo incrinare la loro autonomia. Ma in misura minima, direi. E se non esaudissimo una richiesta così ragionevole, potremmo anche creare risentimento. Risentimento giustificato, inoltre, se si tiene conto della collaborazione che ci hanno offerto riguardo al ghiaccio.» «Anch’io sono di questo parere. Obiezioni? Molto bene. Signor Lorenson, la prego di prendere le misure del caso. Utilizzi il veicolo che ritiene più opportuno, purché non sia necessario per l’Operazione Fiocco di Neve.» Moses Kaldor aveva sempre amato la montagna; le montagne lo facevano sentire più vicino a quel Dio alla cui non esistenza talvolta non credeva. Dalla vetta si vedeva un mare di lava ormai diventata pietra da molto tempo ma che ancora emetteva sbuffi di fumo da qualche crepaccio. E lontano, a occidente, entrambe le grandi isole erano chiaramente visibili, simili a grandi nubi scure all’orizzonte. Il freddo pungente e la difficoltà del respiro davano più sapore a ogni istante. Molto tempo prima aveva letto, in qualche vecchio libro di viaggi o di avventure, di un’aria che era «come vino». Allora avrebbe voluto chiedere all’autore quanto vino aveva respirato ultimamente, ma adesso l’espressione non gli sembrava più tanto ridicola. «Abbiamo finito di scaricare, Moses. Siamo pronti a decollare.» «Grazie, Loren. Mi piacerebbe restare fino a stasera, ma potrebbe essere pericoloso rimanere a lungo a questa altezza.» «I tecnici hanno portato delle bombole d’ossigeno, naturalmente.» «Non pensavo soltanto all’ossigeno. Un mio omonimo una volta ha avuto un mucchio di guai in cima a una montagna.» «Scusa, ma non capisco.» «Non importa. È successo moltissimo tempo fa.» Il veicolo si sollevò sopra l’orlo del cratere e quelli rimasti a terra fecero gesti di saluto. Adesso che avevano scaricato attrezzi ed equipaggiamento, si erano impegnati nell’attività preliminare a ogni iniziativa thalassana, e cioè a preparare il tè. Loren stette molto attento a salire lentamente, stando alla larga dalle innumerevoli antenne di ogni forma e dimensione. Tutte erano orientate verso le due isole appena visibili in lontananza; se ne avesse interrotta l’emissione, innumerevoli gigabyte di informazioni sarebbero andati perduti, e i Thalassani si sarebbero pentiti di aver chiesto il suo aiuto. «Non torniamo a Tarna?» «Un momento solo. Prima voglio dare un’occhiata alla montagna. Ah, ecco!» «Cosa? Ah sì, capisco, Krakan!» L’imprecazione thalassana era doppiamente appropriata. Sotto di loro il terreno si apriva in un profondo burrone largo un centinaio di metri. E in fondo a quel burrone vi era l’Inferno. I fuochi interni di quel giovane pianeta stavano ancora bruciando appena sotto la superficie. Un fiume incandescente, giallo di colore con spruzzi cremisi, si muoveva lento verso il mare. Come potevano esser certi, si chiese Kaldor, che il vulcano non fosse più attivo e non entrasse invece in eruzione da un momento all’altro? Ma il fiume di lava non era il loro obiettivo. Più in là vi era un piccolo cratere di circa un chilometro di diametro, sull’orlo del quale si scorgeva una torre in rovina. Quando furono più vicini videro che un tempo le torri erano state tre, disposte tutto intorno al cratere, ma che delle altre due restavano soltanto le fondamenta. Il fondo del cratere era ricoperto da un groviglio di cavi e di lastre metalliche: evidentemente quanto restava della grande antenna radio che un tempo vi sorgeva. Nel centro del cratere vi erano i resti della stazione ricevente e trasmittente, parzialmente sommersi da un laghetto che si era formato a causa dei frequenti acquazzoni. Il velivolo compì un giro sopra le rovine dell’ultimo collegamento di Thalassa con la Terra, Loren e Kaldor immersi ciascuno nei propri pensieri. Fu Loren a rompere per primo il silenzio. «È cominciato molto male, ma non dovrebbe essere difficile rimettere in funzione il collegamento. Sagan Due si trova solo a dodici primi a nord, più vicino all’equatore di quanto non fosse la Terra. È più facile puntarvi un’antenna direzionale.» «Buona idea. Quando avremo finito di mettere insieme il nostro scudo potremo dar loro una mano ad avviare i lavori. Non che abbiano un gran bisogno d’aiuto: non c’è fretta. In fondo dovranno passare quattro secoli prima che ricevano nostre notizie, anche se ci affrettassimo a metterci in contatto appena arrivati.» Loren terminò di riprendere la scena e prese a discendere lungo il fianco della montagna prima di far rotta verso l’Isola Meridionale. Era sceso di un migliaio di metri quando Kaldor disse perplesso: «Cos’è quel fumo a nord est? Si direbbe un segnale». Lontano, una sottile colonna bianca s’innalzava contro il cielo azzurro di Thalassa. Certamente pochi minuti prima non c’era. «Andiamo a dare un’occhiata. Forse è un’imbarcazione in pericolo.» «Sai cosa mi fa venire in mente?» disse Kaldor. Loren si strinse nelle spalle. «Una balena che soffia. Quando salivano alla superficie per respirare, il cetaceo buttava fuori una colonna di vapore acqueo molto simile a quello che vediamo adesso.» «La tua teoria è interessante ma ha due punti deboli» fece Loren. «Quella colonna è alta almeno un chilometro. Che razza di balena!» «È vero. E poi il soffio della balena durava solo qualche secondo, e questo dura da un bel pezzo. Qual è la seconda obiezione?» «Dalle carte risulta che in quella zona non c’è mare aperto. Quindi, la teoria della barca non sta in piedi.» «Ma è impossibile… Thalassa è soltanto oceano… Ah, ora capisco. Laggiù ci sono i Grandi Sargassi Orientali. Sì, siamo proprio ai bordi… Sembra proprio terraferma.» Si avvicinavano rapidamente al continente galleggiante fatto di vegetazione marina che copriva gran parte degli oceani di Thalassa e che praticamente forniva tutto l’ossigeno presente nell’atmosfera del pianeta. Era un’ininterrotta distesa di un verde vivido e quasi violento, all’apparenza solido tanto da poterci camminare sopra. Solo la completa assenza di rilievi ne rivelava la vera natura. Ma in un’area di circa un chilometro di diametro quella prateria galleggiante non era né piatta né ininterrotta. In quel punto le acque sotto i sargassi sembravano ribollire gettando in aria grandi nubi di vapore e anche ammassi di vegetazione. «Me n’ero dimenticato» disse Kaldor. «Il Piccolo Krakan.» «Già» disse Loren. «È la prima volta che è entrato in attività da quando siamo arrivati. È così dunque che sono sorte le altre isole.» «Sì… L’attività vulcanica si sta spostando verso est. Forse nel giro di qualche migliaio di anni i Thalassani avranno a disposizione tutto un arcipelago.» Rimasero in zona ancora per qualche minuto; e quindi fecero rotta verso l’Isola Orientale. Molti sarebbero rimasti turbati alla vista di quel vulcano sottomarino che lottava per nascere. Ma non chi aveva visto la distruzione del Sistema Solare. 23. Il giorno del ghiaccio Mai lo yacht presidenziale, vale a dire il Traghetto Interisola Numero Uno, era apparso così elegante nei suoi trecento anni di servizio. Non solo era impavesato, ma era stato ridipinto in bianco. Peccato solo che la disponibilità o di vernice o di manodopera si fosse esaurita prima che il lavoro fosse finito, così che il capitano dovette stare attento a gettare le ancore in modo che da terra fosse visibile soltanto il fianco di tribordo. Anche il presidente Farradine si era preparato per l’occasione: il suo abbigliamento (cui aveva provveduto la signora Farradine) era un incrocio tra la toga di un imperatore romano e la tuta spaziale di un astronauta. Non pareva troppo a suo agio in quel costume; e il capitano Sirdar Bey era felicissimo della sua divisa — calzoni corti bianchi, camicia senza cravatta, spalline e berretto gallonato d’oro — in cui stava comodissimo, sebbene non la indossasse da tempo immemorabile. Malgrado il presidente avesse mostrato la preoccupante tendenza a inciampare in continuazione nella toga, la crociera ufficiale era andata molto bene, e il modello dell’impianto di produzione del ghiaccio che c’era a bordo aveva funzionato a meraviglia, producendo una gran quantità di cubetti esagonali della misura giusta per entrare nei bicchieri delle bibite. Ma non si poteva rimproverare ai visitatori che i Thalassani non comprendessero fino in fondo quanto era appropriato il nome in codice «Fiocco di Neve»; in fin dei conti, erano pochissimi quelli che su Thalassa avevano visto la neve. E ora, lasciato il modellino sulla nave, toccava all’impianto vero e proprio, che occupava diversi ettari di spiaggia vicino a Tarna. C’era voluto un po’ di tempo per trasportare il presidente e il suo entourage, il capitano Bey e i suoi ufficiali, e infine tutti gli altri ospiti, dallo yacht a riva. Ora, all’ultima luce del giorno, tutti costoro osservavano rispettosamente un blocco di ghiaccio di forma esagonale largo venti metri e spesso due. Non solo era il blocco più grosso che chiunque avesse mai visto, ma anche la quantità di ghiaccio più grande esistente su tutto il pianeta. Raramente il ghiaccio aveva modo di formarsi, anche ai Poli Senza grandi masse continentali che fossero d’ostacolo alla circolazione delle acque, le veloci correnti provenienti dalle regioni equatoriali scioglievano rapidamente i ghiacci polari non appena essi si formavano. «Ma perché ha questa forma?» chiese il presidente. Il vicecomandante Malina sospirò; aveva già risposto a quella domanda parecchie volte. «È il vecchio problema della tassellazione del piano: di ricoprire una qualsiasi superficie, cioè, con forme identiche» spiegò pazientemente. «Le forme possibili sono soltanto tre: quadrati, triangoli ed esagoni. Abbiamo scelto l’esagono per una questione di efficienza e perché una lastra di questa forma è più facile da maneggiare. Le lastre di ghiaccio — più di duecento, ciascuna del peso di seicento tonnellate — verranno assicurate le une alle altre così da formare uno scudo. Sarà una specie di sandwich di ghiaccio dello spessore di tre di queste lastre. Quando accelereremo tutte le lastre si fonderanno insieme formando un unico grande disco. O un cono molto ottuso, se preferisce.» «Mi è venuta un’idea» disse il presidente con più entusiasmo di quanto avesse mostrato durante tutto il pomeriggio. «Su Thalassa non abbiamo mai potuto praticare il pattinaggio su ghiaccio. Era uno sport bellissimo… E poi c’era un gioco che si chiamava hockey su ghiaccio, sebbene non sono sicuro che sia il caso di tornare a praticarlo, a giudicare dagli audiovisivi che ho visto. Ma sarebbe meraviglioso se voi riusciste a farci una pista di pattinaggio in tempo per le Olimpiadi. Crede che sia possibile?» «Bisogna che ci rifletta» rispose il vicecomandante Malina senza grande convinzione. «È un’idea molto interessante. Bisogna che mi facciate sapere quanto ghiaccio vi serve.» «Col massimo piacere. E inoltre abbiamo anche trovato il modo di utilizzare l’impianto quando a voi non servirà più.» Uno scoppio improvviso permise al vicecomandante Malina di non rispondere al presidente. Erano cominciati i fuochi d’artificio, e per venti minuti il cielo sopra l’isola risplendette di sprazzi di luce d’ogni colore. I Thalassani apprezzavano molto i fuochi d’artificio e approfittavano di ogni occasione per indulgere a questo piacere. Lo spettacolo comprendeva anche proiezioni laser ancora più spettacolari e molto meno pericolose, ma senza quell’odore di polvere nera che dava un tocco tutto particolare. Terminati i festeggiamenti e tornati tutti i VIP sulla nave, il vicecomandante Malina disse pensieroso: «Il presidente è un uomo davvero imprevedibile, anche se ha un’idea fissa… Sono stufo di sentirlo parlare di quelle sue maledette Olimpiadi, però devo riconoscere che l’idea della pista di pattinaggio è buona davvero. Inoltre noi faremo un’ottima figura presso i Thalassani». «Comunque, ho vinto la scommessa» s’intromise il comandante Lorenson. «Di che scommessa si tratta?» chiese il capitano Bey. Malina scoppiò in una risata. «Sembra incredibile. Certe volte sembra che i Thalassani non sappiano cos’è la curiosità… danno tutto per scontato. Dovremmo sentirci lusingati, immagino, della fiducia che nutrono nella nostra tecnologia. Forse credono che abbiamo l’antigravità! «È stato Loren a suggerire di non parlarne, e ha fatto bene. Al presidente Farradine non è nemmeno venuto in mente di chiedere quello che io avrei chiesto subito: cosa abbiamo intenzione di fare per mettere in orbita centocinquantamila tonnellate di ghiaccio?» 24. Archivio Moses Kaldor era contentissimo di potersene stare per conto suo nella pace da cattedrale del Primo Atterraggio. Gli pareva di ritornare studente, di trovarsi di fronte a tutta l’arte e la conoscenza dell’umanità. Era un’esperienza assieme esaltante e deprimente: aveva a sua disposizione tutto un universo, ma anche dedicandovi l’intera vita avrebbe potuto esplorarne solo una minima parte, e questa consapevolezza rasentava la disperazione. Era come un affamato che si trovasse davanti a un’immensa tavola imbandita che si stendeva a perdita d’occhio, un banchetto così enorme da far perdere l’appetito a chiunque. Eppure questa immensa ricchezza di sapienza e di cultura era solo una percentuale minima del patrimonio accumulato dall’umanità. Gran parte di ciò che Moses Kaldor conosceva e amava non c’era e non per caso, lo sapeva benissimo, ma per una scelta deliberata. Mille anni prima, alcuni uomini di genio e di buona volontà avevano riscritto la Storia e, fatto lo spoglio di tutte le biblioteche della Terra, avevano stabilito cosa salvare e cosa invece dare alle fiamme. Il criterio di scelta era semplice, sebbene talvolta di difficile applicazione. Un’opera letteraria, una testimonianza del passato, sarebbe stata messa in memoria nel computer di bordo delle navi inseminatrici solo se poteva servire a facilitare la sopravvivenza e la stabilità sociale degli uomini sui nuovi mondi. Era un compito, ovviamente, insieme impossibile e doloroso. Le commissioni selezionatrici avevano scartato con le lacrime agli occhi i Veda, la Bibbia, il Tripitaka, il Corano e tutta l’immensa produzione — narrativa e saggistica — che si fondava su queste opere. Malgrado la bellezza e la sapienza contenute in tali libri, non si poteva permettere che infettassero i pianeti vergini con i veleni antichi dell’odio di religione, della credenza nel sovrannaturale, e dei pii vaniloqui da cui innumerevoli miliardi di uomini avevano un tempo tratto conforto — un conforto pagato con l’ottenebramento della mente. In quella grande epurazione scomparvero anche praticamente tutte le opere dei grandissimi romanzieri, dei poeti, dei drammaturghi, che comunque non avrebbero più avuto significato al di fuori del loro contesto culturale e filosofico. Omero, Shakespeare, Milton, Tolstoi, Melville, Proust e gli ultimi grandi narratori fioriti poco prima che la rivoluzione elettronica facesse scomparire la pagina stampata: di tutti costoro sopravvissero soltanto alcune centinaia di migliaia di brani attentamente selezionati. Venne escluso tutto ciò che riguardava guerre, delitti, violenza, passioni distruttive. Se la nuova umanità — di nuova e forse migliore progettazione — che sarebbe succeduta all’Homo sapiens avesse conosciuto queste cose, senza dubbio avrebbe creato a sua volta una nuova letteratura legata a quei modelli. Ma non era il caso di dare a questi uomini nuovi un incoraggiamento prematuro. La musica — opera lirica esclusa — se l’era cavata meglio, come del resto le arti visive. Tuttavia, la massa del materiale era talmente enorme che una selezione era comunque indispensabile, per quanto a volte arbitraria. Su molti mondi le future generazioni si sarebbero interrogate sulle prime trentotto sinfonie di Mozart, sulla Seconda e la Quarta di Beethoven, e sulle sinfonie di Sibelius dalla Terza alla Sesta comprese. Moses Kaldor era perfettamente consapevole della sua responsabilità e anche della sua inadeguatezza — dell’inadeguatezza di chiunque, fosse anche un uomo di genio — nei confronti del compito che l’attendeva. A bordo della Magellano, immagazzinati nelle gigantesche banche dati, vi erano moltissime cose che la popolazione di Thalassa ignorava completamente, gran parte delle quali avrebbe accolto con gioia anche se non poteva comprenderle a fondo. Il meraviglioso rifacimento dell’Odissea del venticinquesimo secolo, i terribili romanzi di guerra che ancora turbavano dopo mezzo millennio di pace, le grandi tragedie di Shakespeare nella miracolosa traduzione in neolingua di Feinberg, il Guerra e Pace di Lee Chow — ci sarebbero volute ore e ore, se non giorni, soltanto per farne un elenco. Certe volte, quand’era nella biblioteca del complesso del Primo Atterraggio, Kaldor provava la tentazione di fare il dio con i Thalassani, ragionevolmente felici e tutt’altro che ingenui. Confrontava i listati delle banche dati thalassane con quelli delle banche dati dell’astronave, segnandosi ciò che era stato espunto o riassunto. Sebbene fosse per principio contrario a ogni forma di censura, spesso doveva riconoscere la saggezza con cui i selezionatori avevano operato, saggezza opportuna se non altro quando la colonia era ancora giovane. Ma adesso che si era saldamente stabilita, forse qualche inquietudine, un pizzico di creatività, sarebbe anche potuta riuscire utile… Certe volte veniva disturbato da qualche chiamata della nave o da comitive di ragazzini cui gli insegnanti mostravano l’inizio della loro storia. Queste interruzioni non gli davano troppo fastidio; anzi, una in particolare gli faceva molto piacere. Quasi tutti i pomeriggi, se qualche impegno non la tratteneva a Tarna, Mirissa veniva a trovarlo sul suo bel cavallo arabo. I Terrestri erano rimasti sorpresi trovando su Thalassa i cavalli, che sulla Terra erano completamente scomparsi. Ma i Thalassani amavano gli animali e ne avevano ricreati molti attingendo alle vaste collezioni di materiale genetico di cui era provvista la Nave Madre. Certe volte erano animali perfettamente inutili, o anche in qualche modo dannosi, come ad esempio certe simpatiche scimmiette che rubavano in continuazione piccoli oggetti nelle case dei Thalassani. Mirissa gli portava sempre qualche buona cosa da mangiare — di solito qualche frutto o un assaggio di qualcuno dei molti formaggi locali — che Kaldor accettava volentieri. Ma ancora più piacere gli faceva la compagnia di lei: lui che spesso aveva parlato a un pubblico di cinque milioni di persone — più di metà dell’ultima generazione! — adesso si accontentava di un pubblico formato da una sola persona… «Visto che tu discendi da una famiglia di bibliotecari» disse Moses Kaldor «ecco che pensi solo in termini di megabyte. Ma ti ricordo che il termine «biblioteca» deriva da una parola che vuol dire «libro». Avete libri su Thalassa?» «Ma certo» rispose Mirissa con indignazione; non capiva mai bene quando Kaldor stava scherzando. «Milioni di libri… be’, no, migliaia. Sull’Isola Settentrionale c’è uno che stampa dieci libri all’anno con una tiratura di qualche centinaio di copie. Sono molto belli… e molto cari. In genere la gente li compra quando deve fare regali importanti. A me ne hanno donato uno quando ho compiuto i ventun anni. S’intitola Alice nel paese delle meraviglie.» «Mi piacerebbe vederlo, un giorno o l’altro. Io amo molto i libri e a bordo ne ho quasi un centinaio. Forse è per questo che quando sento qualcuno parlare di byte devo fare sempre dei calcoli mentali: un megabyte equivale a un libro, un gigabyte a mille libri, e così via. Solo in questo modo riesco a capire qualcosa quando si parla di banche dati e di trasferimento d’informazioni. Quanto è grande la vostra biblioteca?» Senza distogliere lo sguardo da Kaldor, Mirissa premette qualche tasto. «Questa è un’altra delle cose che io non so fare» fece lui in tono di ammirazione. «Qualcuno ha affermato che dopo il ventunesimo secolo la razza umana si è divisa in due specie distinte, i Verbali e i Digitali. Io so usare la tastiera quando è necessario, naturalmente, però con i miei colleghi elettronici preferisco comunicare a voce.» «Il dato più aggiornato è di un’ora fa» disse Mirissa. «In tutto sono seicentoquarantacinque terabyte.» «Ummm… quasi un miliardo di libri. E quanto era grande in origine?» «Questo te lo posso dire senza controllare. Seicentoquaranta terabyte.» «E così, in settecento anni…» «Sì, sì… Abbiamo scritto solo qualche milione di libri.» «Non intendevo criticare. In fin dei conti, è la qualità che conta, non la quantità. Vorrei che mi mostrassi quelli che tu consideri i capolavori della letteratura thalassana, e anche della musica. Il nostro problema è di stabilire cosa darvi e cosa no. La banca dati di accesso generale a bordo della Magellano comprende più di mille megalibri. Ti rendi conto di cosa significa?» «Se rispondessi di sì, ti impedirei di dirmelo. Non sono così crudele.» «Grazie, mia cara. Ma, sul serio, si tratta di un problema terribile che mi assilla da anni. Certe volte mi viene da pensare che la distruzione della Terra non sia avvenuta troppo presto; la razza umana rischiava di venire schiacciata dalle informazioni che lei stessa aveva generato. «Verso la fine del Secondo Millennio si pubblicavano soltanto — soltanto! — l’equivalente di un milione di libri ogni anno. E mi riferisco esclusivamente a quelle informazioni che, essendo ritenute di un certo valore, venivano conservate a tempo indefinito. «Nel Terzo Millennio questa cifra va moltiplicata per cento. Si calcola che da quando fu inventata la scrittura fino alla fine della Terra si sono scritti qualcosa come dieci miliardi di libri. E, come ti ho detto, noi abbiamo a bordo circa un decimo di questa cifra complessiva. «Se vi dessimo tutto quanto, anche ammesso che abbiate banche dati di capacità sufficiente, ne sareste sopraffatti. Non vi faremmo insomma un favore, ma fermeremmo la vostra crescita culturale e scientifica. E inoltre gran parte di questo materiale non avrebbe per voi nessun senso; passereste secoli a separare il grano dal loglio…» Strano, pensò Kaldor, che questa analogia non mi sia mai venuta in mente prima. Questo era il pericolo che si correva secondo quelli che erano contrari al SETI. Bene, noi non siamo mai entrati in contatto con extraterrestri intelligenti, e nemmeno ne abbiamo mai trovati. Ma i Thalassani sì, e gli extraterrestri siamo noi… Eppure, malgrado provenissero da ambienti tanto diversi, Kaldor e Mirissa avevano molto in comune. La curiosità e l’intelligenza di lei andavano incoraggiate; Kaldor non aveva mai trovato nessuno, nemmeno tra i suoi conterranei, con cui fosse così stimolante conversare. Certe volte gli riusciva così difficile rispondere alle domande di lei che l’unica difesa che gli restasse era l’attacco. «Mi sorprende» le disse dopo aver subìto un interrogatorio particolarmente minuzioso sulla politica del Sistema Solare «che tu non abbia continuato la tradizione paterna venendo a lavorare in biblioteca full-time. Per te sarebbe il lavoro ideale.» «Ci ho pensato. Ma mio padre ha passato tutta la vita a rispondere alle domande altrui e a preparare relazioni per i burocrati dell’Isola Settentrionale. Non ha mai avuto il tempo per seguire i suoi interessi.» «E tu?» «A me piace la ricerca, ma mi piace anche vederla applicata. È per questo che mi hanno eletta vicedirettrice del Progetto Sviluppo di Tarna.» «Che, temo, è risultato alquanto danneggiato da certe tue iniziative. Così mi ha detto il direttore quando l’ho incontrato fuori dell’ufficio del sindaco.» «Lo sai che Brant non diceva sul serio. Si tratta di un piano a lungo termine, e la data di completamento è solo approssimativa. Se davvero lo Stadio del Ghiaccio per le Olimpiadi si deve costruire qui, allora bisognerà modificare il progetto — in meglio, ritengono i più. Naturalmente, quelli dell’Isola Settentrionale lo vogliono loro… dicono che noi abbiamo già il Primo Atterraggio, e che questo basta e avanza.» Kaldor ridacchiò; era al corrente della rivalità che tradizionalmente esisteva tra le due isole. «Non hanno tutti i torti, mi sembra. Soprattutto adesso che disponete di un’altra attrazione, e cioè di noi stessi. Non bisogna essere troppo avidi.» Erano giunti a conoscersi così bene — e a piacersi, anche — che potevano scherzare su Thalassa o sulla Magellano con la stessa imparzialità. E tra di loro non avevano segreti; potevano parlare in tutta franchezza di Loren e di Brant, e infine Moses Kaldor scoprì di poter parlare anche della Terra. «… Oh, ho perso il conto di tutti i mestieri che ho fatto, Mirissa. Ma per la maggior parte non si trattava di posizioni particolarmente importanti. Per molto tempo ho insegnato scienze politiche a Cambridge, su Marte. E ti puoi immaginare che confusione, visto che c’era un’università più antica in un’altra Cambridge, ma nel Massachusetts, e un’altra ancora molto più antica sempre a Cambridge, ma in Inghilterra. «Ma verso la fine Evelyn e io ci siamo trovati a occuparci soprattutto dei problemi sociali più immediati, e della pianificazione dell’Ultimo Esodo. A quanto pareva non ero privo di… be’, diciamo di una certa capacità oratoria, ed ero quindi in grado di dare una mano alla gente per affrontare il futuro — quel po’ di futuro che ci era rimasto, cioè. «Eppure non ci siamo mai convinti davvero che la Fine sarebbe giunta durante la nostra vita. E come avremmo potuto? Se qualcuno mi avesse detto che io avrei lasciato la Terra e tutto ciò che ho amato…» Il volto gli si contrasse per l’emozione, e Mirissa attese in comprensivo silenzio che riacquistasse il controllo di sé. Le domande che avrebbe voluto fare erano così tante che non sarebbe bastata una vita intera per rispondere a tutte; e invece aveva a disposizione un anno soltanto prima che la Magellano riprendesse il suo viaggio tra le stelle. «Quando mi dissero che mi volevano sulla Magellano, io impiegai tutta la mia abilità filosofica e retorica per dimostrar loro che si sbagliavano. Ero troppo vecchio; tutto ciò che sapevo era comunque già immagazzinato nelle banche dati; altri avrebbero potuto fare un lavoro di gran lunga migliore… insomma dissi loro ogni sorta di cose tranne la ragione vera. «Alla fine fu Evelyn a decidere per me; è proprio vero, Mirissa, che in certe cose le donne sono molto più forti degli uomini… ma perché mai ti sto dicendo questo? ««Hanno bisogno di te». Così cominciava il suo ultimo messaggio. «Siamo stati insieme per quarant’anni, e ora ci resta soltanto un mese. Va’, con tutto il mio amore. Non cercare di trovarmi.» «Non saprò mai se ha visto la fine della Terra così come l’ho vista io lasciando il Sistema Solare.» 25. Lo scorpione di mare Aveva già visto Brant senza vestiti, la volta in cui erano andati in barca, ma allora non si era reso conto appieno della formidabile muscolatura del giovanotto… Brant era molto più giovane di lui. Loren aveva sempre avuto cura del suo corpo, ma da quando aveva lasciato la Terra non aveva avuto molte opportunità di praticare sport o anche di fare dell’esercizio fisico. Brant, invece, aveva fatto funzionare i muscoli ogni giorno della sua vita, e si vedeva. Loren non ce l’avrebbe fatta mai contro di lui a meno di non poter ricorrere alle arti marziali della vecchia Terra — arti di cui non sapeva assolutamente nulla. Quella faccenda era del tutto ridicola. Gli ufficiali suoi colleghi erano lì sogghignanti come tante iene. Il capitano Bey era pronto con il cronometro. E c’era anche Mirissa con un’aria che si poteva definire soltanto soddisfatta di sé. «… due… uno… zero… VIA!» disse il capitano. Brant si mosse rapido come un cobra che scatta. Loren cercò di evitare l’assalto ma con orrore si accorse di non riuscire più a controllare il proprio corpo. Il tempo sembrava rallentato… Le gambe s’erano fatte di piombo e si rifiutavano di obbedirgli… Stava per perdere non solo Mirissa, ma anche la sua virilità… A questo punto — per fortuna — si era svegliato, ma il sogno non aveva cessato di turbarlo. Il suo significato era evidente, ma ciò non lo rendeva meno angoscioso. Si chiese se era il caso di raccontarlo a Mirissa. Certamente non l’avrebbe raccontato a Brant, il cui atteggiamento era sempre amichevole ma la cui compagnia Loren trovava ora imbarazzante. Quel giorno però gli avrebbe fatto piacere; se aveva visto giunto, si sarebbero trovati a dover affrontare qualcosa di molto più importante delle loro questioni private. Non vedeva l’ora di vedere la reazione di Brant di fronte all’inatteso visitatore giunto durante la notte. Il canale di cemento che conduceva l’acqua di mare all’impianto di produzione del ghiaccio era lungo cento metri e terminava in un bacino circolare la cui capienza era esattamente quella necessaria per produrre un fiocco di neve. Giacché il ghiaccio da solo costituiva un materiale da costruzione di non grandi qualità, era necessario rinforzarlo, a questo scopo si usavano lunghi ciuffi di alghe provenienti dai Grandi Sargassi Orientali. L’impasto di ghiaccio e di alghe che ne risultava veniva chiamato ghiacciocemento, e si poteva star certi che non si sarebbe spostato — così come fanno i ghiacciai — durante le settimane e i mesi in cui la Magellano avrebbe accelerato. «Eccolo lì.» Loren, insieme a Brant sul bordo della vasca, indicò un varco tra gli arruffati ciuffi di alghe. L’essere che stava mangiando alghe assomigliava, nell’impianto generale, a un’aragosta terrestre ma era due volte più grosso di un uomo. «Ha mai visto qualcosa del genere?» «No» rispose Brant con fervore. «E non me ne duole affatto. Che mostro! Come avete fatto a prenderlo?» «Non l’abbiamo preso. È venuto da sé, non so se nuotando o camminando, dal mare attraverso il canale. Poi ha trovato le alghe e ha deciso di farsi un pasto gratuito.» «Non mi sorprende che abbia chele di quelle dimensioni; quelle alghe sono parecchio dure.» «Be’, se non altro non è carnivoro.» «Io non ci metterei la mano sul fuoco.» «Speravo che tu potessi dirci qualcosa di più sul suo conto.» «Noi conosceremo sì e no un centesimo della fauna marina di Thalassa. Un giorno costruiremo dei batiscafi e andremo a esplorare le grandi profondità. Ma ci sono tante altre cose più importanti, e sono così pochi quelli cui potrebbe interessare una cosa del genere.» Non saranno pochi per molto, si disse sarcasticamente Loren. Vediamo quanto ci mette Brant ad accorgersene da solo, pensò. «L’ufficiale scientifico Varley ha fatto qualche ricerca. Mi ha detto che sulla Terra di alcuni milioni di anni fa esisteva qualcosa di molto simile. I paleontologi gli hanno dato un nome molto azzeccato: scorpione di mare. L’oceano primordiale doveva essere un posto molto eccitante.» «Proprio il tipo di bestia cui a Kumar piacerebbe dare la caccia» disse Brant. «Cosa ne volete fare?» «Studiarlo e poi lasciarlo andare.» «Vedo che gli avete già messo un contrassegno.» Così se n’è accorto, pensò Loren. Bravo. «Noi non gli abbiamo messo niente. Guarda bene.» Brant, un’espressione di perplessità sul volto, appoggiò un ginocchio a terra e guardò più da vicino. Lo scorpione gigante lo ignorò completamente e continuò a strappare alghe con le chele formidabili. Una di quelle chele non era esattamente come l’aveva fatta la natura. All’articolazione della chela destra la bestia aveva parecchi giri di filo metallico quasi a formare una sorta di rozzo bracciale. Brant riconobbe di che filo metallico si trattava, e rimase a bocca aperta. «Allora ho indovinato» disse Loren. «Adesso sai cosa è successo alle tue nasse elettriche. Credo sia meglio fare quattro chiacchiere con la dottoressa Varley… e con i vostri scienziati, anche.» «Io sono specializzata in astronomia» aveva protestato Anne Varley dal suo ufficio a bordo della Magellano. «A te serve qualcuno che sia insieme zoologo, paleontologo, etologo… e abbia un’altra mezza dozzina di specializzazioni ancora. Comunque ho fatto qualche ricerca, e ne troverai i risultati nel tuo computer registrati in un file denominato SCORP. Non ti resta altro da fare che esaminarli… e buona fortuna!» La dottoressa Varley era stata troppo modesta: come al solito aveva fatto un ottimo lavoro vagliando la quasi infinità di quantità di informazioni raccolte nelle banche dati principali della nave, e si cominciava a intravedere qualche conclusione. Nel frattempo l’essere che era la causa di tutta quell’agitazione continuava a pascolare pacificamente nella sua vasca, senza badare ai visitatori che arrivavano in continuazione per esaminarlo o solo per starlo a guardare a bocca aperta. Malgrado l’aspetto estremamente minaccioso — le chele erano lunghe quasi mezzo metro e si sarebbero dette in grado di staccare di netto la testa di un uomo senza il minimo sforzo — l’essere non sembrava affatto aggressivo. Non cercava nemmeno di andarsene, forse perché aveva trovato un’abbondante provvista di cibo. Si ipotizzava anche che potesse essere stato attirato da qualche sostanza chimica secreta dalle alghe. Se era capace di nuotare non lo dava a vedere: si accontentava di spostarsi utilizzando sei zampe corte e massicce. Il corpo, lungo quattro metri, era rinchiuso in un esoscheletro vivacemente colorato bene articolato e flessibile. Un’altra notevole caratteristica erano i palpi, o piccoli tentacoli, disposti a corona intorno al becco che gli fungeva da bocca. Assomigliavano in modo sorprendente — e persino inquietante — a tozze dita umane, ed erano agili proprio come dita. Sebbene venissero impiegati soprattutto per portare il cibo alla bocca, i palpi erano chiaramente capaci di attività molto più complesse, ed era affascinante vedere con quanta destrezza lo scorpione impiegava questi piccoli tentacoli insieme alle chele. Gli occhi — quattro, di cui due molto grandi e probabilmente da impiegarsi in condizioni di scarsa luminosità, giacché di giorno l’animale li teneva chiusi — gli dovevano fornire una visione eccellente. Nel complesso, l’essere era molto bene attrezzato per vedere e manipolare quanto lo circondava. Caratteristiche fondamentali, queste, dell’intelligenza. Eppure a nessuno sarebbe mai venuto in mente che quella bizzarra creatura potesse essere intelligente se non fosse stato per il filo metallico volutamente attorcigliato attorno alla chela destra. Questo particolare, però, non provava nulla. Risultava infatti dai dati a disposizione che sulla Terra erano esistiti alcuni animali che di proposito raccoglievano oggetti costruiti dall’uomo. Se la documentazione non fosse stata inoppugnabile, nessuno avrebbe mai creduto che la gazza e una certa specie di ratto americano avevano la mania di collezionare oggetti colorati o luccicanti, e anche di disporli con apparente senso artistico. La Terra presentava moltissimi di questi misteri, che nessuno avrebbe mai più potuto risolvere. Forse lo scorpione marino di Thalassa era un animale provvisto di un istinto analogo, e mosso da motivazioni altrettanto inscrutabili. Si avanzarono numerose teorie. La meglio accettata — forse perché non calcava troppo la mano sull’eventuale intelligenza dello scorpione — ipotizzava che il braccialetto avesse uno scopo esclusivamente ornamentale. Avvolgere il filo alla chela era un’operazione non troppo facile, e sorse un ampio dibattito sulla possibilità che l’animale avesse fatto una cosa simile da sé, o si fosse avvalso di un’assistenza esterna. L’assistenza in questione, naturalmente, sarebbe stata fornita da un umano. Forse lo scorpione era fuggito dal laboratorio di qualche eccentrico scienziato che lo teneva come animale da compagnia, ma ciò era molto improbabile. Poiché su Thalassa si conoscevano tutti, sarebbe stato molto difficile serbare per lungo tempo un segreto del genere. C’era anche un’altra teoria, la più improbabile di tutte ma anche la più audace per le sue implicazioni. Forse il braccialetto era un distintivo di grado. 26. Fiocchi di neve che salgono Era un lavoro altamente specializzato inframmezzato da lunghi periodi di noia; ciò lasciava al tenente Owen Fletcher molto tempo per pensare. Troppo tempo, anzi. Lui era uno di quelli addetti all’argano: il suo compito era di tirare su un carico di seicento tonnellate appeso a un filo incredibilmente resistente. Una volta al giorno la sonda autoguidata scendeva lungo un percorso fisso fin sulla superficie di Thalassa trascinandosi dietro un cavo lungo trentamila chilometri che tracciava un arco geometricamente complesso. La sonda atterrava automaticamente sul carico da issare, e una volta eseguiti i necessari controlli l’argano cominciava a riavvolgere il cavo. I momenti critici erano due: quello in cui il fiocco di neve si staccava dal suolo di Thalassa e l’avvicinamento alla Magellano, quando il grande esagono di ghiaccio andava fatto fermare a un chilometro soltanto dalla nave. L’operazione di sollevamento cominciava a mezzanotte, e da Tarna su fino all’orbita stazionaria in cui s’era inserita la Magellano richiedeva circa sei ore. Poiché la Magellano si trovava esposta al Sole al momento del rendezvous, bisognava in primo luogo tenere il fiocco di neve all’ombra, a evitare che i roventi raggi sciogliessero il prezioso carico e lo facessero evaporare nello spazio. Solo dopo che il lastrone di ghiaccio era stato messo al riparo del grande schermo antiradiazioni, le pinze dei robot telecomandati potevano togliere il rivestimento isolante che l’aveva protetto durante l’ascesa. Quindi bisognava rimuovere l’intelaiatura utilizzata per sollevare il carico e poi rimandarla su Thalassa. Certe volte la piastra metallica, simile a una gigantesca padella esagonale voluta da un cuoco eccentrico, non si staccava dal ghiaccio; in questi casi bastava riscaldarla un poco. Ora il lastrone di ghiaccio di forma geometricamente perfetta era sospeso immobile a cento metri dalla Magellano; a questo punto cominciava la parte più delicata dell’operazione. Una massa di seicento tonnellate e di peso zero era qualcosa di totalmente estraneo alle reazioni istintive dell’uomo; solo il computer poteva stabilire quali spinte applicare, e in che direzione, e per quanto tempo, per mettere in posizione l’iceberg artificiale. Ma era sempre possibile l’insorgere di un problema o di una qualsiasi emergenza che anche i robot più intelligenti non erano in grado di affrontare: Fletcher non era mai intervenuto, ma doveva essere pronto a farlo se fosse stato necessario. Io sto collaborando alla costruzione, pensò, di un gigantesco favo di ghiaccio. Il primo strato del favo era quasi terminato, e ne restavano altri due. Se non fossero capitati imprevisti, lo schermo sarebbe stato completato entro centocinquanta giorni. Quindi lo avrebbero provato a bassa accelerazione per verificare che tutti i blocchi fossero ben collegati l’uno all’altro; dopo di che la Magellano sarebbe partita per percorrere l’ultimo tratto del suo viaggio verso le stelle. Fletcher svolgeva il suo lavoro in modo inappuntabile — ma solo con la mente, non col cuore. Il cuore l’aveva già dato a Thalassa. Era nato su Marte, e Thalassa aveva tutto ciò che al suo pianeta mancava. Aveva visto le fatiche di generazioni e generazioni dissolversi nel fuoco; perché ricominciare secoli dopo su un altro mondo ancora, quando avevano già trovato il paradiso? E, naturalmente, c’era una ragazza che l’aspettava, sull’Isola Meridionale… Ormai si era quasi deciso: al momento giusto avrebbe disertato. I Terrestri potevano benissimo fare senza di lui, e impiegare tutta la loro potenza e le loro capacità — spezzandosi forse il corpo e il cuore — contro le rocce ostinate di Sagan Due. Egli augurava loro buona fortuna; una volta portato a termine il suo dovere, la sua casa era su Thalassa. Trentamila chilometri più in basso, anche Brant Falconer era giunto a una decisione cruciale. «Vado sull’Isola Settentrionale.» Mirissa rimase sdraiata senza dire nulla; infine, dopo molto tempo, o così parve a Brant, chiese: «Perché?». Non vi era né sorpresa né dispiacere nella sua voce. A tal punto, lui pensò, erano cambiate le cose tra loro due. Ma prima che Brant potesse rispondere, Mirissa aggiunse: «Non ti piacerà». «Forse è meglio che qui… come vanno le cose adesso. Qui non mi sento più a casa mia.» «Ma la tua casa è questa.» «No, finché la Magellano è in orbita.» Mirissa tese il braccio e toccò l’estraneo disteso accanto a lei. Lui, se non altro, non si scostò. «Brant» disse. «Io non volevo questo. E nemmeno Loren, ne sono certa.» «Questo non mi è di grande consolazione. E, in tutta franchezza, non riesco a capire cosa ci trovi in lui.» Mirissa quasi sorrise. Questi uomini, pensò, avevano detto la stessa cosa alle loro donne nel corso della storia umana? E quante donne avevano fatto la domanda analoga: «Ma cosa ci trovi, in quella là?». La domanda non aveva risposta, naturalmente; anche solo un tentativo di risposta avrebbe soltanto peggiorato le cose. Ma certe volte Mirissa aveva cercato, per sua soddisfazione, di stabilire che cosa avesse attratto Loren e lei fin dal primo momento in cui s’erano visti. Per la maggior parte si trattava della misteriosa chimica dell’amore, inafferrabile all’analisi razionale, inesplicabile per chiunque non condividesse la stessa illusione. C’erano però altre cose che invece si potevano chiarire e spiegare razionalmente. Era utile capire quali fossero questi elementi; un giorno (troppo presto!) questa conoscenza l’avrebbe aiutata ad affrontare il momento della separazione. In primo luogo vi era l’alone di tragica grandezza che circondava tutti i Terrestri; Mirissa non lo sottovalutava, ma si rendeva anche conto che questa era una qualità comune a tutti i compagni di viaggio di Loren. Cos’aveva Loren di tanto speciale che a Brant mancava? Per quanto riguardava l’amore fisico, sarebbe stato imbarazzante scegliere tra i due; forse Loren aveva più immaginazione, e Brant più passione — però, a pensarci bene, non s’era fatto più freddo Brant nelle ultime settimane? Sotto questo punto di vista, entrambi la soddisfacevano appieno. No, non era questo… Forse Mirissa stava cercando qualcosa di inesistente. Non si poteva parlare di singoli elementi, ma di un’intera costellazione di qualità. Qualcosa dentro di lei, qualche istinto bene al disotto del pensiero conscio, aveva fatto i conti; e Loren era risultato con qualche punto in più rispetto a Brant. Forse era avvenuto semplicemente questo. Comunque, c’era almeno un campo in cui Loren superava decisamente Brant. Loren aveva spinta e ambizione: le doti che su Thalassa erano così rare. Senza dubbio era stato scelto proprio per queste qualità di cui avrebbe avuto bisogno nei secoli che l’attendevano. Brant invece non aveva ambizioni, sebbene non mancasse di spirito d’iniziativa; bastava pensare al suo progetto ancora incompleto, delle nasse elettriche. All’universo non chiedeva altro se non che gli fornisse delle macchine interessanti con cui giocare; e certe volte Mirissa aveva il sospetto che in qualche modo egli facesse rientrare anche lei in quella categoria. Loren, al contrario, aveva la personalità del grande esploratore o del grande avventuriero. Era uno di quelli che fanno la Storia, non di coloro che si limitano a subirla. Eppure sapeva anche — non spesso, è vero, ma ora sempre meno di rado — essere tenero e umano. Mentre congelava i mari di Thalassa, il suo cuore aveva cominciato a riscaldarsi. «E cosa hai intenzione di fare sull’Isola Settentrionale?» bisbigliò Mirissa. Già avevano entrambi accettato la decisione di Brant senza discutere. «Mi hanno chiesto di dare una mano ad armare la Calypso. Laggiù non sono molto esperti di cose di mare.» Mirissa ne fu sollevata; Brant non l’abbandonava, la lasciava solo per andare a fare un certo lavoro. Il lavoro l’avrebbe aiutato a dimenticare — finché, forse, non sarebbe giunto il momento di ricordare. 27. Specchio del passato Moses Kaldor alzò il modulo di memoria verso la luce guardandolo come se potesse vederne il contenuto a occhio nudo. «Continua a sembrarmi un miracolo» disse. «Com’è possibile che riesca a tenere un milione di libri tra indice e pollice? Chissà cosa direbbero Caxton e Gutenberg.» «Chi?» chiese Mirissa. «Sono quelli che hanno cominciato a far leggere tutta quanta la razza umana. Ma c’è un prezzo da pagare per la nostra ingegnosità. Certe volte faccio un brutto sogno: m’immagino che uno di questi moduli contenga un’informazione assolutamente vitale — diciamo la cura per una terribile epidemia — ma che per qualche motivo non si sappia più dov’è. La cura esiste, è su una pagina tra questi miliardi di pagine, ma non sappiamo su quale. Come sarebbe spaventoso avere la risposta in mano, tra due dita, e non poterla trovare!» «Non vedo il problema» disse la segretaria del capitano. Essendo un’esperta nel campo dell’immagazzinamento e del recupero dati, Joan LeRoy si occupava del trasferimento delle informazioni dall’astronave agli Archivi di Thalassa. «Almeno le parole chiave dell’informazione necessaria devono essere note. Non bisogna far altro che impostare un programma di ricerca. Si possono controllare un miliardo di pagine in pochi secondi.» «Mi hai rovinato il mio incubo» disse Kaldor con un sospiro. Poi si illuminò. «Però molte volte non si conoscono nemmeno le parole chiave. Quante volte mi è capitato di scoprire una cosa che non sapevo mi servisse! Solo dopo averla trovata mi sono reso conto che poteva essermi utile.» «Questo significa che sei molto male organizzato» fece il tenente LeRoy. I due apprezzavano molto questi battibecchi, e Mirissa non sapeva bene quando prenderli sul serio. Joan e Moses non cercavano deliberatamente di escluderla dalla conversazione, ma ciò di cui solitamente parlavano era così lontano dalla sua esperienza che certe volte aveva l’impressione di sentir parlare in una lingua sconosciuta. «Comunque, ora l’Indice Generale è completato. Adesso sappiamo cosa abbiamo noi e cosa avete voi; resta solo — solo! — da decidere cosa vogliamo trasferire e cosa no. Sarebbe troppo scomodo, per non dire costoso, farlo quando saremo lontani settantacinque anni luce.» «Il che mi fa venire in mente una cosa» intervenne Mirissa. «Forse faccio male a dirvelo, ma la settimana scorsa è venuta qui una delegazione dell’Isola Settentrionale. Erano il presidente dell’Accademia delle Scienze e due fisici.» «Fammi indovinare. Il motore quantico.» «Esatto.» «Come hanno reagito?» «Mi sono sembrati soddisfatti… e sorpresi, anche. Non si aspettavano di trovare che i dati c’erano davvero. Ne hanno fatto una copia, naturalmente.» «Buona fortuna a loro; ne avranno bisogno. Puoi anche dir loro questo. Non so più chi ha affermato che la reale funzione del motore quantico non è una cosa banale come il viaggio interstellare. Avremo bisogno dell’energia del motore quantico per impedire all’universo di collassare fino a riformare il buco nero primordiale… iniziando così un nuovo ciclo di esistenza.» Cadde un riverente silenzio. Quindi Joan LeRoy ruppe l’incantesimo. «Ciò non avverrà certo nel corso di questa amministrazione. Torniamo al lavoro. Abbiamo ancora parecchi megabyte da fare prima di andare a dormire.» Ma non c’era il lavoro soltanto. Certe volte Kaldor si allontanava dalla biblioteca del Primo Atterraggio per svagarsi un po’. Faceva allora un giro per la galleria d’arte, oppure una visita guidata — dal computer — della Nave Madre (cambiando ogni volta itinerario per vedere quante più cose possibili), o andava a ritroso nel tempo visitando il museo. C’era sempre una lunga fila davanti al padiglione della Terra. Moses Kaldor si sentiva a volte un po’ colpevole perché ricorreva alla sua posizione di privilegio per passare davanti a tutti. Si consolava dicendosi che i Thalassani avevano tutta la vita per ammirare i panorami di un mondo che non avevano mai conosciuto; lui invece disponeva di qualche mese soltanto in cui poter rivedere la patria perduta. Incontrò molte difficoltà a convincere gli amici che lui, Moses Kaldor, non aveva mai visto i luoghi di cui talvolta ammiravano insieme le riproduzioni. Tutto ciò che si vedeva risaliva ad almeno ottocento anni prima della nascita di Kaldor, perché la Nave Madre aveva lasciato la Terra nel 2751, e Kaldor era nato nel 3541. Eppure certe volte sentiva un tuffo al cuore, e i ricordi l’assalivano con forza quasi insopportabile. Tra le scene che maggiormente lo turbavano vi era quella intitolata «Caffè all’aperto». Ci si sedeva a un tavolino, sotto una pergola, bevendo vino o caffè mentre la vita della città scorreva proprio lì accanto. Fin quando restava seduto non c’era assolutamente modo di riconoscere la finzione dalla realtà. Le grandi città della Terra erano in quel padiglione come restituite alla vita. Roma, Parigi, Londra, New York… d’estate e d’inverno, di notte e di giorno, osservava turisti e commercianti e studenti e innamorati andare ciascuno per la propria strada. Spesso costoro si accorgevano di venir ripresi, e allora gli sorridevano attraverso i secoli, e non rispondere era impossibile. In altre scene non c’era invece nessuno; anche i manufatti dell’uomo erano assenti. Moses Kaldor poteva allora guardare, così come aveva fatto in quella sua altra vita, l’acqua vaporizzata delle cascate Vittoria, o la luna che sorgeva sopra il Grand Canyon, le nevi dell’Himalaya, le montagne di ghiaccio dell’Antartico. A differenza delle città, questi panorami non erano cambiati da mille anni a questa parte. E sebbene già esistessero prima dell’Uomo, non gli erano sopravvissuti. 28. La foresta sommersa Lo scorpione di mare pareva non aver fretta; la prese con comodo, tanto che gli ci vollero dieci giorni per percorrere cinquanta chilometri. Quasi subito la piccola emittente sonar che era stata assicurata — non senza difficoltà — al carapace dell’animale infuriato rivelò una cosa strana. Lo scorpione si muoveva sul fondo del mare in modo perfettamente rettilineo, come se sapesse benissimo dove aveva intenzione di andare. Parve evidente che avesse raggiunto la sua destinazione — qualunque essa fosse — a duecentocinquanta metri di profondità. Poi lo scorpione continuò a muoversi, ma sempre aggirandosi in un’area molto ristretta. Ciò per altri due giorni dopo di che il segnale cessò all’improvviso. Che lo scorpione fosse stato divorato da qualche altro animale ancora più grosso e più feroce era una spiegazione troppo semplicistica. La trasmittente era racchiusa entro un solido cilindro di metallo; denti, zanne e tentacoli — per quanto poderosi — avrebbero impiegato almeno qualche minuto per romperlo, e inoltre l’apparecchio avrebbe continuato tranquillamente a funzionare se qualche grosso animale l’avesse inghiottito intero. Rimanevano dunque due sole possibilità, la prima delle quali fu respinta con indignazione dal personale del Laboratorio Subacqueo dell’Isola Settentrionale. «Ogni singolo componente aveva un suo duplicato» disse il direttore. «Inoltre, abbiamo ricevuto l’impulso diagnostico soltanto due secondi prima dell’interruzione del segnale, e tutto era normale. Quindi è escluso che si tratti di un guasto.» Rimaneva allora soltanto l’altra spiegazione, quella impossibile. L’emittente era stata spenta. E per far questo bisognava aprire una serratura. Una serratura non si apre per caso; accade forse per caso se ci si traffica intorno, ma normalmente si apre solo quando qualcuno la vuole aprire. La Calypso, un venti metri a due scafi paralleli, era non solo la più grande, ma anche l’unica nave oceanografica di Thalassa. Di solito stava alla fonda sull’Isola Settentrionale, e ciò diede a Loren occasione di notare gli amichevoli sfottimenti tra il personale scientifico della nave e gli ospiti di Tarna, che venivano considerati alla stregua di ignoranti pescatori. Dal canto loro, quelli dell’Isola Meridionale coglievano ogni occasione per vantarsi di essere loro quelli che avevano scoperto lo scorpione di mare. Loren non si prese la briga di far osservare che la verità era un’altra. Fu un piccolo trauma rivedere Brant, anche se Loren avrebbe dovuto aspettarselo, in quanto sapeva che Brant si era occupato dell’equipaggiamento della nave. Si salutarono con fredda cortesia, senza badare agli sguardi curiosi o divertiti degli altri passeggeri. C’erano ben pochi segreti su Thalassa; ormai tutti sapevano chi occupava la miglior camera degli ospiti di casa Leonidas. L’apparecchiatura pronta sul ponte di poppa sarebbe stata familiare a ogni oceanografo degli ultimi duemila anni. Era costituita da un telaio di metallo sul quale erano assicurate tre telecamere, un cestello di filo metallico in cui mettere i campioni raccolti dal braccio meccanico a controllo telecomandato e alcuni idrogetti che permettevano di spostarsi in ogni direzione. Una volta calata in acqua, l’apparecchiatura inviava immagini e dati alla nave attraverso fibre ottiche il cui spessore complessivo non superava quello di una mina da matita. La tecnologia era vecchia di secoli, ma ancora perfettamente all’altezza. Ora la terra era fuori vista, e per la prima volta Loren si trovò completamente circondato dall’acqua. Ripensò a quanto l’aveva preoccupato la gita con Brant e Kumar, quando si erano allontanati sì e no un chilometro dalla spiaggia. Ma questa volta, notò con soddisfazione, si sentiva molto più a suo agio malgrado la presenza del rivale. Forse anche perché l’imbarcazione era parecchio più grande… «Strano» disse Brant. «Non avevo mai trovato i sargassi così a ovest.» In un primo momento Loren non vide nulla; poi si accorse che, a prua, sull’acqua c’era qualcosa di scuro. Qualche minuto dopo l’imbarcazione si trovò circondata dalla vegetazione galleggiante, e il capitano dovette ridurre la velocità al minimo. «Comunque siamo quasi arrivati» disse. «Inutile intasare le prese d’acqua con quella roba. D’accordo, Brant?» Brant regolò un cursore sullo schermo e fece qualche calcolo. «Sì… siamo a cinquanta metri soltanto dal punto in cui emittente ha cessato di trasmettere. Profondità duecentodieci. Caliamo il pesce in mare?» «Un momento» fece uno scienziato dell’Isola Settentrionale. «Abbiamo investito un mucchio di tempo e di soldi in quella macchina, che è unica al mondo. E se finisse per impigliarsi nei sargassi?» Vi fu una pausa di pensieroso silenzio; quindi Kumar, che era stato insolitamente zitto forse perché messo in soggezione da quelli dell’Isola Settentrionale, prese la parola con una certa diffidenza. «Visti da qui sembrano peggio di quello che sono in realtà. A dieci metri di profondità già non ci sono più foglie, solo steli grossi e radi. Tra uno stelo e l’altro c’è parecchio spazio, come in una foresta.» Sì, pensò Loren, una foresta sottomarina con i pesci che nuotano tra i tronchi sottili e sinuosi. Mentre gli scienziati osservavano lo schermo principale e i diversi quadri strumenti, Loren si era messo un paio di occhiali a visione totale che escludevano ogni cosa dal campo visivo tranne la scena trasmessa dal robot che continuava a scendere con lentezza. Psicologicamente non si trovava più sul ponte della Calypso; le voci dei suoi compagni gli parevano giungere da un altro mondo, un mondo con cui egli non aveva nulla a che fare. Era diventato un esploratore che si addentrava in un universo alieno in cui non sapeva cosa avrebbe potuto incontrare. Era un universo quasi monocromatico; gli unici colori erano il blu e il verde, e la visibilità non si estendeva oltre i trenta metri. Tutto intorno vedeva dei tronchi sottili sostenuti da vesciche piene di gas che, disposte lungo di essi a intervalli regolari, davano loro la spinta ascensionale necessaria. I tronchi sprofondavano nell’oscurità e salivano verso il «cielo» luminoso formato dalla superficie del mare. Certe volte aveva l’impressione di stare attraversando un folto d’alberi durante una giornata grigia e nebbiosa; ma subito passava, sfrecciando, un banco di pesci che distruggeva l’illusione. «Duecentocinquanta metri» disse qualcuno. «Tra poco si vedrà il fondo. Accendiamo i fari? La qualità dell’immagine sta peggiorando rapidamente.» Loren non se n’era accorto, perché i controlli automatici avevano mantenuto costante la luminosità. Però si rese conto che a quella profondità l’oscurità doveva essere praticamente completa, se non altro per l’occhio umano. «No. Non vogliamo interferire se non quando sarà proprio necessario. Fin quando la telecamera funziona, accontentiamoci della luce che c’è.» «Ecco il fondo! È per lo più roccioso… c’è poca sabbia.» «Naturalmente. Il Macrocystis thalassi ha bisogno di aggrapparsi con le radici alla roccia. Non è come il sargasso terrestre, che galleggia liberamente sulla superficie delle acque.» Loren capì meglio ciò che intendeva lo scienziato quando vide che i tronchi sottili terminavano con una rete di radici aggrappate alle sporgenze rocciose così saldamente che né le tempeste né le correnti marine potevano strappar via le piante. L’analogia con una foresta terrestre era più stretta di quanto avesse creduto. L’apparato robot si addentrava nella foresta sottomarina con grande cautela tirandosi dietro il cavo che lo collegava alla nave. I tronchi erano molto distanziati, e non c’era pericolo che il cavo s’impigliasse. Anzi, erano così ben distanziati che parevano deliberatamente… Gli scienziati che osservavano lo schermo compresero l’incredibile verità solo qualche secondo più tardi di Loren. «Krakan!» sussurrò uno di loro. «Quella non è una foresta naturale… è una piantagione!» 29. I Sabra Si facevano chiamare Sabra, come quei pionieri che millecinquecento anni prima, avevano domato sulla Terra un deserto quasi egualmente ostile. I Sabra di Marte avevano però un vantaggio rispetto a quegli altri; non avevano nemici umani, ma solo il clima terribile, l’atmosfera strettamente rarefatta, le tempeste di sabbia che infuriavano su tutto il pianeta. Avevano superato questi ostacoli; e con orgoglio dicevano che non solo erano sopravvissuti, ma che avevano vinto. Questa citazione era una delle tante cose che avevano ricevuto dalla Terra — un debito, questo, che per via del loro fiero spirito d’indipendenza erano riluttanti ad ammettere. Per più di mille anni un’illusione li aveva sostenuti un’illusione che era stata per loro quasi una religione. Essa; come tutte le religioni, aveva svolto un ruolo sociale importantissimo: aveva dato loro un principio superiore in cui credere, e uno scopo per cui vivere. Fin quando i calcoli non avevano dimostrato altrimenti essi avevano creduto — o sperato — che Marte potesse sfuggire al destino della Terra. Se la sarebbero cavata per un soffio, naturalmente; la maggiore distanza dal Sole avrebbe ridotto le radiazioni solo del cinquanta per cento — ma questo sarebbe bastato. Protetti da antichissime calotte polari spesse chilometri, forse i Marziani sarebbero potuti sopravvivere là dove gli Uomini sarebbero morti. Qualcuno aveva addirittura fantasticato — sebbene solo pochi spiriti inguaribilmente romantici vi avessero creduto davvero — che il ghiaccio polare, fondendosi, avrebbe ricostituito gli antichi oceani marziani. E poi, forse, l’atmosfera sarebbe diventata meno rarefatta, così da permettere agli abitanti di muoversi liberamente all’aperto, forniti soltanto di un semplice respiratore e di indumenti isolanti. Queste speranze furono dure a morire, ma alla fine le equazioni implacabili le uccisero. In nessun modo i Sabra avrebbero potuto salvarsi. Sarebbero morti anche loro assieme al mondo da cui provenivano, quel mondo di cui tante volte avevano disprezzato la mollezza. E adesso, laggiù, sotto la Magellano, vi era un pianeta che riassumeva tutte le speranze e i sogni delle ultime generazioni di coloni marziani. Mentre Owen Fletcher guardava gli immensi oceani di Thalassa, un solo pensiero lo ossessionava. Dai dati inviati dalle sonde automatiche, Sagan Due era un mondo molto simile a Marte, e questo era il motivo per cui lui e i suoi compatrioti erano stati scelti per il viaggio. Ma perché riprendere la stessa battaglia dopo trecento anni, e settantacinque anni luce lontano, quando avevano già in pugno la vittoria? Fletcher non aveva più intenzione di disertare soltanto; troppo si sarebbe dovuto lasciare dietro le spalle. Era facile nascondersi su Thalassa; ma cosa sarebbe stato di lui quando la Magellano fosse partita portando con sé gli amici, i colleghi? Dodici Sabra erano ancora in ibernazione. Dei quattro che erano svegli come lui, ne aveva sondati cautamente due, che gli erano parsi favorevoli al suo piano. E se anche gli altri due fossero stati d’accordo, ciò avrebbe significato che Fletcher poteva parlare anche a nome degli altri dodici compagni. Il viaggio tra le stelle della Magellano doveva terminare lì dove erano giunti, su Thalassa. 30. Il Piccolo Krakan Si parlò poco a bordo della Calypso mentre l’imbarcazione faceva rotta verso Tarna a bassa velocità; i passeggeri erano immersi ciascuno nei propri pensieri, meditabondi per via di quanto avevano visto in fondo al mare. E Loren era ancora tagliato fuori dal mondo esterno; si era tenuto gli occhiali a visione totale e stava riguardando ancora una volta tutte le fasi dell’esplorazione sottomarina. Lasciandosi dietro il suo cavo come un ragno meccanico, il robot procedeva lento tra i grandi tronchi, che sembravano sottili solo per via della loro enorme altezza ma che in realtà erano più grossi di un corpo umano. Era così evidente che essi erano stati regolarmente spaziati in filari, che nessuno si sorprese quando la foresta d’un tratto finì. E lì nel loro accampamento nella giungla, ognuno intento alle sue attività, c’erano gli scorpioni di mare. Avevano fatto bene a non accendere i proiettori. Quegli esseri erano del tutto inconsapevoli dell’osservatore che fluttuava silenzioso nell’oscurità quasi completa, solo qualche metro sopra di loro. Loren aveva visto immagini di formiche, api e termiti, e il modo in cui gli scorpioni erano organizzati ricordava un po’ quello di questi insetti sociali. Di primo acchito era impossibile pensare che un’organizzazione così complessa potesse esistere senza un’intelligenza che la dirigesse — oppure poteva trattarsi di un comportamento puramente istintivo e automatico, come appunto nel caso degli insetti sociali della Terra. Alcuni scorpioni erano affaccendati intorno ai tronchi che salivano verso la luce del sole invisibile, altri correvano avanti e indietro portando pietre, foglie e, sì, anche reti e ceste, rozze ma inequivocabili. Dunque gli scorpioni sapevano costruire degli utensili; ma ciò non bastava a dimostrare che erano esseri intelligenti I nidi di certi uccelli venivano costruiti con molta maggiore abilità di quei rozzi manufatti, che si sarebbero detti fabbricati con gli steli e le foglie delle onnipresenti piante marine. Mi sento un alieno venuto dallo spazio, pensò Loren, un alieno che osservi un villaggio dell’età della pietra sulla Terra, quando l’uomo aveva appena scoperto l’agricoltura. Sarebbe riuscito questo ipotetico alieno a valutare correttamente l’intelligenza dell’uomo solo in base a quello che vedeva? O il verdetto sarebbe stato di comportamento puramente istintivo? La sonda era a tal punto avanzata nella radura che la foresta non era più visibile, sebbene i tronchi più vicini non distassero che una cinquantina di metri. Fu allora che qualche spiritoso, uno di quelli dell’Isola Settentrionale, battezzò ufficialmente quel luogo col nome che sarebbe poi comparso anche nei rapporti ufficiali: «il centro di Scorpville». Lo si sarebbe potuto definire, in mancanza di termini migliori, una zona contemporaneamente residenziale e commerciale. Una cresta rocciosa alta cinque o sei metri attraversava serpeggiando la radura, e la parete della rupe era perforata da numerosi fori neri larghi quel tanto da lasciar passare uno scorpione. Sebbene le piccole caverne si aprissero a intervalli irregolari l’una dall’altra, avevano dimensioni così uniformi da non poter essere naturali; e l’effetto complessivo era quello di un palazzo d’appartamenti progettato da un architetto eccentrico. Gli scorpioni entravano e uscivano dalle loro caverne come impiegati nelle città di un tempo, prima dell’avvento della telematica, pensò Loren. La loro attività gli era incomprensibile, così come i traffici degli esseri umani, pensò anche, sarebbero stati incomprensibili agli scorpioni. «Ehi» disse qualcuno «e quella roba cos’è? Laggiù a destra… possiamo andarci più vicino?» Loren sobbalzò, preso alla sprovvista da quella intrusione del mondo esterno; e per qualche istante risalì dal fondo del mare alla superficie. La sonda cambiò assetto e l’immagine del villaggio sottomarino s’inclinò improvvisamente. Poi tornò orizzontale mostrando una piramide isolata, di pietra, alta una decina di metri — a giudicare dai due scorpioni che ne stavano alla base — e che mostrava un unico ingresso di caverna. In un primo momento Loren non vide nulla d’insolito nella piramide; poi, poco alla volta, si accorse di certe anomalie, di certi particolari che non si accordavano con la scena ormai familiare di Scorpville. Tutti gli altri scorpioni si agitavano indaffarati. Invece i due alla base della piramide stavano fermi: muovevano solo la testa, prima da una parte e poi dall’altra. E poi c’era ancora un’altra cosa… Erano molto grossi. Non era facile giudicare le dimensioni in quel mondo subacqueo, e solo quando li ebbe potuti confrontare con altri esemplari, Loren giunse alla conclusione che erano di un cinquanta per cento più grossi della media. «Ma cosa fanno?» sussurrò qualcuno. «Te lo dico io cosa fanno» rispose un’altra voce. «Fanno la guardia, ecco cosa fanno… Sono sentinelle.» Una volta pronunciata ad alta voce, la conclusione era così ovvia che nessuno la mise in dubbio. «Ma a cosa fanno la guardia?» «Alla regina, se hanno una regina. Altrimenti, alla Banca di Scorpville.» «Dovremmo scoprirlo… Peccato che la sonda sia troppo grossa per entrare là dentro. Se la lasciassero entrare, cioè.» A questo punto la discussione divenne accademica. La sonda robot era scesa fino a una decina di metri dalla sommità della piramide, e il tecnico che era ai comandi mise in azione un idrogetto per impedirle di scendere ancora. Il suono, o le vibrazioni, riscossero le sentinelle. Esse si alzarono simultaneamente sulle zampe posteriori, e Loren ebbe una visione d’incubo di occhi multipli, palpi ondeggianti e chele gigantesche. Sono contento di non esserci davvero laggiù, si disse, e meno male che non sono capaci di nuotare. Ma potevano arrampicarsi. Con velocità stupefacente gli scorpioni si arrampicarono lungo un fianco della piramide e in una manciata di secondi arrivarono in cima, solo a pochi metri sotto la sonda. «La tiro su prima che saltino» disse l’operatore. «Con quelle chele riuscirebbero a strappare il cavo come se fosse un filo di cotone.» Ma era troppo tardi. Uno scorpione balzò, e con la chela afferrò la parte inferiore dell’intelaiatura. I riflessi dell’operatore furono altrettanto rapidi; inoltre, la tecnologia umana era superiore. Nello stesso istante l’uomo mise i getti a tutta forza e mosse il braccio robot verso il basso, pronto ad attaccare. E, cosa che forse fu decisiva, accese i proiettori. Lo scorpione fu completamente accecato dalla luce improvvisa. Aprì le chele mostrando uno sbalordimento quasi umano, e ricadde sul fondo prima che il braccio meccanico del robot potesse affrontarlo. Per una frazione di secondo anche Loren non vide niente, perché gli occhiali si erano oscurati. Poi i controlli automatici delle telecamere reagirono all’aumentata luminosità, e Loren vide un sorprendente primo piano dello scorpione prima che scomparisse definitivamente. Loren non rimase affatto sorpreso nel notare che l’essere aveva alla chela destra due bracciali di metallo. Stava riguardando questa ultima inquadratura mentre la Calypso faceva rotta verso Tarna, e la sua mente era ancora così assorta nel mondo subacqueo che non sentì la leggera onda d’urto che passò sotto l’imbarcazione. Ma le grida e la confusione lo riscossero e si accorse che la Calypso cambiava bruscamente rotta. Si tolse gli occhiali e sbatté gli occhi alla luce solare. Per un istante rimase cieco, abbagliato; poi, quando gli occhi si furono abituati alla luce intensa, notò che si trovavano a qualche centinaio di metri soltanto dalla costa dell’Isola Meridionale. Siamo finiti su una secca, pensò. Chissà cosa gli è preso a Brant… E poi, all’orizzonte, osservò una cosa che assolutamente non credeva avrebbe visto mai sul pacifico mondo di Thalassa. La nube a forma di fungo che per duemila anni era stata l’incubo degli uomini della Terra. Ma che stava facendo Brant? Invece di dirigere verso terra, stava effettuando una virata strettissima e puntava verso il mare aperto. Però non aveva perso la testa, mentre invece tutti quanti stavano lì fermi guardando a bocca aperta verso est. «Krakan!» bisbigliò uno di quelli dell’Isola Settentrionale, e per un attimo Loren credette che si trattasse solo dell’imprecazione così comune presso i Thalassani. Poi capì, e provò un gran sollievo. Ma fu un sollievo di breve durata. «No» disse Kumar, più preoccupato di quanto Loren avrebbe creduto possibile. «Non è il Krakan… è molto più vicino. È il Piccolo Krakan.» La radio di bordo trasmetteva ora continui beep di allarme inframmezzati da solenni avvertimenti. Loren non fece in tempo a capirci nulla: vide l’orizzonte, e l’orizzonte non era dove doveva essere. Era tutto molto strano e pochissimo chiaro; per metà Loren era ancora sott’acqua con gli scorpioni di mare, e intanto continuava a battere gli occhi nella luce accecante del sole. Forse gli occhi mi funzionano male, pensò. La Calypso teneva normalmente la rotta, eppure gli occhi gli dicevano che stava puntando decisamente verso il basso. No, era il mare che si stava alzando, con un rombo che impediva di sentire ogni altro rumore. Non osò valutare l’altezza dell’onda che si stava per abbattere su di loro; adesso capiva perché Brant aveva puntato là dove l’acqua era più fonda, lontano dai mortali bassifondi contro i quali lo tsunami si stava per abbattere con cieca furia. Una mano gigantesca afferrò la Calypso e l’alzò con la prua verso lo zenit. Loren prese a scivolare lungo il ponte; cercò di aggrapparsi a qualcosa, e poi finì in acqua. Ricordati l’addestramento, si disse cercando di non perdere la testa. In mare o nello spazio, il principio è sempre quello: il pericolo di lasciarsi prendere dal panico, e quindi tieni la testa a posto… Non correva il rischio di annegare; a questo avrebbe provveduto il giubbotto salvagente. Ma dov’era la leva per gonfiarlo? Frugò disperatamente con le dita intorno alla cintola, e malgrado l’addestramento per un attimo ebbe un brivido gelido prima di trovare la sbarretta di metallo. La tirò con facilità, e con suo grande sollievo sentì il giubbotto gonfiarsi e avvolgerlo in un abbraccio rassicurante. Ora l’unico vero pericolo era di andare a sbattere contro la Calypso. Dov’era l’imbarcazione? Troppo, troppo vicina in quelle acque sconvolte, e con le cabine di coperta quasi dentro il mare. Incredibilmente, gli parve che la maggior parte dell’equipaggio fosse ancora sul ponte. Qualcuno gridò indicandolo, e qualcun altro si accinse a gettargli un salvagente. L’acqua era tutta piena di cose che galleggiavano — sedie, casse, oggetti vari — e anche la sonda robot, che affondava lentamente con le bolle d’aria che uscivano dai serbatoi rotti. Speriamo che la si possa recuperare, pensò Loren. In caso contrario, questa sarà una spedizione estremamente costosa, e forse passerà parecchio tempo prima che potremo tornare a studiare gli scorpioni di mare. Provò un certo orgoglio perché riusciva a restare così calmo. Qualcosa urtò contro la sua gamba destra; automaticamente diede un calcio per scostarlo. Si trovava in una situazione scomoda, certo, ma Loren era più infastidito che preoccupato. Stava a galla senza problemi, l’onda anomala era passata e adesso non poteva succedergli più nulla. Diede un altro calcio, ma più piano. E così facendo, sentì lo stesso contatto di prima contro l’altra gamba. Ma adesso non era più un contatto normale e insignificante; malgrado il giubbotto lo tenesse a galla, qualcosa cercava di tirarlo sott’acqua. Fu in quel momento che Loren Lorenson seppe cosa vuol dire panico, perché improvvisamente gli tornarono alla mente i tentacoli in movimento del grande polipo. Però alcuni tentacoli dovevano essere in qualche misura cedevoli, fatti di carne. E invece il contatto sentito ricordava un filo metallico, un cavo. Certo, doveva essere il cavo che collegava la sonda robot alla nave. Sarebbe forse stato ancora capace di districarsi se in quel momento un’onda non l’avesse investito facendolo bere. Tossendo cercò di liberarsi i polmoni dall’acqua scalciando contemporaneamente contro il cavo. E poi il confine vitale tra aria e acqua — tra la vita e la morte — venne chissà come a trovarsi un metro al di sopra di lui; e senza che Loren potesse in nessun modo raggiungerlo. In momenti come questi non si pensa ad altro che a vivere. Infatti Loren non rivide tutta quanta la sua vita, e non rimpianse alcunché, non rivide con gli occhi della mente nemmeno Mirissa. Quando capì che tutto era perduto, non provò paura. Il suo ultimo pensiero consapevole fu di rabbia; rabbia per aver percorso cinquant’anni luce solo per fare quella fine così banale e poco eroica. E così Loren Lorenson morì per la seconda volta nell’acqua tiepida del mare di Thalassa. L’esperienza non gli servì a niente; la prima morte, duecento anni prima, era stata molto più facile. V. LA SINDROME DEL BOUNTY 31. La petizione Sebbene il capitano Sirdar Bey avrebbe negato con tutte le sue forze di essere anche minimamente superstizioso, quando le cose andavano troppo bene cominciava sempre a preoccuparsi. Fino a quel momento, Thalassa era stato fin troppo bello per essere vero, e ogni cosa era andata secondo le previsioni più ottimistiche. La costruzione dello scudo procedeva esattamente secondo i piani stabiliti e non c’era nessun problema di cui valesse la pena di parlare. Ma ora, nel giro di ventiquattro ore… Certamente le cose sarebbero potute andare molto peggio. Il comandante Lorenson era stato molto, molto fortunato grazie a quel ragazzo. (A proposito, bisognava fare qualcosa per lui.) I medici avevano detto che ci era andato molto vicino. Ancora qualche minuto e il danno cerebrale sarebbe stato irreversibile. Seccato perché si lasciava distrarre da quello che era il problema immediato, il capitano rilesse la comunicazione che ormai sapeva a memoria. RETENAVE: SENZA DATA SENZA ORA A: CAPITANO DA: ANONIMO Signore: alcuni di noi vorrebbero avanzare la seguente proposta affinché venga presa in seria considerazione. Noi proponiamo che la missione abbia termine qui a Thalassa. In questo modo raggiungeremmo tutti i nostri obiettivi senza i rischi connessi al proseguimento del viaggio verso Sagan Due. Ci rendiamo conto che ciò comporterebbe dei problemi con la popolazione attualmente residente su Thalassa, ma siamo sicuri che tali problemi verrebbero agevolmente risolti ricorrendo alla tecnologia in nostro possesso — vale a dire, all’impiego dell’ingegneria tettonica al fine di aumentare la superficie delle terre emerse. Con riferimento al Regolamento, Sezione 14, Comma 24 (a), noi chiediamo rispettosamente che un’Assemblea Generale venga indetta al più presto per discutere la questione. «Ebbene, capitano Malina? Ambasciatore Kaldor? Qualche commento?» L’alloggio del capitano era spazioso ma sobriamente ammobiliato. I due si scambiarono un’occhiata. Quindi Kaldor segnalò con un cenno del capo appena percettibile che riconosceva l’autorità dell’altro, e ne diede conferma bevendo un altro sorso dell’eccellente vino locale che i Thalassani avevano loro cortesemente fornito. Il vicecomandante Malina, che si trovava meglio con le macchine che con le persone, guardò la comunicazione con aria infelice. «Se non altro il tono è molto cortese.» «Ci mancherebbe altro» disse spazientito il capitano Bey. «Non ha idea di chi possa averla scritta?» «Assolutamente no. Se escludiamo noi tre, abbiamo 158 persone sospette, ho paura.» «157» intervenne Kaldor. «Il comandante Lorenson ha un alibi a prova di bomba. Nel periodo di tempo in questione, era morto.» «Ciò non facilita di molto il nostro compito» fece il capitano con un sorriso sforzato. «Forse lei ha qualche teoria, dottore?» Certo che sì, pensò Kaldor. Ho vissuto su Marte per due lunghi anni marziani; sono stati dei Sabra, ci scommetterei. Ma è solo un’intuizione, e potrei sbagliarmi… «Non ancora, capitano. Però terrò gli occhi aperti. Se vengo a sapere qualcosa, la terrò informata… per quanto mi sarà possibile.» I due ufficiali capivano perfettamente la posizione di Kaldor. In quanto consigliere, egli era autonomo anche rispetto all’autorità del capitano. Era quanto di più simile a un cappellano vi fosse a bordo della Magellano. «Sono sicuro, dottor Kaldor, che lei m’informerà nel caso in cui venisse a conoscenza di informazioni che mettano a repentaglio il buon esito della missione.» Kaldor ebbe un attimo di esitazione, e quindi accennò di sì. Sperava proprio di non venirsi a trovare nel dilemma tradizionale del sacerdote che riceve la confessione di un assassino… che ancora sta preparando il delitto. Come collaborazione non è un gran che, pensò con una certa amarezza il capitano. Ma mi fido completamente di entrambi e poi ho bisogno di confidarmi con qualcuno. Anche se la decisione finale sarà sempre mia… «In primo luogo bisogna decidere se è il caso di rispondere alla comunicazione o meno. Comunque si decida, c’è sempre un rischio. Se si tratta di una cosa irrilevante, opera magari di un solo individuo in un momento di depressione, darle troppo peso sarebbe dannoso. Ma se dietro questo messaggio c’è un gruppo di gente decisa, allora forse aprire un dialogo potrebbe essere utile. Potrebbe chiarire la situazione, e magari anche consentirmi di identificare i responsabili.» E poi, cosa avrebbe fatto ai responsabili? si chiese il capitano Bey. Li avrebbe messi ai ferri? «Credo che sarebbe meglio parlar loro» suggerì Kaldor. «È difficile che i problemi scompaiano da sé.» «Sono d’accordo» disse il vicecomandante Malina. «E sono sicuro che non c’entra nessuno della squadra Motori e nemmeno della squadra Energia. Li conosco da quando si sono laureati, e qualcuno anche da prima.» Potresti avere delle sorprese, pensò Kaldor. Chi può dire di conoscere davvero un’altra persona? «Molto bene» disse il capitano alzandosi. «Io avevo già deciso in questo senso. E credo sia opportuno rileggerci un poco la storia del passato, non si sa mai. Mi pare di ricordare che Magellano ebbe dei problemi con l’equipaggio.» «Esatto» disse Kaldor. «Ma spero proprio che lei non debba abbandonare nessuno in mare aperto su una barchetta.» E nemmeno impiccare qualche ufficiale, aggiunse dentro di sé. Sarebbe stato di cattivo gusto menzionare anche questo particolare in quel momento. E ancora peggio sarebbe stato ricordare al capitano Bey — il quale certo non se l’era dimenticato! — che il grande navigatore era rimasto ucciso senza riuscire a portare a termine la sua missione. 32. Caso clinico Questa volta il ritorno alla vita non era stato accuratamente predisposto in anticipo. Il secondo risveglio di Loren Lorenson non fu agevole quanto il primo; e anzi fu così sgradevole che qualche volta si augurò che l’avessero lasciato sprofondare nell’oblio. Alla fine riprese quasi del tutto i sensi, e immediatamente se ne pentì. Aveva tubi che gli entravano in gola e fili collegati alle braccia e alle gambe. Fili! Provò un panico improvviso ricordando il cavo che l’aveva tirato sott’acqua, ma riuscì a controllarsi quasi subito. C’era qualcos’altro di ben più preoccupante. Non respirava: i muscoli del diaframma non si contraevano. Molto strano… Forse, pensò, mi hanno collegato a una macchina cuore-polmoni… Il suo risveglio non era passato inosservato, perché d’un tratto sentì una sommessa voce femminile all’orecchio, e percepì un’ombra che gli cadeva sulle palpebre che ancora non aveva la forza di aprire. «Andiamo proprio bene, signor Lorenson. Non si preoccupi. Tra qualche giorno sarà in piedi di nuovo… No, non cerchi di parlare.» Non ne ho la minima intenzione, pensò Loren. So esattamente cos’è successo e… Poi vi fu il lieve sibilo di un’ipodermica a pressione, una sensazione di freddo al braccio sinistro, e ancora di nuovo l’oblio. La volta dopo, con suo grande sollievo, tutto era molto diverso. Tubi e fili non c’erano più. Si sentiva molto debole, ma non male nel vero senso del termine. E respirava normalmente col ritmo costante di sempre. «Salute» disse una profonda voce da basso lì accanto. «Bentornato tra noi.» Loren girò la testa e vide confusamente una figura tutta bendata stesa nel letto vicino. «Sarà difficile che mi riconosca, signor Lorenson. Sono il tenente Bill Horton, tecnico delle comunicazioni ed ex appassionato di surf.» «Oh, salve Bill… ma cos’ha combinato per…» sussurrò Loren. Ma poi arrivò l’infermiera che mise termine alla conversazione con un’altra iniezione. Ora si sentiva perfettamente a posto e desiderava soltanto che gli permettessero di alzarsi. L’ufficiale medico Newton era convinta dell’opportunità di far sapere ai suoi pazienti cosa stava loro capitando e perché. Magari non ne capivano nulla, però se non altro ciò li faceva stare buoni, senza che in questo modo la presenza dei degenti interferisse troppo con il buon funzionamento della sezione medica. «Magari a lei sembra di star bene, Loren» disse la dottoressa «ma i suoi polmoni non sono ancora guariti del tutto, e bisogna che lei eviti ogni sforzo fin quando non saranno tornati perfettamente normali. Se il mare di Thalassa fosse stato simile al mare terrestre, non avremmo avuto nessun problema. Invece è molto meno salato… praticamente è composto d’acqua dolce. Lei ha respirato circa un litro di quest’acqua, e poiché i suoi fluidi corporei sono più salati del mare thalassano, l’equilibrio isotonico si è rotto. La pressione osmotica ha prodotto quindi notevoli danni alle membrane. Abbiamo dovuto compiere molte ricerche, e in gran fretta, presso gli Archivi della nave prima di poterla curare. In fin dei conti, la morte per affogamento non è tra le più comuni, nello spazio.» «Farò il bravo» promise Loren «sono molto riconoscente a lei e ai suoi colleghi per tutto quello che avete fatto. Ma posso ricevere visite?» «C’è già una persona in attesa fuori. Le concedo un quarto d’ora, poi l’infermiera la butterà fuori, volente o nolente.» «E fate pure come se io non ci fossi» disse Bill Horton. «Tanto io mi addormento subito.» 33. Fasi lunari Mirissa aveva proprio la nausea, e naturalmente era tutta colpa della pillola. Ma se non altro si consolava pensando che le sarebbe potuto succedere un’altra volta soltanto — quando (e se) — le avessero permesso di avere il secondo figlio. Era incredibile pensare che praticamente tutte le donne mai esistite sulla faccia della Terra erano state costrette a sopportare ogni mese, per metà della loro vita, noie e fastidi. Era solo un caso, pensò, che il ciclo mensile coincideva con le fasi dell’unica grande luna della Terra? E se fosse avvenuto lo stesso anche su Thalassa, con i due satelliti che ruotavano attorno al pianeta lungo orbite molto ravvicinate? Forse era per questo che su Thalassa le maree erano appena percettibili; il pensiero di cicli di cinque e sette giorni che si accavallano in modo caotico l’uno con l’altro era così comicamente orribile che non poté fare a meno di sorridere, e subito si sentì molto meglio. Le erano occorse settimane e settimane per decidersi, e ancora a Loren non aveva detto nulla — e tanto meno a Brant, impegnato nelle riparazioni della Calypso sull’Isola Settentrionale. Mirissa l’avrebbe fatto, se lui non se ne fosse andato via in fretta e furia, senza nemmeno una litigata? No… la sua era una reazione ingiusta, primitiva, anche preumana. Però questi istinti sono duri a morire; Loren le aveva detto, quasi in tono di scusa, che talvolta si scontrava con Brant, in sogno. Brant non aveva proprio nulla da rimproverarsi; anzi, Mirissa doveva andare orgogliosa di lui. Se n’era andato non per vigliaccheria ma per rispetto, affinché entrambi potessero seguire ciascuno il proprio destino. Non era stata, quella di Mirissa, una decisione presa in fretta, ora si rendeva conto che inconsapevolmente vi stava meditando da settimane. La morte temporanea di Loren le aveva ricordato — come se non ci pensasse già abbastanza da sé! — che di lì a non molto avrebbero dovuto separarsi per sempre. Mirissa sapeva cosa era necessario fare prima che lui scomparisse tra le stelle. Ogni suo istinto le diceva che aveva fatto bene. E cosa avrebbe detto Brant? Come avrebbe reagito? Questo era un altro dei molti problemi da affrontare. Ti amo, Brant, sussurrò. Voglio che tu torni; il mio secondo figlio sarà il tuo. Ma non il primo. 34. Retenave Strano, pensò Owen Fletcher, che io mi chiami come uno degli ammutinati più famosi di tutti i tempi! Non sarò un suo discendente? Vediamo un po’… Sono passati più di duemila anni da quando presero terra sull’isola Pitcairn… diciamo in cifra tonda cento generazioni… Fletcher andava molto orgoglioso della capacità che aveva di fare calcoli mentali: erano calcoli elementari, ma comunque questa sua abilità faceva sempre colpo su molti. Da secoli l’Uomo si era limitato a premere qualche tasto quando si trovava di fronte al problema di conoscere quanto fa due più due. Il fatto di sapere a memoria qualche logaritmo e qualche costante matematica l’aiutava molto, e rendeva ancora più misteriosa la sua capacità per coloro che non sapevano come faceva a giungere al risultato. Naturalmente sceglieva solo quel tipo di calcoli che riusciva a svolgere, e poi era molto raro che qualcuno si preoccupasse di andare a controllare il risultato… Cento generazioni prima, dunque un numero di antenati uguale a due elevato cento. Il logaritmo di due è zero virgola zero uno zero, dunque trenta virgola uno… Dei dell’Olimpo! Un milione di milioni di milioni di milioni di milioni di individui! C’era qualcosa di sbagliato, ovviamente perché nemmeno calcolando dall’inizio dei tempi era mai esistito un tal numero di esseri umani… Certo, il suo conto si fondava sul presupposto che mai due dei suoi ascendenti si fossero riprodotti tra di loro — l’albero genealogico dell’umanità doveva essere inestricabilmente intrecciato — e comunque, dopo cento generazioni, chiunque doveva essere in qualche modo imparentato con chiunque altro. Non riuscirò mai a dimostrarlo, ma Christian Fletcher dev’essere un mio antenato… e non una, ma cento volte. Tutto molto interessante, pensò spegnendo lo schermo, così che quelle antiche cronache svanirono nel nulla. Ma io non sono un ammutinato. Io sono uno che ha sottoposto una petizione, che ha avanzato una richiesta del tutto ragionevole. Karl, Ranjit, Bob sono tutti d’accordo… Werner è ancora incerto, ma non ci tradirà. Come vorrei poter parlare agli altri Sabra in ibernazione, e dir loro del bel mondo che abbiamo trovato mentre loro dormono ancora. Nel frattempo, devo affrontare il capitano… Il capitano Bey trovava molto sgradevole affrontare una questione che riguardava la sua nave senza sapere chi — o quanti — dei suoi ufficiali o dei membri dell’equipaggio si rivolgevano a lui mediante l’anonimato della RETENAVE. Né vi era modo di rintracciare l’origine di quelle comunicazioni fuori protocollo e anonime, perché tali dovevano restare: era un elemento per garantire la stabilità sociale appositamente progettato dai geni che in un tempo lontano avevano ideato la Magellano. Veramente aveva accennato alla possibilità di rintracciarle parlando con il responsabile delle comunicazioni, il comandante Rocklynn, ma questi si era mostrato così scandalizzato che il capitano aveva subito lasciato cadere la cosa. Ecco quindi che il capitano Bey s’era scoperto a scrutare l’espressione della gente, a osservare le facce, ad ascoltare le minime sfumature della voce — e facendo finta che tutto fosse normale, che non fosse successo niente. Forse esagerava, e davvero non era successo niente d’importante. Però temeva che fosse stato piantato un seme, e che ciò che era nato da quel seme crescesse ogni giorno di più. La sua prima comunicazione di risposta, che aveva steso dopo essersi consultato con Malina e Kaldor, era stata abbastanza blanda: DA: CAPITANO A: ANONIMO In risposta alla vostra comunicazione non datata, non ho obiezioni ad aprire una discussione sulle vostre proposte o attraverso RETENAVE o formalmente in Assemblea Generale. Egli aveva invece obiezioni molto considerevoli, aveva dedicato metà della sua vita adulta ad addestrarsi a sopportare la terribile responsabilità di trapiantare un milione di esseri umani attraverso centoventicinque anni luce. Quella era la sua missione. Se l’aggettivo «sacro» avesse avuto per lui un qualche significato, l’avrebbe usato. Nulla tranne qualche immane disastro capitato alla nave o la scoperta che anche il sole di Sagan Due stava per trasformarsi in nova, l’avrebbe potuto far deflettere da quel suo obiettivo. Nel frattempo, c’era una linea d’azione da seguire. Forse, com’era accaduto alla ciurma del capitano Bligh, il morale dell’equipaggio si stava facendo pericolosamente basso. Le riparazioni all’impianto di produzione del ghiaccio dopo i non gravi danni provocati dallo tsunami, avevano richiesto il doppio del tempo necessario, e questo era un segno tipico. Il ritmo della nave stava rallentando. Sì, era tempo di rimettersi a far schioccare la frusta. «Joan» disse alla sua segretaria, trentamila chilometri sotto di lui «voglio un rapporto sullo stato d’avanzamento dei lavori di assemblaggio dello scudo. E dica al capitano Malina che intendo riesaminare con lui i tempi.» Non sapeva se era possibile issare più di un fiocco di neve al giorno. Però ci si poteva sempre provare. 35. Convalescenza Il tenente Horton era un compagno divertente, ma Loren fu lieto di trovarsi solo quando le correnti di elettrofusione gli ebbero finalmente saldato le ossa rotte. Loren era venuto a sapere, con abbondanza di particolari veramente eccessiva, che il tenente Horton s’era trovato a frequentare certi finocchi dell’Isola Settentrionale nella cui graduatoria d’interessi veniva al secondo posto il surf — fatto utilizzando tavole munite di microgetti — sui cavalloni oceanici. Horton aveva scoperto, e nel modo più doloroso, che era uno sport ancora più pericoloso di quanto sembrasse. «Strano» l’aveva interrotto Loren nel bel mezzo di reminiscenze irriferibili. «Avrei giurato che tu sei al novanta per cento eterosessuale.» «Al novantadue per cento, secondo quanto dice il mio profilo psicologico» fece allegramente Horton. «Però mi piace darmi una controllata di quando in quando.» Il tenente scherzava soltanto a metà. Aveva letto da qualche parte che gli eterosessuali al cento per cento erano così rari da venire considerati casi patologici. Non che ne fosse davvero convinto; però la cosa lo preoccupava un poco nelle rare occasioni in cui gli veniva da pensare alla questione. Ora Loren era l’unico degente, e inoltre aveva convinto l’infermiera thalassana che la sua presenza non era affatto necessaria — almeno quando Mirissa andava a trovarlo, cosa che avveniva tutti i giorni. L’ufficiale medico Newton, che come molti medici certe volte era di una franchezza imbarazzante, gli aveva detto senza mezzi termini: «Lei ha bisogno di un’altra settimana di convalescenza. Se proprio deve fare l’amore, allora lasci che sia la sua partner a darsi da fare». Riceveva anche altri visitatori, naturalmente. Erano tutti i benvenuti, tranne due. La Waldron, essendo sindaco, faceva quel che voleva infischiandosene dell’infermiera e veniva a trovarlo quando meglio le pareva; per fortuna le sue visite non coincisero mai con quelle di Mirissa. La prima volta che la Waldron andò a trovarlo, Loren si finse moribondo: tattica disastrosa, perché gli impedì di evitare certe carezze veramente audaci. La seconda volta, fortunatamente aveva avuto un preavviso di una decina di minuti, il sindaco lo trovò seduto sul letto sostenuto dai cuscini e perfettamente in sé. Purtroppo, per una bizzarra coincidenza, era in corso un complicato test della respirazione, così che il tubo dell’aria che Loren doveva tenere in bocca rese impossibile ogni tentativo di conversazione. Il test ebbe termine trenta secondi dopo che il sindaco si fu congedato. Brant Falconer venne a trovarlo una volta soltanto, e quell’unica visita fu penosa per entrambi. Conversarono educatamente degli scorpioni di mare, dei progressi dell’impianto di produzione dei fiocchi di neve, della politica dell’Isola Settentrionale… di tutto, insomma, tranne che di Mirissa. Loren capì che Brant era poco disinvolto e anche impacciato, ma l’ultima cosa che si aspettava era che Brant gli porgesse delle scuse. Il visitatore riuscì a farsi uscire qualche parola di bocca, prima di congedarsi. «Sai, Loren,» disse con riluttanza «non ho potuto far di meglio con quell’onda. Se non avessi cambiato rotta, saremmo andati a sbattere contro la secca. Peccato che la Calypso non è riuscita ad arrivare in tempo dove l’acqua è più profonda.» «Sono sicuro» disse Loren, ed era sincero «che nessuno avrebbe potuto far di meglio.» «Ehm… mi fa piacere che la pensi così.» Brant era ora evidentemente più sollevato, e Loren sentì per lui un improvvisa ondata di simpatia, e anche di compassione. Forse qualcuno aveva messo in dubbio la sua abilità di marinaio; per un individuo orgoglioso come Brant ciò era intollerabile. «Ho saputo che avete recuperato la sonda sottomarina.» «Sì… Presto l’avremo riparata, e tornerà come nuova.» «Un po’ come me.» Nel breve attimo di cameratismo nato dalla risata comune, a Loren d’un tratto venne in mente una cosa. Chissà se Brant, si chiese, avrebbe preferito che Kumar si fosse mostrato un po’ meno coraggioso? 36. Kilimangiaro Perché aveva sognato il Kilimangiaro? Che strana parola; un toponimo, sicuramente, ma di quale luogo? Moses Kaldor, sdraiato nella grigia alba di Thalassa, ascoltò i rumori di Tarna che un poco alla volta si risvegliava. Non che si sentisse molto a quell’ora; un gatto della sabbia ronzava da qualche parte diretto alla spiaggia, forse per andare a prendere un pescatore che ritornava. Kilimangiaro. Kaldor non era uomo da darsi delle arie, però dubitava che esistesse qualcun altro al mondo che avesse letto più libri antichi di lui su tanti argomenti diversi. Inoltre si era fatto fare a suo tempo un trapianto di memoria della capacità di parecchi terabyte, e anche se le informazioni immagazzinate in quel modo non erano propriamente conoscenza, si trattava pur sempre di dati a disposizione se si era in grado di ricordare i codici di controllo. Era forse un po’ troppo presto per fare quello sforzo, e poi probabilmente si trattava di cosa di scarsa importanza. Eppure Kaldor aveva imparato a non trascurare i sogni; il buon vecchio Freud aveva detto al proposito alcune cose molto significative, duemila anni prima. E comunque ormai non si sarebbe più riaddormentato… Chiuse gli occhi, diede il comando RICERCA e attese. Era solo questione di immaginazione, lo sapeva — il processo avveniva a un livello del tutto inconscio — eppure aveva l’impressione di vedere i byte che a migliaia scorrevano velocissimi in qualche angolo riposto del suo cervello. Ora qualcosa stava accadendo ai fosfeni che perpetuamente danzano formando disegni casuali sulla retina quando si chiude l’occhio stringendo forte le palpebre. In quel caos debolmente luminescente era apparsa una finestra più scura dove si formavano delle lettere — ed ecco una scritta: KILIMANGIARO: montagna vulcanica, Africa. Alt. 5900 m. Sede del primo Ascensore Spaziale Terra — Terminus. E questo cosa significava? Lasciò che la mente facesse quel che voleva con quella scarna informazione. Aveva forse qualcosa a che fare con quell’altro vulcano, il Krakan, cui recentemente aveva pensato parecchio? Il collegamento era un po’ stiracchiato. E sapeva benissimo che il Krakan, o il Piccolo Krakan, potevano entrare in eruzione un’altra volta. Il primo Ascensore Spaziale? Si trattava di storia davvero antica; era stato un avvenimento, quello, che aveva segnato l’inizio della colonizzazione planetaria; da quel momento l’umanità aveva avuto in pratica libero accesso al Sistema Solare. E ancora oggi s’impiegava la stessa tecnologia, ricorrendo a cavi di materiale ultraresistente per sollevare i grandi blocchi di ghiaccio fino alla Magellano, in orbita stazionaria sopra l’equatore. Eppure, il collegamento con la montagna africana restava debolissimo. La relazione era troppo remota; la risposta, Kaldor ne era certo, doveva essere un’altra. L’approccio diretto era fallito. L’unico modo per trovare il collegamento era di lasciare libero gioco al caso e al tempo e ai misteriosi meccanismi dell’inconscio. Avrebbe cercato di non pensare più al Kilimangiaro fin quando quell’immagine non avrebbe ritenuto opportuno ripresentarglisi alla mente. 37. In vino veritas Dopo Mirissa, il visitatore che Loren accoglieva più volentieri — e il più assiduo — era Kumar. Malgrado il soprannome, a Loren faceva l’effetto più di un cane fedele, o meglio, di un cucciolo molto socievole, che di un leone. A Tarna c’erano una decina di cani — tutti molto viziati — e chissà che un giorno non avrebbero potuto rivivere anche su Sagan Due, riprendendo la lunga frequentazione con l’uomo. Loren ora sapeva che rischio aveva corso Kumar gettandosi in quel mare tumultuoso. Fortunatamente per entrambi, Kumar non lasciava mai la terraferma senza un coltello assicurato alla gamba; e anche con il coltello era dovuto rimanere sott’acqua più di tre minuti per tagliare il cavo che si era aggrovigliato attorno a Loren. Quelli della Calypso avevano creduto che fossero annegati entrambi. Malgrado il legame che ora li univa, Loren incontrava delle difficoltà a far conversazione con Kumar. In fin dei conti, esisteva soltanto uno scarso numero di modi in cui poter dire «Grazie per avermi salvato la vita», e la loro cultura era così profondamente dissimile che il terreno comune era estremamente limitato. Se parlava con Kumar della Terra o dell’astronave, ogni cosa gli andava spiegata nei più minuti e tediosi particolari; e in breve Loren si rese conto che stava perdendo tempo. A differenza di sua sorella, Kumar viveva nel mondo dell’esperienza immediata; gli interessava solo il momento presente. «Come lo invidio!» aveva detto una volta Kaldor. «È un essere totalmente calato nell’oggi, un essere che non è né ossessionato dal passato né timoroso del futuro!» Loren si accingeva a dormire per far passare l’ultima notte che, sperava, avrebbe trascorso all’ospedale, quando arrivò Kumar con un grosso bottiglione che brandiva trionfalmente. «Indovina un po’ cosa c’è dentro?» «Ci rinuncio» disse Loren, che invece aveva indovinato perfettamente. «È il vino nuovo di quest’anno. Viene dalle pendici del Krakan. Pare che l’annata sarà ottima.» «E come fate a saperlo?» «La mia famiglia ha un vigneto sul Krakan da più di cent’anni. I vini del Leone sono i più famosi del mondo.» Kumar cercò ovunque fin quando non ebbe trovato due bicchieri, che riempì fino all’orlo di vino. Loren ne bevve un sorso con cautela: era un po’ troppo dolce per i suoi gusti, ma di ottimo corpo. «Come si chiama questo vino?» «Speciale del Krakan.» «Dato che il Krakan mi ha quasi ammazzato, faccio bene a rischiare?» «Questo non ti dà nemmeno i postumi della sbornia.» Loren ne bevve un altro sorso, più abbondante, e in un tempo sorprendentemente breve vuotò il bicchiere. E in un tempo ancora più breve se lo trovò pieno. Era quello un modo eccellente di trascorrere l’ultima notte all’ospedale, e la gratitudine che Loren normalmente nutriva nei confronti di Kumar si estese in fretta a tutto il mondo. Anche una visita della Waldron sarebbe stata bene accetta. «A proposito, come sta Brant? Non lo vedo da settimane.» «È sempre sull’Isola Settentrionale a riparare la Calypso e a parlare con i biologi. Tutti sono molto eccitati per via degli scorpioni di mare. Ma nessuno sa bene cosa fare. Se poi si può fare qualcosa.» «Sai, li capisco benissimo. Mi sento anch’io nello stesso modo nei confronti di Brant.» Kumar scoppiò a ridere. «Oh, non ti preoccupare. Adesso ha una ragazza, una dell’Isola Settentrionale.» «Davvero? E Mirissa lo sa?» «Certo.» «E non dice niente?» «Cosa dovrebbe dire? Brant ama lei, e ogni volta torna da lei.» Loren digerì questa informazione, sebbene non rapidamente. Gli venne da pensare che forse lui non era che una delle variabili in un’equazione già di per sé complicata. Forse che Mirissa aveva anche altri amanti? E lui, Loren, davvero voleva sapere la risposta a questo interrogativo? Faceva bene a porselo? «Comunque» proseguì Kumar riempiendo i bicchieri «quello che importa è che il loro schema genetico è stato approvato, e che si sono messi in lista per avere un figlio. Quando avranno un figlio, sarà un’altra cosa. Allora si basteranno a vicenda. Non era lo stesso sulla Terra?» «Qualche volta» rispose Loren. Così Kumar non sapeva nulla. Solo loro due erano a conoscenza del segreto. Se non altro vedrò mio figlio, pensò Loren, almeno per qualche mese. E dopo… Orripilato, si accorse che le lacrime gli rigavano le guance. Quando aveva pianto l’ultima volta? Duecento anni prima, guardando la Terra che bruciava… «Che ti succede?» chiese Kumar. «Pensi a tua moglie?» Era così sinceramente preoccupato che Loren non riuscì a risentirsi per la sua brutale franchezza e nemmeno per il fatto che aveva tirato in ballo un argomento cui per mutuo consenso solo di rado veniva fatta menzione, perché non aveva nulla a che fare con il momento presente. Duecento anni nel passato, sulla Terra, e trecento anni nel futuro, su Sagan Due: troppo lontano da Thalassa perché ciò potesse dire qualcosa a Kumar, soprattutto con il vino che aveva in corpo. «No, Kumar, non stavo pensando a… mia moglie.» «Le dirai mai… di Mirissa?» «Chissà. Non lo so, davvero. Che sonno… Ma ci siamo scolati tutto quanto il bottiglione? Kumar? Kumar?» L’infermiera venne durante la notte e, sforzandosi di non ridere, rimboccò loro le coperte così che non cadessero dal letto. Loren si svegliò per primo. Dopo il primo attimo di sorpresa, comincio a ridere. «Che c’è di così divertente?» chiese Kumar strofinandosi gli occhi mentre scendeva dal letto. «Se proprio vuoi saperlo… Chissà se Mirissa è gelosa di suo fratello, mi sono detto.» Kumar sorrise a labbra strette. «Forse avrò bevuto un po’ troppo» disse «ma sono sicuro che non è successo proprio niente.» «Be’, anch’io.» Ma dicendo questo Loren si rese conto che amava Kumar — non perché gli aveva salvato la vita e nemmeno perché era fratello di Mirissa — ma semplicemente perché era Kumar. Il sesso non c’entrava per nulla; la sola idea non li avrebbe neanche imbarazzati ma solo fatti ridere. Meglio così. Vivere a Tarna era già abbastanza difficile. «Sai che avevi ragione a proposito del tuo Speciale del Krakan? Sto benissimo. Meravigliosamente bene, anzi. Ti spiacerebbe mandare qualche bottiglia su, alla nave? Meglio ancora… qualche centinaio di litri?» 38. Dibattito L’interrogativo era semplice, ma la risposta no. Che fine avrebbe fatto la disciplina a bordo della Magellano se fosse stato messo ai voti l’obiettivo stesso della missione? Naturalmente, l’esito della votazione non sarebbe stato vincolante, e se necessario il capitano avrebbe potuto non tenerne conto. Anzi, sarebbe stato costretto a non tenerne conto nel caso in cui la maggioranza avesse votato per rimanere su Thalassa (non che davvero pensasse per un solo momento che…). Ma un esito del genere avrebbe avuto effetti devastanti sul piano psicologico. L’equipaggio si sarebbe trovato diviso in due fazioni, e ciò poteva portare a degli sbocchi su cui preferiva non soffermarsi nemmeno con l’immaginazione. Eppure… un capitano doveva mostrarsi fermo, ma non ottuso. La proposta aveva un suo lato ragionevole, e presentava molti lati positivi. In fin dei conti, anche lui aveva molto apprezzato l’ospitalità presidenziale, e aveva tutte le intenzioni di rivedere la campionessa di decathlon femminile. Era un bel mondo; e forse loro, i Terrestri, potevano accelerare il lento processo di formazione dei continenti così che in breve tempo vi sarebbe stato posto per altri milioni di uomini. Sarebbe stato infinitamente più facile che non colonizzare Sagan Due. In quanto a questo, magari non ci sarebbero neppure arrivati, su Sagan Due. L’affidabilità della nave era sempre valutata intorno al novantotto per cento, ma sussistevano comunque rischi che nessuna previsione poteva quantificare. Solo alcuni tra gli ufficiali più fidati sapevano che una parte dello scudo di ghiaccio era andata perduta chissà quando durante i quarantotto anni luce percorsi. Si era trattato di un meteorite interstellare, o di chissà che altro; comunque, se fosse passato più vicino soltanto di qualche metro… Qualcuno aveva avanzato l’ipotesi che fosse stata un’antica sonda spaziale lanciata dalla Terra. Ciò era alquanto improbabile, e naturalmente l’ipotesi — con il suo sottofondo ironico — non si sarebbe potuta mai confermare o smentire. E ora gli anonimi estensori della petizione si facevano chiamare i Nuovi Thalassani. Significava forse, si chiese il capitano Bey, che erano numerosi, che si stavano organizzando in movimento politico? In tal caso, la cosa migliore era di farli uscire allo scoperto il prima possibile. Si, era tempo di convocare un’Assemblea Generale. Moses Kaldor aveva rifiutato immediatamente ma con grande cortesia. «No, capitano, non intendo prendere parte al dibattito. Né pro né contro. Se lo facessi, l’equipaggio non mi riterrebbe più al di sopra delle parti. Ma sono disposto a fungere da presidente, o da moderatore, come preferite chiamarlo.» «D’accordo» fece subito il capitano Bey; questo era in realtà ciò che sperava. «E chi presenterà le mozioni? Non credo che i Nuovi Thalassani siano disposti a uscire allo scoperto per sostenere la loro causa.» «Io preferirei che si passasse subito ai voti senza dibattito preliminare» aveva detto il secondo ufficiale Malina. Privatamente, il capitano Bey era d’accordo. Ma quella era una società democratica di uomini istruiti e responsabili, come confermato dal regolamento stesso. I Nuovi Thalassani avevano chiesto di esporre il loro punto di vista in un’Assemblea Generale; se il capitano non l’avesse convocata, avrebbe disobbedito agli ordini ricevuti e sarebbe venuto meno alla fiducia datagli sulla Terra duecento anni prima. Non era stato facile organizzare l’Assemblea. Giacché nessuno doveva venir escluso dalla votazione, si erano buttati all’aria turni e avvicendamenti. Vi era inoltre un altro problema che in precedenza Sirdar Bey non si era mai posto: metà dell’equipaggio era su Thalassa, e ciò comportava un problema di sicurezza. Qualunque fosse stato l’esito della votazione, i Thalassani ne dovevano rimanere all’oscuro… Per questo Loren Lorenson, quando iniziò l’Assemblea, era solo nel suo ufficio di Tarna, la porta per la prima volta chiusa a chiave. Portava ancora gli occhiali a visione totale, ma questa volta non vagava in una foresta sottomarina. Era invece a bordo della Magellano, nella familiare sala delle assemblee, osservando i volti familiari dei colleghi e, cambiando l’angolo di ripresa, lo schermo sul quale sarebbero apparsi i loro commenti e il loro verdetto. In quel momento vi era una sola scritta: MOZIONE: Che l’astronave Magellano porti a termine la sua missione fermandosi su Thalassa, visto che tutti gli obiettivi principali della missione stessa sono conseguibili su questo pianeta. Allora Moses è a bordo della nave, pensò Loren scorgendo un volto noto tra i presenti; ecco perché non si è più visto da un pezzo. Ha l’aria stanca… Anche il capitano, del resto. Forse la cosa è più seria di quando pensassi… Kaldor batté più volte sul tavolo per richiamare l’attenzione dei presenti. «Capitano, ufficiali, membri dell’equipaggio. Questa è la nostra prima Assemblea, ma tutti noi conosciamo la procedura. Chi vuole prendere la parola alzi la mano e dica nome e cognome. Chi desidera comunicare per iscritto, usi il tastierino individuale. I numeri di codice sono stati modificati in modo casuale per garantire l’anonimato. Comunque sia, si prega di essere brevi. «Se non ci sono domande, dichiaro aperto il dibattito sulla comunicazione zero zero uno.» I Nuovi Thalassani avevano avanzato qualche altra considerazione, ma la comunicazione zero zero uno era sostanzialmente il succo del messaggio ricevuto dal capitano Bey due settimane prima, e del cui autore egli ancora non aveva la minima idea. Forse, di quelle considerazioni aggiunte, la più interessante era quella secondo cui sarebbe stato loro preciso dovere fermarsi su Thalassa: quel mondo aveva bisogno di loro da un punto di vista tecnologico, culturale, genetico. Mah, si disse Loren per quanto quella possibilità lo tentasse. Comunque, prima dovremmo chiedere il loro parere. Non siamo imperialisti vecchia maniera, o forse sì? Tutti avevano avuto modo di leggere la comunicazione; di nuovo Kaldor prese la parola. «Nessuno ha chiesto di parlare per prendere posizione in favore della mozione; naturalmente sarà possibile farlo anche più avanti. La parola dunque al tenente Elgar, che si è dichiarato contrario.» Raymond Elgar era un giovane taciturno delle Comunicazioni che Loren conosceva solo di vista; gli piaceva la musica e diceva che stava scrivendo un poema epico sul viaggio della Magellano. Quando lo si incitava a rendere pubblico anche un verso soltanto, egli rispondeva invariabilmente: «Aspettate fin quando saremo arrivati a Sagan Due, e poi un anno ancora, e allora vedrete». Era evidente il motivo per cui il tenente Elgar aveva deciso (se poi invece non gli era stato comandato…) di opporsi alla mozione. La sua condizione di poeta non gli permetteva di fare altrimenti e forse stava scrivendo davvero un poema epico. «Capitano… compagni… prestatemi ascolto…» Notevole come inizio, pensò Loren, ma mi sembra ricalchi qualcosa. «L’idea di fermarci su Thalassa affascina i nostri cuori, se non le nostre menti. Ma ci sono alcune considerazioni da fare. «In primo luogo, noi qui presenti siamo soltanto 161. Abbiamo il diritto di prendere una decisione di così ampia portata senza interpellare il milione di persone che sono ancora in ibernazione? «E poi, che dire dei Thalassani? Si è affermato che la nostra permanenza qui sarebbe loro d’aiuto. È proprio vero? Essi sono soddisfatti della vita che conducono. Considerate la nostra cultura, il nostro addestramento… i fini che ci siamo proposti da molti anni. Veramente si può credere che un milione di persone come noi avrebbero la possibilità di entrare a far parte della società thalassana senza distruggerla completamente? «C’è poi la questione del nostro dovere. Generazioni di uomini e di donne si sono sacrificate per rendere fattibile questa missione… per dare alla razza umana qualche possibilità in più di sopravvivere. Maggiore è il numero dei soli che raggiungeremo più grande sarà il margine di sicurezza dell’Uomo. Abbiamo visto cosa riescono a fare i vulcani di Thalassa; chi sa cosa potrebbe avvenire di questo mondo nei secoli futuri? «S’è parlato a vanvera di ingegneria tettonica per ampliare l’estensione delle terre emerse così che vi sia posto per una popolazione più numerosa. Mi permetto di ricordarvi che anche sulla Terra, dopo millenni di ricerche e di esperimenti, ingegneria tettonica non era ancora una scienza esatta. Ricordatevi della Catastrofe di Nazca del 3175! L’idea di andare a stuzzicare le forze racchiuse nel cuore di Thalassa è temeraria e assurda. «Non è il caso di aggiungere altro. La questione non può avere altra soluzione. Dobbiamo lasciare i Thalassani al loro destino; e noi dobbiamo continuare il viaggio fino a Sagan Due.» Loren non si sorprese affatto degli applausi via via più scroscianti. Il punto era un altro: chi non applaudiva l’intervento? A quanto pareva l’assemblea era divisa in due parti eguali. Certo poteva benissimo darsi che qualcuno applaudisse più al discorso che al suo contenuto… «Grazie, tenente Elgar» disse Kaldor. «Abbiamo molto apprezzato la sua concisione. Chi vuole prendere la parola a favore della comunicazione zero zero uno?» Vi fu un brusìo d’imbarazzo e poi un profondo silenzio. Per almeno un minuto non accadde nulla. Poi delle lettere cominciarono ad apparire sullo schermo. 002. SI PREGA IL CAPITANO DI DARE UNA STIMA AGGIORNATA DELLE PROBABILITA’ DI SUCCESSO DELLA MISSIONE 003. PERCHÉ NON RICHIAMARE IN VITA UN CAMPIONE RAPPRESENTATIVO DEGLI IBERNATI E TENER CONTO DEL LORO PARERE? 004. PERCHÉ NON CHIEDERE AI THALASSANI CHE NE PENSANO? DOPO TUTTO È IL LORO MONDO Con totale segretezza e neutralità, il computer numerava e immagazzinava le comunicazioni provenienti dai partecipanti all’assemblea. In due millenni, nessuno era riuscito a escogitare un modo migliore per tener conto dei diversi pareri e per giungere a una decisione finale. In tutta la nave — e anche su Thalassa — uomini e donne scrivevano brevi messaggi sui sette tasti del tastierino personale grande quanto una mano. Forse la prima cosa appresa da ogni bambino era proprio battere tutte le necessarie combinazioni in modo del tutto automatico. Loren osservò il pubblico e divertito notò che quasi tutti tenevano entrambe le mani bene in vista. Non vide nessuno con quell’espressione di assente concentrazione che avrebbe indicato l’impiego di un tastierino nascosto. Molti però parlavano tra di loro. 0.15 PROPONGO UN COMPROMESSO. ALCUNI DI NOI POSSONO RESTARE, SE COSÌ CREDONO, E GLI ALTRI CONTINUARE IL VIAGGIO Kaldor prese la parola. «La proposta è estranea alla mozione in discussione, ma verrà debitamente iscritta a verbale.» «In risposta alla zero zero due» disse il capitano Bey senza quasi nemmeno attendere l’autorizzazione a parlare da parte del presidente «le ultime stime ci danno una percentuale di successo del novantotto per cento. Non mi sorprenderebbe se avessimo più probabilità noi di arrivare su Sagan Due che le Tre Isole di continuare a esistere.» 021. TRANNE IL KRAKAN, CONTRO CUI NON POSSONO FARE MOLTO, I THALASSANI NON HANNO SFIDE DA AFFRONTARE. POTREMMO PENSARCI NOI A LASCIARGLIENE QUALCUNA. KNR KNR… Doveva essere… Ma certo, Kingsley Rasmussen. Evidentemente mantenere l’anonimato non gli interessava. Aveva espresso un pensiero che una volta o l’altra tutti avevano avuto. 022. ABBIAMO GIÀ PROPOSTO CHE RICOSTRUISCANO L’ANTENNA PER LE TRASMISSIONI INTERSTELLARI SUL KRAKAN PER TENERSI IN CONTATTO CON NOI. RMM 023. DIECI ANNI DI LAVORO AL MASSIMO. KNR «Signori» disse Kaldor con una certa impazienza «ci stiamo allontanando dall’ordine del giorno.» Ho qualcosa da dire, io? si chiese Loren. No, non posso partecipare al dibattito, vedo troppe facce del problema. Prima o poi mi toccherà scegliere tra il dovere e la felicità. Ma non adesso. Non adesso… «Mi sorprende» continuò Kaldor dopo che nessun nuovo messaggio apparve sullo schermo per due minuti «che nessuno abbia altre cose da dire su una questione così importante.» Attese un altro minuto ancora per buona educazione. «Molto bene. Forse preferite continuare la discussione a un livello meno formale. Non si procederà a una votazione, ma nel corso delle prossime quarantotto ore potrete iscrivere a verbale il vostro parere nel solito modo. Grazie.» Gettò un’occhiata al capitano Bey, che si alzò subito in piedi con evidente sollievo. «Grazie, dottor Kaldor. L’Assemblea Generale è sciolta.» Quindi si accorse che Kaldor stava fissando lo schermo con gli occhi sbarrati, come se non l’avesse mai visto prima. «Qualcosa non va, dottore?» «Mi scusi, capitano. No è tutto è a posto. Mi è solo venuto in mente una cosa che non riuscivo a ricordare, nient’altro.» Ed era vero. Per la millesima volta si meravigliò del labirintico e sotterraneo funzionamento della mente subconscia. Era stato tutto merito della Comunicazione 021. «I Thalassani non hanno sfide da affrontare.» Adesso sapeva perché aveva sognato il Kilimangiaro. 39. Il leopardo tra le nevi Mi spiace tanto, Evelyn, sono molti giorni che non parlo con te. Vuol forse dire che la tua immagine sta sbiadendo nella mia mente via via che il futuro richiede la maggior parte delle mie energie e della mia attenzione? Credo sia proprio così, e razionalmente dovrei esserne contento. Non fa bene stare troppo attaccati al passato, come più volte tu stessa mi hai ricordato. Ma nel profondo di me non riesco ad accettare questa verità. Nelle ultime settimane sono successe molte cose. Sulla nave infierisce quella che io chiamo la sindrome del Bounty. Avremmo dovuto prevederlo — l’avevamo anzi previsto, ma solo per scherzo. Adesso invece è una cosa seria, sebbene ancora non grave. Spero, almeno. Alcuni di noi preferirebbero rimanere su Thalassa — e chi può dar loro torto? — e questi l’hanno detto apertamente. Altri vorrebbero che la missione terminasse qui su Thalassa e che lasciassimo perdere Sagan Due. Non sappiamo quanto siano numerosi costoro, perché ancora non sono usciti allo scoperto. Abbiamo avuto l’esito della votazione quarantotto ore dopo l’assemblea. Era a scrutinio segreto, naturalmente, ma lo stesso non so quanto ci si possa fidare dell’esito. 151 hanno votato per continuare la missione, 6 per fermarci su Thalassa e 4 si sono astenuti. Il capitano Bey era molto soddisfatto. Dice che la situazione è sotto controllo ma che prenderà egualmente certe misure di sicurezza. Si rende conto che più rimarremo su Thalassa, più aumenterà il numero di coloro che vorrebbero fermarsi qui. Qualcuno diserterà, ma questo non gli importa. «Se se ne vogliono andare, io di certo non li costringerò a rimanere» ha detto. Però gli seccherebbe che lo scontento si diffondesse tra il resto dell’equipaggio. Quindi ha accelerato i lavori per la costruzione dello scudo. Adesso il sistema è completamente automatico e funziona alla perfezione, e quindi abbiamo intenzione di sollevare in orbita due lastroni al giorno invece di uno solo. Se ci riusciamo, saremo pronti ad andarcene tra quattro mesi. Questo non è ancora stato comunicato all’equipaggio. Spero che quando verrà data la comunicazione ufficiale non vi saranno proposte né da parte dei Nuovi Thalassani né da altri. E ora un’altra cosa che può anche avere scarsissima importanza, ma che io trovo affascinante. Ti ricordi che quando ci eravamo appena conosciuti ci leggevamo l’un l’altra storie e racconti di un tempo? Era un modo per capire come vivevano e sentivano gli uomini di migliaia di anni fa, quando ancora non c’erano le registrazioni video o quelle sensoriali… Una volta tu mi hai letto — cosa di cui non avevo il minimo ricordo conscio — un racconto in cui si parlava di una montagna africana dallo strano nome, il Kilimangiaro. Ho guardato negli archivi della nave, e adesso ho capito perché questa montagna mi ossessionava. C’era una caverna su questa montagna, in alto, dove la neve non si scioglie mai. E in quella caverna c’era il cadavere congelato di un leopardo. Era un mistero, perché nessuno capiva cosa cercasse il leopardo a quell’altezza, così lontano dal suo solito territorio di caccia. Tu sai, Evelyn, che io sono sempre andato orgoglioso — a tal punto che certi mi hanno accusato di vanità — della mia capacità d’intuizione. Bene, a me pare che su questo mondo stia accadendo qualcosa del genere. Più volte certi animali marini, grossi e potenzialmente pericolosi, sono stati scorti lontano dal loro habitat naturale. Di recente ne hanno catturato uno: è una sorta di grosso crostaceo, simile agli scorpioni di mare che un tempo vivevano sulla Terra. Non sappiamo per certo se siano intelligenti o meno: forse si tratta di una questione senza importanza. È certo però che si tratta di animali sociali molto bene organizzati in possesso di tecnologie primitive, sebbene l’aggettivo non sia appropriato. Da quanto sappiamo, riescono a fare poco più delle formiche o delle api; ma su scala ben diversa e preoccupante. La cosa più significativa è che hanno scoperto il metallo, anche se, a quanto pare, lo usano solo per ornamento e se lo procurano soltanto rubandolo ai Thalassani, cosa che hanno fatto più volte. E qualche tempo fa uno scorpione di mare è penetrato fin dentro il nostro impianto di produzione di fiocchi di neve. Noi abbiamo pensato, piuttosto ingenuamente, che fosse stato attirato dal cibo — invece di cibo ce n’era in abbondanza nel luogo da cui era venuto — cinquanta chilometri lontano. Io vorrei sapere perché lo scorpione di mare s’è allontanato tanto dal suo territorio; e ho l’impressione che la risposta sia molto importante per i Thalassani. Chissà se la troveremo prima che io cominci il lungo sonno fino a Sagan Due. 40. Confronto L’attimo in cui il capitano Bey mise piede nell’ufficio del presidente Farradine capì che c’era qualcosa che non andava. Di solito Edgar Farradine lo accoglieva con entusiasmo, gli dava del tu e tirava subito fuori la caraffa del vino. Ma questa volta non lo chiamò «Sirdar» e non gli offrì nulla, se non una sedia. «Ho appena ricevuto notizie che mi hanno turbato, capitano Bey. Se non le spiace, vorrei fosse presente anche il primo ministro.» Era la prima volta che il capitano aveva sentito il presidente Farradine arrivare immediatamente al punto — qual era, poi, il punto? — e inoltre era la prima volta che incontrava il primo ministro nell’ufficio del presidente. «In tal caso, signor presidente, potrebbe essere presente anche l’ambasciatore Kaldor?» Il presidente Farradine ebbe un attimo d’esitazione. «Certamente» rispose quindi. Con sollievo il capitano scorse l’ombra di un sorriso: il presidente aveva apprezzato questa finezza da diplomatici. Si poteva forse far sentire i visitatori in condizione d’inferiorità psicologica, ma non sopraffarli con la pura forza del numero. Il primo ministro Bergman, come il capitano Bey sapeva, rappresentava chi deteneva realmente il potere su Thalassa. Infatti, dietro il primo ministro c’era il consiglio dei ministri, e dietro il consiglio dei ministri c’era una Costituzione Tipo Jefferson Tre. Il sistema aveva funzionato bene da secoli; ma il capitano Bey aveva l’impressione che stesse per subire qualche profonda trasformazione. Kaldor venne rapidamente sottratto alla signora Farradine, la quale lo stava usando come cavia sottoponendogli alcune sue idee sul nuovo arredamento del palazzo presidenziale. Il primo ministro entrò subito dopo, impassibile come al solito. Quando tutti si furono accomodati, il presidente incrociò le braccia, si appoggiò allo schienale della decorativa poltrona, e gettò uno sguardo accusatore sui suoi visitatori. «Capitano Bey, dottor Kaldor. Ho appena ricevuto delle notizie che mi hanno molto turbato. Vorremmo sapere se è vero quando si dice, e cioè che avete intenzione di porre termine alla vostra missione su Thalassa e non su Sagan Due.» Il capitano Bey provò un grande sollievo, misto a una forte irritazione. C’era stata una fuga di notizie; evidentemente era sperare troppo che i Thalassani non sarebbero mai venuti a sapere della petizione e dell’Assemblea Generale. «Signor presidente, signor primo ministro… si tratta di una voce priva di qualsiasi fondamento, ve l’assicuro. Perché mai, altrimenti, lavoreremmo per mettere in orbita seicento tonnellate di ghiaccio al giorno? Perché fare una cosa del genere, se avessimo intenzione di fermarci qui?» «Comunque, se per qualche motivo aveste cambiato idea, non ci mettereste sul chi vive sospendendo le operazioni.» Il capitano rimase per un attimo senza parole, tanto gli giunse inaspettata la risposta. Aveva sottovalutato quella gente all’apparenza così amabile. Si rese conto che i Thalassani, o i loro computer, dovevano aver analizzato tutte le possibilità. «Quanto lei dice è vero. Però voglio comunicarle un’informazione strettamente confidenziale che ancora non è stata resa di pubblico dominio: abbiamo in programma di stringere i tempi e di finire la costruzione dello scudo al più presto. Quindi, come vede, non intendiamo affatto fermarci, ma anzi anticipare la partenza. Speravo di poterle dare questa notizia in altre e più piacevoli circostanze.» Anche il primo ministro non riuscì a nascondere del tutto la sua sorpresa; il presidente non ci provò nemmeno. E prima che riuscissero a riprendersi, il capitano Bey tornò all’attacco: «E giustizia vuole, signor presidente, che lei ci dica su che prove si fonda la sua accusa. Come faremmo, altrimenti, a confutarla?». Il presidente gettò un’occhiata al primo ministro. Il primo ministro gettò un’occhiata ai visitatori. «Temo sia impossibile. Non possiamo svelare le nostre fonti d’informazione.» «Allora la situazione è senza uscita. Potrò dimostrarvi che dico la verità solo quando partiremo… ciò che avverrà tra centotrenta giorni, secondo le nuove previsioni.» Cadde un silenzio meditabondo e non troppo allegro; quindi Kaldor disse a voce bassa: «Vorrei avere un colloquio a quattr’occhi con il capitano, se non vi dispiace». «Ma certamente.» Usciti Kaldor e il capitano Bey, il presidente Farradine chiese al primo ministro: «Secondo lei dicono la verità?». «Kaldor sì, di questo sono sicuro. Ma forse non è al corrente di tutta la verità.» La conversazione si interruppe perché in quel momento rientrarono Kaldor e il capitano Bey. «Signor presidente» disse il capitano «crediamo, il dottor Kaldor e io, che ci sia una cosa che lei deve sapere. Noi speravamo di farla passare sotto silenzio… è per noi fonte d’imbarazzo, e pensavamo che la questione fosse ormai risolta. Ma forse ci siamo sbagliati; e in tal caso potrebbe servirci il vostro aiuto.» Riassunse in breve quanto era stato detto in assemblea e concluse dicendo: «Se crede, io sono pronto a sottoporle i verbali. Non abbiamo nulla da nascondere». «Non è assolutamente il caso, Sirdar» fece il presidente con manifesto sollievo. Ma il primo ministro continuò a rimanere molto serio. «Ehm… un momento, signor presidente. Rimangono pur sempre i rapporti che abbiamo ricevuto. Avevano un’aria molto convincente, come ricorderà.» «Sicuramente il capitano ci può fornire tutte le spiegazioni del caso.» «Solo se mi si mette al corrente del contenuto di questi rapporti, signori.» Vi fu un’altra pausa. Quindi il presidente prese la caraffa del vino. «Beviamo prima un bicchiere» disse allegramente. «Poi le racconterò come abbiamo fatto a scoprirlo.» 41. Confidenze Tutto era filato liscio, considerò Owen Fletcher. Naturalmente era rimasto deluso dall’esito della votazione, sebbene non fosse sicurissimo che esso rispecchiasse esattamente il parere dell’equipaggio. In fin dei conti, aveva invitato due dei suoi amici a votare contro così da non rivelare tutta la consistenza — ancora molto fragile — del movimento dei Nuovi Thalassani. Il problema era, come al solito, il passo successivo. Lui era un tecnico, non un politico, anche se stava rapidamente diventando più un politico che un tecnico, e non riusciva a immaginare un altro modo per reclutare altri sostenitori senza uscire allo scoperto. Rimanevano due alternative soltanto. La prima, la più semplice, era disertare, lui e i suoi compagni, e nascondersi da qualche parte appena prima della partenza. Il capitano Bey avrebbe avuto troppo da fare per mettersi alla loro ricerca, e gli amici che si erano fatti su Thalassa avrebbero pensato a tenerli nascosti fin quando la nave non fosse partita. Tuttavia così facendo avrebbero commesso una doppia diserzione — cosa inaudita tra i Sabra, sempre molto legati tra loro. Fletcher si sarebbe trovato nella condizione di abbandonare anche i suoi compagni ancora ibernati, tra i quali c’erano suo fratello e sua sorella. Cosa avrebbero pensato di lui quando, risvegliatisi sull’ostile Sagan Due di lì a tre secoli, fossero venuti a sapere che Owen Fletcher, pur avendone la possibilità, non aveva aperto loro le porte del Paradiso? E ora cominciava a esserci poco tempo; le simulazioni al computer che aveva intravisto, fondate su un’accelerazione dei tempi di sollevamento dei fiocchi di neve, potevano avere un solo significato. Non ne aveva parlato con i suoi amici, ma non restava altra alternativa che l’azione. Tuttavia ancora rifiutava di prendere in considerazione il termine sabotaggio. Rose Killian non aveva mai sentito parlare di Dalila, e inoltre sentirsi paragonare a Dalila l’avrebbe scandalizzata. Era una ragazza semplice e ingenua dell’Isola Settentrionale: una delle molte che non avevano saputo resistere agli affascinanti stranieri provenienti dalla Terra. La relazione con Karl Bosley non era solo il suo primo vero amore; era anche il primo amore di Karl. Il pensiero di doversi lasciare era terribile per entrambi. Una notte, quando non riuscì più a sopportare in silenzio, Rose scoppiò a piangere sulla spalla di Karl. «Giurami che non lo dirai in giro» sussurrò lui accarezzandole i capelli. «Ti dirò un segreto che ancora non sa nessuno. La nave non partirà. Ci fermiamo su Thalassa.» Rose quasi cadde giù dal letto per la sorpresa. «Non lo dici solo per consolarmi?» «No… è vero. Ma non una parola con nessuno. Prometti.» «Ma certo, caro.» Ma anche la migliore amica di Rose, Marion, piangeva perché il suo innamorato terrestre l’avrebbe lasciata. Quindi, anche lei doveva sapere… … e Marion diede la bella notizia a Pauline, che non poté non dirlo a Svetlana… che lo comunicò a Crystal raccomandandole la massima discrezione. E Crystal era la figlia del presidente. 42. Un sopravvissuto Brutta storia, pensò il capitano Bey. Owen Fletcher è un uomo in gamba; ho approvato personalmente la sua scelta. Come ha potuto fare una cosa del genere? Probabilmente non era spinto da una sola motivazione. Se non fosse stato un Sabra, e per di più innamorato di quella ragazza, forse non sarebbe successo mai. C’è un termine che indica una situazione in cui il risultato di uno più uno è superiore a due… Sinergia, ecco la parola. Eppure aveva la sensazione che ci fosse sotto qualcosa di più, qualcosa che lui non avrebbe mai saputo. Gli tornò alla mente una cosa che aveva detto Kaldor, il quale aveva sempre una massima pronta per ogni occasione, una volta che stavano parlando della psicologia dell’equipaggio: «Noi siamo tutti mutilati, capitano, che lo vogliamo ammettere o no. È impossibile che le esperienze attraverso le quali siamo passati durante gli ultimi anni della Terra non abbiano lasciato il segno. E tutti noi abbiamo lo stesso senso di colpa». «Colpa? Quale colpa?» aveva ribattuto il capitano, più indignato che sorpreso. «Una colpa di cui non siamo direttamente responsabili: noi siamo i sopravvissuti… gli unici sopravvissuti. E i sopravvissuti si sentono sempre in colpa, perché loro sono vivi mentre gli altri sono morti.» Era un’osservazione che turbava, e che forse poteva spiegare il modo in cui si sentiva Fletcher… e molti altri. Noi siamo tutti mutilati. Mi chiedo qual è la tua mutilazione, Moses Kaldor, e come fai a dimenticarla. Io conosco bene la mia e sono anche capace di utilizzarla a vantaggio mio e dei miei simili. Mi ha portato dove sono oggi, e di questo vado orgoglioso. Forse in un altro secolo sarei diventato un dittatore o un signore della guerra. Invece ho fatto carriera, prima come Capo della Polizia Continentale, e poi come Incaricato Generale delle Costruzioni Spaziali e infine come comandante di un’astronave interstellare. Le mie fantasie di potere sono state adeguatamente sublimate. Si avvicinò alla cassaforte, di cui lui solo possedeva la chiave, e infilò la sbarretta metallica magnetizzata nell’alloggiamento. Lo sportello si aprì docilmente mostrando fasci di carte, alcune onorificenze e una piccola scatola piatta, di legno, con incastonate sul coperchio le iniziali S. B. in argento. Il capitano depose l’astuccio sul tavolo provando una lieve eccitazione quasi sessuale. Alzò il coperchio e guardò il rilucente strumento di potere sul suo letto di velluto. Era, la sua, una perversione condivisa un tempo da milioni di persone. Di solito era innocua e, nelle società primitive, anche utile. E molte volte aveva cambiato il corso della storia, per il meglio o per il peggio. «Lo so che sei un simbolo fallico» disse sottovoce il capitano Bey. «Ma sei anche un’arma. Io ti ho usato in passato; e forse ti userò ancora…» I ricordi vennero come un lampo che non durò più di una frazione di secondo, ma il tempo soggettivo fu di anni e anni. Era ancora lì accanto alla scrivania quando finì, e per un attimo tutto l’attento lavoro degli psicoterapisti venne meno, e le barriere della memoria si spalancarono. Rivide con orrore — ma un orrore che lo affascinava — gli ultimi turbolenti decenni che avevano portato alla luce il meglio e il peggio dell’umanità. Ricordò la volta che, giovane ispettore di polizia al Cairo, aveva dato ordine di aprire il fuoco sulla folla che tumultuava. Le pallottole erano di gomma, ma due persone erano morte lo stesso. Tumultuava perché? Non l’aveva mai saputo — tanti erano i movimenti politici e religiosi negli Ultimi Giorni. Ed era quella anche l’età dei supercriminali: gente che non aveva nulla da perdere e nemmeno un futuro su cui far conto, e che quindi era disposta a correre qualsiasi rischio. Molti erano degli psicopatici, ma alcuni erano quasi dei geni. Ripensò a Joseph Kidder, che era riuscito quasi a rubare un’astronave. L’uomo era poi scomparso, e certe volte al capitano Bey veniva da pensare: «E se uno dei miei ibernati in realtà fosse…». La diminuzione forzata della popolazione, la proibizione assoluta di procreare dopo l’anno 3600, la massima priorità data allo sviluppo del motore quantico e alla costruzione di astronavi come la Magellano, le imposizioni, gli sforzi, la consapevolezza della fine vicina avevano determinato tensioni tali in tutta la società che faceva meraviglia che qualcuno avesse potuto sfuggire alla fine del Sistema Solare. Il capitano Bey ricordò con gratitudine e ammirazione coloro che avevano dedicato i loro ultimi anni di vita a una causa di cui non avrebbero mai potuto vedere il successo o il fallimento. Rivide l’ultimo presidente planetario, Elizabeth Windsor, mentre esausta e orgogliosa scendeva dall’astronave dopo un giro di ispezione e ritornava su un pianeta cui restavano solo pochi giorni di vita. Ma la vita di lei sarebbe stata ancora più breve; infatti la bomba collocata nel suo spazioplano esplose poco prima dell’atterraggio a Port Canaveral. Al capitano gelava ancora il sangue solo a ripensarci: la bomba era destinata alla Magellano, e l’astronave si era salvata solo per un guasto del timer. E, per colmo di ironia, tutte le fazioni tra loro rivali avevano rivendicato l’attentato… Jonathan Cauldwell e la sua banda, sempre più esigua ma sempre più rumorosa, sostennero con convinzione ancora maggiore che non sarebbe successo nulla, che Dio stava solo mettendo alla prova l’umanità così come Egli aveva un tempo messo alla prova Giobbe. Certo, al Sole stavano succedendo cose strane, ma presto tutto sarebbe tornato alla normalità e l’umanità sarebbe stata salva — a meno che gli increduli, coloro che non confidavano nella misericordia divina, non provocassero la Sua ira. Allora sì che Dio avrebbe potuto cambiare idea… La fazione denominata della Volontà di Dio sosteneva l’esatto contrario. Il Giorno del Giudizio infine era giunto e nulla avrebbe potuto evitarlo. Anzi, bisognava accogliere di buon animo la fine del mondo, giacché dopo il Giudizio gli eletti avrebbero goduto della vita eterna. Ecco quindi che, partendo da presupposti completamente diversi, i fautori di Cauldwell e i seguaci della Volontà di Dio giungevano alla stessa conclusione: l’umanità non doveva cercare di sfuggire al suo destino. Tutte le astronavi andavano distrutte. Per fortuna, le sette rivali si odiavano con tanto accanimento che non riuscivano a cooperare nemmeno per conseguire un fine cui tutte tenevano. E, anzi, dopo la morte del presidente l’odio sfociò in aperta violenza. Si diffuse la voce — quasi certamente messa in giro dall’Ufficio per la Sicurezza Mondiale, sebbene l’ente non volle ammetterlo mai — che la bomba era stata messa da quelli della Volontà di Dio e che i fautori di Cauldwell avevano sabotato il timer. Di altrettanto credito godeva la versione opposta; comunque o l’una o l’altra avrebbero benissimo potuto essere vere. Ma tutto ciò era ormai storia, storia antica che solo un pugno d’uomini ancora ricordava e che tra qualche tempo tutti avrebbero dimenticato. Eppure, che strano… ancora una volta si tentava di sabotare la Magellano. A differenza dei seguaci di Cauldwell e di quelli della Volontà di Dio, i Sabra erano persone competenti e per nulla obnubilati dal fanatismo. Essi potevano dunque costituire un problema più serio, ma il capitano Bey pensava di sapere come fare per risolverlo. Sei in gamba, Owen Fletcher, pensò con amarezza. Ma ne ho ammazzati anche di migliori di te, ai miei tempi. E quando non se ne poteva proprio fare a meno, li ho anche torturati. Andava orgoglioso del fatto che non ci aveva mai provato gusto e poi, questa volta, esisteva un modo migliore. 43. Interrogatorio E adesso la Magellano aveva un membro dell’equipaggio in più, un ibernato che era stato risvegliato prima del tempo e che ancora cercava di adattarsi alla situazione, così come aveva fatto Kaldor un anno prima. Era stata una decisione, quella, che solo un’emergenza poteva giustificare. Ma secondo il computer, soltanto il dottor Marcus Steiner, già scienziato capo dell’Ufficio Investigativo Terrestre, era in possesso di quelle competenze specifiche che sfortunatamente ora si rendevano necessarie. Sulla Terra, gli amici gli chiedevano spesso come mai avesse deciso di diventare criminologo. Lui rispondeva sempre allo stesso modo: «L’unica alternativa era di diventare un criminale». Per quasi una settimana Steiner aveva lavorato per modificare l’elettroencefalografo dell’infermeria e per controllare i programmi necessari. Nel frattempo, i quattro Sabra rimasero agli arresti rifiutandosi ostinatamente di confessare la loro colpa. Owen Fletcher osservò con aria infelice i preparativi fatti appositamente per lui; troppe erano le somiglianze con gli strumenti di tortura usati in tutta la sanguinosa storia della Terra. Il dottor Steiner lo rassicurò con la cordialità professionale del buon inquisitore. «Non aver paura, Owen, non sentirai niente. Non ti renderai nemmeno conto di quello che risponderai alle mie domande… ma non potrai mentire. Tu sei una persona intelligente, e per questo ti dico esattamente quello che sto per fare. Sarà strano, ma dire la verità al soggetto mi aiuta a far meglio il mio lavoro; ti piaccia o no, il tuo subconscio si fiderà di me… e collaborerà con me.» Assurdo! pensò il tenente Fletcher. Non crederà di incantarmi così facilmente. Però non disse nulla mentre gli assistenti di Steiner lo legavano all’apposita poltrona. Non fece nessuna resistenza; due dei suoi ex colleghi se ne stavano a disagio sullo sfondo, evitando attentamente il suo sguardo. «Se hai sete o devi andare in bagno, dillo. La prima sessione durerà un’ora; forse ne servirà qualche altra, ma saranno più brevi. Tutto a posto? Sei comodo?» Era, date le circostanze, una domanda grottesca, ma che nessuno parve trovare spiritosa. «Mi spiace che abbiamo dovuto rasarti la testa, ma gli elettrodi non funzionano bene con i capelli. E poi bisognerà che ti bendiamo, così non ci saranno impulsi visivi a confonderti… Ora ti verrà sonno, ma resterai sempre perfettamente cosciente… Adesso ti farò alcune domande. Puoi rispondere in tre modi: sì, no e non so. Ma non devi rispondere ad alta voce: ci penserà il tuo cervello, e il computer saprà come interpretare le sue risposte. «Non c’è assolutamente modo di mentire. Puoi provare se vuoi. Credimi, questa macchina è stata inventata da alcune delle menti migliori della Terra… e loro stessi non sono mai riusciti a ingannarla. Se la risposta è ambigua, il computer penserà a porre la domanda in un altro modo Sei pronto? Molto bene… Via con la registrazione, per piacere… Controllare il canale cinque… Benissimo. Date il run, prego.» IL TUO NOME È OWEN FLETCHER… RISPONDI SÌ O NO… IL TUO NOME È JOHN SMITH… RISPONDI SÌ O NO… SEI NATO A LOWELL CITY, SU MARTE… RISPONDI SÌ O NO… IL TUO NOME È JOHN SMITH… RISPONDI SÌ O NO… SEI NATO AD AUCKLAND, NUOVA ZELANDA… RISPONDI SÌ O NO… IL TUO NOME È OWEN FLETCHER… SEI NATO IL 3 MARZO 3585… SEI NATO IL 31 DICEMBRE 3584… Le domande arrivavano così in fretta che, anche se non fosse stato sotto l’effetto di un lieve narcotico, Fletcher non avrebbe potuto dare risposte sbagliate. Né, se l’avesse fatto, ciò avrebbe avuto importanza; nel giro di pochi minuti il computer aveva stabilito lo schema delle sue reazioni automatiche a tutte le domande di cui si conosceva già la risposta. Di quando in quando si ricontrollava la calibrazione (IL TUO NOME È OWEN FLETCHER… SEI NATO A CITTA’ DEL CAPO, SUDAFRICA…) e si ripetevano certe domande in modo di avere una conferma delle risposte già date. Una volta identificata la costellazione fisiologica delle reazioni SÌ — NO, tutta la procedura era completamente automatica. La cosiddetta «macchina della verità» dei tempi antichi conseguiva gli stessi risultati con buona approssimazione, ma senza garantire la certezza assoluta. Erano stati necessari più di due secoli per perfezionare la tecnologia e quindi rivoluzionare il codice di procedura penale e civile a tal punto che ormai ben pochi erano i processi che durassero più di un paio d’ore. Più che un interrogatorio, era una versione computerizzata — e a prova di menzogna — dell’antico gioco delle Venti Domande. In teoria, non vi era informazione che non potesse venir rapidamente estratta mediante una serie di risposte SÌ — NO; ed era molto raro che fossero necessarie più di venti domande, quando un professionista esperto lavorava assieme a un sistema esperto computerizzato. Quando, un’ora più tardi, Owen Fletcher scese barcollando, un po’ stordito, dalla poltrona, non aveva la minima idea né di ciò che gli era stato chiesto né di ciò che aveva risposto. Ma era comunque sicurissimo di non aver rivelato niente d’importante. Fu dunque con una certa sorpresa che sentì dire al dottor Steiner: «Ecco fatto, Owen. Non c’è bisogno d’altro». Il criminologo andava orgoglioso di non avere mai fatto del male a nessuno, ma un buon inquisitore deve per forza essere un po’ sadico, se non altro a livello psicologico. Inoltre mostrarsi infallibile agli occhi del soggetto era sempre una buona tattica. Aspettò fino a che Fletcher si fu un po’ ripreso e stava per essere ricondotto in cella. «Ah, a proposito, Owen… Quel trucchetto col ghiaccio non sarebbe riuscito comunque.» Invece sarebbe potuto benissimo riuscire; ma ciò ora non aveva importanza. L’espressione che il dottor Steiner vide sul volto di Fletcher lo ricompensò abbondantemente delle energie spese per quell’incombenza. Steiner ora poteva rimettersi a dormire fino a Sagan Due. Però prima si sarebbe svagato un po’, tanto per sfruttare al massimo quell’inatteso interludio. Il giorno dopo avrebbe dato un’occhiata a Thalassa e magari fatto anche una nuotata. Ma per ora si sarebbe accontentato di godere della compagnia di un vecchio amico. Il libro che estrasse con cura infinita dal contenitore sotto vuoto non era soltanto una prima edizione; era, adesso, l’edizione unica. L’aprì a caso; tanto, ne sapeva ogni pagina a memoria. Prese a leggere e, a cinquanta anni luce dalla Terra carbonizzata, la nebbia ancora una volta avanzò strisciando in Baker Street. «Il controllo incrociato ha confermato che solo i quattro Sabra erano coinvolti» disse il capitano Bey. «Fortunatamente non c’è bisogno di interrogare altri.» «Ancora non capisco come speravano di cavarsela impunemente» fece il secondo ufficiale Malina con aria infelice. «Non credo che ce l’avrebbero fatta, ma sono contento di averli fermati in tempo. Comunque, non avevano ancora deciso. «Il loro cosiddetto Piano A prevedeva il sabotaggio dello scudo. Come lei sa, Fletcher faceva parte della squadra montatori e aveva in mente di riprogrammare l’ultima fase della manovra di sollevamento. Se un lastrone di ghiaccio avesse colpito lo scudo anche muovendosi a una velocità di pochi metri al secondo… capisce cosa sarebbe successo? «Avrebbe detto che s’era trattato di un incidente, ma l’inchiesta avrebbe fatto saltar fuori la verità. E poi lo schermo si sarebbe sempre potuto riparare. Fletcher sperava di guadagnare tempo, e di procurarsi così più sostenitori. E forse non sbagliava; un altro anno su Thalassa… «Il Piano B prevedeva invece il sabotaggio del circuito di ventilazione, così da dover evacuare la nave. Restano valide le stesse obiezioni. «Il Piano C era il più pericoloso, perché ci avrebbe costretti a rimanere tutti su Thalassa. Per fortuna, nessuno dei quattro Sabra era nella Propulsione; non sarebbero potuti arrivare tanto facilmente al motore quantico…» Tutti ebbero un soprassalto, specialmente il comandante Rocklynn. «Non sarebbe stato poi così difficile, signore, per uomini decisi a tutto. Il problema vero consisteva, caso mai, nel mettere definitivamente fuori uso il motore quantico senza distruggere la nave. E non credo proprio che loro possedessero la competenza tecnica necessaria.» «Però ci stavano lavorando» disse con voce dura il capitano. «Bisognerà riconsiderare le misure di sicurezza, ho paura. Ho indetto per domani a mezzogiorno una riunione di tutti gli ufficiali superiori.» Allora l’ufficiale medico Newton pose la domanda che ognuno aveva in mente. «Vi sarà una corte marziale, capitano?» «Non è necessario, perché la colpevolezza è stata dimostrata al di là di ogni dubbio. Secondo il regolamento, resta solo da emanare la sentenza.» Tutti rimasero in attesa. «Grazie, signore e signori» li congedò il capitano, e gli ufficiali se ne andarono in silenzio. Solo nella sua cabina, il capitano Bey si sentiva tradito. Ma se non altro era finita; la Magellano si era liberata da quella minaccia. Gli altri tre Sabra erano — forse — innocui; ma Owen Fletcher? Continuava a pensare all’oggetto mortale al sicuro nella cassaforte. Il capitano era lui: gli sarebbe stato facile mettere in scena un incidente… Si strappò a quelle fantasticherie; non l’avrebbe fatto mai, naturalmente. Comunque aveva deciso la sentenza, ed era sicuro che nessuno l’avrebbe disapprovata. Qualcuno aveva detto che non vi è problema che non abbia una soluzione semplice, comoda… e sbagliata. Ma questa soluzione, ne era certo, era semplice, comoda… e assolutamente giusta. I Sabra volevano restare su Thalassa; ne avrebbero avuto la possibilità. Senza dubbio sarebbero diventati bravi cittadini come tutti gli altri, e magari quel tipo di cittadini aggressivi ed energici di cui Thalassa aveva molto bisogno. Che strano: la storia si ripeteva; come Magellano, anche lui era in procinto di abbandonare alcuni dei suoi uomini. Ma se così facendo avesse dato loro una punizione o una ricompensa, l’avrebbe saputo soltanto trecento anni dopo. VI. LE FORESTE DEL MARE 44. Palla spia Lo staff del Laboratorio Marino dell’Isola Settentrionale si era mostrato tutt’altro che entusiasta. «Ci vuole ancora una settimana prima che le riparazioni della Calypso siano terminate» disse il direttore. «E siamo anche stati fortunati, perché abbiamo ritrovato la sonda. È l’unica esistente su Thalassa, e non abbiamo nessuna intenzione di metterla ancora a rischio.» Riconosco i sintomi, pensò l’ufficiale scientifico Varley; persino durante gli ultimi giorni della Terra c’erano certi direttori di laboratorio che non volevano lasciar usare le loro attrezzature per paura che le sciupassero. «Rischio? Nessun rischio, a meno che il Piccolo Krakan, o anche il Grande, se è per questo, non si mettano ancora a fare i capricci. E i geologi, come sa, ci hanno assicurato che se ne staranno buoni per altri cinquant’anni almeno…» «Io su questo non metterei la mano sul fuoco. Ma, francamente, perché poi la considerate una ricerca tanto importante?» Che modo angusto di vedere le cose! pensò la Varley. Quest’uomo è un oceanografo, e dunque ci si aspetterebbe che nutra un qualche interesse per le forme di vita che popolano il mare… Ma forse mi sbaglio, e lui sta cercando di farmi parlare. «Noi nutriamo un certo interesse per questi esseri — un interesse sentimentale, per così dire — da quando il dottor Lorenson è rimasto ucciso, per fortuna non in modo permanente. Ma, a prescindere da queste considerazioni, gli scorpioni di mare sono esseri interessantissimi. Infatti, tutto ciò che riusciamo a scoprire sull’intelligenza aliena potrebbe rivelarsi molto importante in futuro. È importante soprattutto per voi, visto che gli scorpioni di mare sono vostri vicini di casa.» «Capisco. Fortunatamente, noi e loro occupiamo nicchie ecologiche del tutto diverse.» Ma per quanto tempo? pensò l’ufficiale scientifico. Se Moses Kaldor ha visto giusto… «Ma mi dica» riprese il direttore. «Come funziona esattamente una palla spia? Non è che il nome di per sé dica molto…» «Si tratta di un congegno messo a punto duemila anni fa a scopo di sorveglianza e spionaggio, ma con molte altre possibili applicazioni. Alcune non erano più grandi di una capocchia di spillo. Quella che intendiamo usare noi è grande quanto un pallone da calcio.» La Varley spiegò i piani costruttivi sul tavolo del direttore. «Questo modello fu progettato appositamente per l’impiego sottomarino nel 2045… strano che voi non abbiate i piani. Abbiamo trovato il progetto completo nella Banca Dati Tecnici, e ci siamo limitati a introdurlo nel replicatore. Il primo esemplare prodotto non funzionava, e ancora non abbiamo capito perché. Ma il secondo funziona benissimo. «Questi sono i generatori acustici. La frequenza è di dieci megahertz, così che la risoluzione dell’immagine è di circa un millimetro. Come immagine video non è un gran che, naturalmente, ma è quanto ci basta. «Un processore invia un impulso che viene utilizzato per visualizzare un ologramma acustico di tutto ciò che si muove in un raggio di venti o trenta metri. L’impulso viene trasmesso direzionalmente sulla banda dei duecento kilohertz a una boa che galleggia in superficie, la quale lo ritrasmette alla base. Ci vogliono circa dieci secondi perché l’immagine appaia sullo schermo; dopo di che, il processore invia un altro impulso. «Se nell’ambiente circostante nulla è cambiato, la palla spia manda un segnale nullo. Ma non appena cambia qualcosa trasmette la nuova informazione, così che sullo schermo appare la nuova immagine. «Si finisce per disporre, in poche parole, di un’istantanea ogni dieci secondi; quanto basta nella maggior parte dei casi. Certo che, se la situazione cambia molto velocemente, le immagini appariranno sfocate e saltellanti. Però non si può avere tutto; la palla spia funziona in ogni condizione ambientale, anche nell’oscurità più completa. Inoltre è difficile individuarla, ed è molto economica.» Il direttore era molto interessato, ma faceva del suo meglio per non mostrarlo. «Un aggeggio ben congegnato… magari potrebbe anche essere di una certa utilità nel nostro campo. Le sarebbe possibile farci avere i piani costruttivi, e magari anche qualche altra palla spia funzionante?» «I piani costruttivi di sicuro, e vedrò anche che siano interfacciati correttamente con il vostro replicatore, così che possiate produrre tutti i congegni che vi servono. Ma questa palla spia, e magari anche le altre due o tre che produrremo, la vogliamo collocare a Scorpville. «Dopo di che, resteremo a vedere cosa succede.» 45. Esca L’immagine era granulosa e difficile da interpretare anche ricorrendo ai falsi colori per mostrare certi particolari che all’occhio umano sarebbero altrimenti sfuggiti. Era una visione panoramica a 360 gradi del fondo marino: sulla sinistra, in lontananza, si scorgevano i tronchi dei sargassi, delle protuberanze rocciose al centro e altri tronchi sulla destra. L’immagine pareva immobile come una fotografia, ma i numeri che scorrevano sullo schermo in basso a sinistra rivelavano il passare del tempo; e certe volte la scena cambiava con uno scatto improvviso quando qualche movimento modificava il segnale trasmesso. «Come vedete» disse la Varley al pubblico invitato nell’auditorium di Terra Nova «non vi erano scorpioni presenti quando siamo arrivati, però possono aver sentito — o comunque percepito — il nostro regalo urtare contro il fondo. Ecco il primo investigatore, un minuto e venti secondi dopo.» Ora l’immagine cambiava a scatti a intervalli di dieci secondi, e a ogni inquadratura si vedevano altri scorpioni. «Ora userò il fermo immagine» continuò l’ufficiale scientifico «così da poter osservare con comodo i particolari. Vedete lo scorpione sulla destra? Osservate la chela destra… ha addirittura cinque bracciali! Si direbbe un capo o qualcosa del genere… nelle inquadrature successive si vedono gli altri che gli lasciano il passo… ora esamina l’oggetto misterioso che è caduto dal cielo… questa inquadratura è particolarmente buona… vedete come usa i palpi e le chele assieme… i palpi sono sensibili, e le chele robuste… sta tirando il filo di ferro, ma il nostro regalino è troppo pesante per poterlo spostare… notate il suo atteggiamento… sta dando degli ordini, potrei giurarlo, sebbene non si percepiscano segnali acustici o vibrazioni… forse si tratta di infrasuoni… ecco ora che arriva uno scorpione particolarmente grosso…» La scena si mosse d’un tratto, cambiando bruscamente angolazione. «Se ne vanno portando via il nostro regalo… e, dottor Kaldor, aveva ragione lei… puntano dritti verso l’apertura della piramide… l’oggetto è troppo grosso, e non può passare… l’abbiamo confezionato apposta così, naturalmente… ecco, ora arriva la parte davvero interessante…» Il dono per gli scorpioni di mare era stato attentamente pensato. Consisteva per lo più in materiale di scarso o di nessun valore, ma comunque ben selezionato. C’erano barre d’acciaio, di rame, d’alluminio e di piombo; assi di legno; tubi e fogli di plastica; catene di ferro; uno specchio di metallo più parecchi metri di filo di rame di varie misure. Pesava complessivamente più di un quintale, ed era stato legato con filo di ferro per riuscire a trasportare il tutto. La palla spia era su uno spigolo, legata con quattro fili distinti. I due scorpioni stavano ora affrontando l’involto con decisione e, pareva, con un piano preciso in mente. Le forti chele tagliarono il filo di ferro; e subito essi gettarono via il legno e la plastica. Evidentemente erano interessati soltanto al metallo. Quando videro lo specchio si fermarono a osservare la loro immagine riflessa — invisibile, naturalmente, alla percezione solo acustica della palla spia. «Noi ci aspettavamo una reazione aggressiva… se si mette uno specchio in un acquario, c’è sempre qualche pesce che attacca il suo riflesso. Forse hanno capito che è un’immagine riflessa. Ciò starebbe a indicare un buon livello di intelligenza.» Gli scorpioni lasciarono perdere lo specchio e cominciarono a trascinare i vari oggetti sul fondo del mare. Nelle inquadrature successive, le immagini erano irrimediabilmente confuse. Quando la visione tornò chiara, apparve una scena del tutto diversa. «Abbiamo avuto fortuna… le cose sono andate esattamente come speravamo. Hanno portato la palla spia dentro la caverna sorvegliata dalle sentinelle. Ma non si tratta della sala del trono della Regina degli Scorpioni… se hanno una regina, poi, del che dubito molto… Qualche ipotesi?» Vi fu un lungo silenzio mentre tutti osservavano quello strano spettacolo. «Forse è un magazzino» disse alla fine una voce. «Ma quello è un motore fuoribordo da dieci chilowatt! L’avrà perso in mare qualcuno…» «Adesso sappiamo chi ci ruba le catene dell’àncora!» «Ma perché… Che senso ha?» «Un senso evidentemente ci dev’essere… per loro.» Moses Kaldor si schiarì la voce per richiamare l’attenzione. «Abbiamo solo una teoria» cominciò «cui però i fatti sembrano dare ragione. Avrete notato che ogni oggetto è di metallo, metallo dalle origini più disparate. «Ora, per un essere intelligente che vive sott’acqua, il metallo dev’essere qualcosa di misterioso, qualcosa che è completamente differente da tutto ciò che c’è nel mare. Si direbbe che gli scorpioni di mare siano a un livello d’evoluzione corrispondente alla nostra età della pietra, e non possono andare oltre così come noi, animali terrestri, abbiamo potuto fare sulla Terra. Non hanno il fuoco, e questo li chiude in un vicolo cieco tecnologico. «Qui vediamo una sorta di riproduzione di una cosa che è accaduta a noi, sul nostro mondo. Sapete da dove è arrivato il primo ferro all’uomo preistorico? Dallo spazio! «Noto che la mia affermazione vi sorprende. Però il ferro puro non esiste in natura… si ossida troppo in fretta. L’uomo primitivo poteva trovare il ferro solo nelle meteoriti. Non fa meraviglia dunque che le meteoriti fossero oggetto di culto e non fa meraviglia che i nostri antenati credessero nell’esistenza di esseri sovrannaturali di là del cielo… «Forse qui sta accadendo la stessa cosa. Vi prego di prendere in seria considerazione questa ipotesi. Ancora non conosciamo il livello d’intelligenza degli scorpioni di mare. Forse raccolgono il metallo perché sono incuriositi e attratti dalle sue proprietà, per così dire magiche. Ora lo usano solo per ornamento, ma scopriranno come utilizzarlo per qualche altra cosa? Fino a che punto possono progredire restando sott’acqua? E continueranno a rimanerci, sott’acqua? «Amici miei, a parer mio bisogna scoprire quanto più è possibile sul conto degli scorpioni di mare. Può essere che vi troviate a dover condividere questo pianeta con un’altra specie intelligente. A cosa andate incontro, alla cooperazione o alla guerra? Anche se non fossero veramente intelligenti, potrebbero pur sempre costituire una minaccia mortale… o un utile strumento. Forse è più opportuno farseli amici. Tra parentesi, vi raccomando di consultare la voce Cargo Cult1 nei vostri Archivi Storici. Perché è questo ciò cui siamo di fronte, un C-A-R-G-O C-U-L-T. 1 Cargo Cult (lett. culto del carico): movimento a sfondo politico e religioso un tempo diffuso tra gli indigeni di diverse isole del Pacifico Meridionale, caratterizzato dall’attesa messianica del ritorno degli antenati a bordo di navi o aeroplani carichi dei prodotti della civiltà industriale che avrebbero soddisfatto tutti i bisogni, rendendo superfluo il lavoro e liberando gli indigeni stessi dal predominio dei bianchi. [N.d.T.] «Sono molto curioso di conoscere quale sarà il prossimo capitolo della storia di Thalassa. Forse in questo momento anche i filosofi degli scorpioni di mare sono riuniti nella foresta di sargasso per discutere quale atteggiamento adottare nei nostri confronti. «Quindi vi prego caldamente di riparare il trasmettitore interstellare così da rimanere in contatto con noi. Il computer della Magellano resterà in attesa delle vostre comunicazioni mentre ci condurrà lungo la strada che porta a Sagan Due.» 46. Cosa siano gli dei… «Cos’è Dio?» chiese Mirissa. Kaldor con un sospiro alzò gli occhi dalle immagini vecchie di secoli che stava osservando. «Oh, povero me. Perché mi chiedi questo?» «Perché ieri Loren ha detto: «Moses pensa che forse gli scorpioni di mare stiano cercando Dio».» «Davvero? Gli dirò io due parole più tardi. E tu, mia cara, mi chiedi di spiegarti una cosa che ha ossessionato milioni di uomini per migliaia di anni e sulla quale si sono dette più parole che su qualsiasi altro argomento. Quanto tempo hai questa mattina?» Mirissa si mise a ridere. «Oh, almeno un’ora. Non hai detto una volta che tutto quello che è davvero importante si può esprimere con una sola frase?» «Be’, mi sono imbattuto in frasi incredibilmente lunghe, ai miei tempi. Vediamo come cominciare…» Osservò distrattamente gli alberi fuori della finestra della biblioteca e la mole torreggiante e silenziosa — ma così eloquente! — della Nave Madre. È qui che la vita umana ha avuto inizio su questo pianeta; non fa meraviglia che spesso mi faccia venire in mente il Paradiso Terrestre. E sono io il Serpente che sta per distruggere l’innocenza di questo mondo? Ma Mirissa è una donna intelligente, e non posso dirle nulla che già non sappia… o che comunque non possa arrivare a indovinare da sé. «Il problema del termine «Dio»«cominciò lentamente «è che non ha mai voluto significare la stessa cosa per nessuno, e soprattutto per i filosofi. Per questo la parola è divenuta obsoleta nel corso del Terzo Millennio, tranne che come imprecazione, e da molti ritenuta troppo oscena per essere pronunciata davanti alle signore. «La parola fu sostituita da tutta una costellazione di termini tecnici. In questo modo se non altro la gente smise di litigare sul significato ambiguo della parola stessa, da cui erano nati tutti i problemi del passato. «Il Dio personale, che alcuni chiamavano anche Dio unico, venne così a chiamarsi Alfa. Era questa un’ipotetica entità che avrebbe dovuto supervedere a tutte le cose della vita d’ogni giorno — tenendo conto di ogni singolo individuo, di ogni essere animato — nonché di premiare i buoni e di castigare i cattivi, normalmente assegnando loro un’altra vita, la cui descrizione rimane per lo più nel vago, dopo la morte. Gli uomini adoravano Alfa, gli rivolgevano preghiere e complicati riti religiosi, e costruivano grandi chiese in suo onore… «Vi era poi il Dio creatore dell’Universo, il quale secondo alcuni provvedeva anche al corretto funzionamento dell’universo stesso, mentre altri erano d’opinione contraria. Questo venne chiamato Omega. Procedendo in questa anatomia della divinità, i filosofi finirono per esaurire la ventina di lettere o poco più di cui si compone l’alfabeto greco, ma per stamattina ci accontenteremo di Alfa e di Omega. Credo che per discutere ogni aspetto del problema vennero impiegati non meno di dieci miliardi di anni-uomo. «Alfa era inestricabilmente compromesso con la religione, e questo ne provocò la caduta. Forse sarebbe sopravvissuto fino alla distruzione della Terra se le migliaia di religioni in concorrenza tra di loro si fossero tollerate a vicenda. Ma ciò era impossibile, giacché ciascuna sosteneva di essere in possesso dell’Unica Vera Fede. Si rendeva quindi necessaria la distruzione delle religioni rivali… il che significava liquidare non solo tutte le altre religioni, ma anche eliminare fisicamente quei fedeli che avevano opinioni eterodosse. «Naturalmente sto schematizzando al massimo; sono sempre esistiti individui capaci di andare oltre le credenze in cui erano nati, ed è del resto possibilissimo che la religione abbia svolto un ruolo essenziale nelle società primitive. Senza il timore della punizione sovrannaturale, forse gli uomini non avrebbero mai cooperato tra loro a un livello più vasto di quello tribale. La religione divenne una forza veramente antisociale solo quando si lasciò corrompere dal gusto del potere e del privilegio; ne nacquero allora grandi mali, che eclissarono il ruolo positivo che aveva svolto. «Tu non hai mai sentito parlare, credo, della Santa Inquisizione, della caccia alle streghe, della guerra santa. Ci crederesti se ti dicessi che ancora nell’Età dello Spazio esistevano nazioni in cui i figli venivano a volte condannati a morte perché i genitori facevano parte di una setta che non condivideva l’interpretazione ufficiale che lo stato dava di Alfa? Vedo che ti scandalizzi; ma queste cose, e cose anche peggiori, succedevano quando i nostri antenati cominciavano l’esplorazione del Sistema Solare. «Fortunatamente per l’umanità, Alfa perse d’importanza, più o meno di buona grazia, all’inizio del Terzo Millennio. Fu ucciso da un’affascinante scienza nuova chiamata teologia statistica. Quanto tempo ci resta? Non vorrei che Bobby diventasse impaziente.» Mirissa guardò dalla grande finestra panoramica. Il suo cavallo arabo stava pascolando tranquillo vicino alla Nave Madre, e appariva perfettamente soddisfatto. «Non scapperà, fin quando avrà da mangiare. Cos’è la teologia statistica?» «Fu la risoluzione definitiva del problema del Male. La nascita della teologia statistica è dovuta al sorgere di una setta molto strana — si facevano chiamare neo-manichei: ora non posso spiegarti perché — verso il 2050. Fu quella, tra l’altro, la prima delle «religioni orbitali». Anche tutte le altre religioni avevano utilizzato le comunicazioni via satellite per diffondere la loro dottrina, ma i neo-manichei si basavano esclusivamente su di esse. Non avevano altro luogo di riunione che lo schermo televisivo. «Malgrado questo aspetto tecnologico, essi s’innestavano su una tradizione antichissima. I neo-manichei credevano nell’esistenza di Alfa ma ritenevano che fosse cattivo… e che il destino dell’umanità fosse di opporsi ad Alfa e di sconfiggerlo. «Per sostenere questa tesi essi raccolsero un numero enorme di prove… e cioè i fatti più orribili della storia e della zoologia. Credo fossero dei pervertiti, perché raccoglievano questo materiale con morboso piacere. «Ad esempio: una delle prove più famose per dimostrare l’esistenza di Alfa era il cosiddetto argomento teleologico. Noi ora sappiamo che è del tutto privo di fondamento, ma per i neo-manichei era invece una prova assolutamente convincente e irrefutabile. «Se ti trovi davanti a un sistema che funziona perfettamente — l’esempio favorito dei neo-manichei era un orologio digitale — è evidente che esso ha una funzione e che qualcuno l’ha prima pensato e poi costruito. Guardiamo quindi il mondo della Natura… «E così fecero i neo-manichei, con estrema attenzione. Il loro campo preferito era la parassitologia… voi di Thalassa non vi rendete conto di quanto siete fortunati, a proposito! Non voglio disgustarti descrivendoti i metodi incredibilmente ingegnosi con cui molti esseri si sono adattati per invadere l’organismo di altri esseri, e gli esseri umani specialmente, per nutrirsene e infine, talvolta, distruggerli. Menzionerò soltanto un insetto molto apprezzato dai neo-manichei, la mosca icneumone. «Questo simpatico insetto depone le sue uova dentro il corpo di altri insetti che ha prima paralizzato, così che, quando le uova si schiudono e ne escono le larve, queste hanno a disposizione un’ampia provvista di carne fresca, freschissima, viva persino… «I neo-manichei erano capaci di andare avanti per ore e ore portando esempi di questo genere, e utilizzando le meraviglie della Natura per dimostrare che Alfa era, se non infinitamente malvagio, almeno supremamente indifferente al bene. Non preoccuparti: non ho nessuna intenzione di fare come i neo-manichei. «Però voglio menzionare un’altra delle loro prove favorite, e cioè l’argomento antiprovvidenziale. Ad esempio: i fedeli di Alfa si radunano per invocare la salvezza da una catastrofe, e la chiesa crolla uccidendone molti, che invece si sarebbero salvati se fossero rimasti a casa. «I neo-manichei riempirono un libro dietro l’altro di questi orrori: ospedali e ricoveri per anziani che vanno a fuoco, asili infantili inghiottiti da terremoti, eruzioni vulcaniche od ondate di marea che distruggono intere città. L’elenco era interminabile. «Naturalmente, gli altri fedeli di Alfa non rimasero inattivi. Anch’essi raccolsero un enorme numero di esempi contrari documentando gli interventi miracolosi che, nei secoli, avevano salvato i credenti da varie catastrofi. «Del resto questo dibattito andava avanti, in forme diverse, da alcune migliaia di anni. Alla fine, nel ventunesimo secolo, si concluse per merito delle nuove tecnologie dell’informazione e dei nuovi metodi di indagine statistica, e anche a causa di una più ampia comprensione della teoria delle probabilità. «Furono necessari alcuni decenni perché si potessero trarre le conclusioni, e altri anni ancora perché tali conclusioni venissero accettate da tutte le persone intelligenti: in poche parole, le sventure e i colpi di fortuna avvengono con eguale frequenza; come da lungo tempo si sospettava, l’universo obbedisce semplicemente alle leggi della probabilità matematica. Di sicuro non vi è segno di alcun intervento sovrannaturale, né per il bene né per il male. «Quindi il cosiddetto problema del Male in realtà non esiste. Affermare che l’universo è buono è come sostenere di vincere sempre al gioco dei dadi. «Vi furono alcuni che credettero di salvare capra e cavoli fondando la religione di Alfa l’Indifferente, e scegliendo come simbolo della loro fede la curva a campana della distribuzione casuale. Ovviamente, una divinità così astratta non ispirò grande devozione. «E, parlando di matematica, fu proprio la matematica a sferrare ad Alfa un altro colpo terribile nel ventunesimo secolo (o era il ventiduesimo?). Un brillante matematico terrestre di nome Kurt Gödel dimostrò che il conoscere ha certi limiti assolutamente fondamentali, per cui l’idea di onniscienza — uno degli attributi di Alfa — era di per sé assurda. Questa scoperta è giunta fino a noi in forma di gioco di parole: «Gödel Deleted God». Gli studenti scrivevano sui muri le lettere G e O seguite dal delta greco; e naturalmente alcuni le leggevano al contrario: «God Deleted Gödel». «Ma torniamo ad Alfa. Verso la metà del Terzo Millennio era praticamente scomparso. Quasi tutte le menti pensanti erano, alla fine, giunte ad accettare il duro giudizio di Lucrezio: tutte le religioni sono fondamentalmente immorali, perché esse spacciano superstizioni che fanno più male che bene. «Eppure qualcuna delle antiche religioni riuscì a sopravvivere, sebbene in forma drasticamente alterata, fino agli ultimi giorni della Terra. I Mormoni dell’Ultimo Giorno e le Figlie del Profeta riuscirono addirittura a costruirsi delle navi inseminatrici. Spesso mi domando cosa ne è stato di loro. «Alfa era caduto in discredito ma restava Omega, il creatore di tutte le cose. Liquidare Omega è meno facile, perché l’universo va in qualche misura spiegato. O no? C’è una vecchia battuta che è più profonda di quanto sembra. Domanda: Ma che ci fa qui l’universo? Risposta: Perché, dove altro dovrebbe essere? E credo che questo basti, per stamattina.» «Grazie, Moses» disse Mirissa con l’aria un po’ frastornata. «Queste cose le avevi già dette prima, non è vero?» «Certo, e molte volte. Ma ora devi promettermi una cosa.» «E cioè?» «Non credere a nulla di quello che ti ho detto… solo perché l’ho detto io. Nessun problema filosofico serio si può mai dire definitivamente risolto. Omega è ancora in circolazione, e certe volte mi chiedo se anche Alfa…» VII. COME LE SCINTILLE VOLANO IN CIELO 47. Ascensione Si chiamava Carina; aveva diciotto anni e sebbene fosse la prima volta che usciva in mare di notte con la barca di Kumar, non era certo la prima volta che giaceva tra le braccia di lui. Aveva anzi forse più titolo, tra le molte che si disputavano questo onore, a ritenersi la sua ragazza. Sebbene il sole fosse tramontato già da due ore, la luna più interna — molto più luminosa e vicina della luna della Terra — era quasi piena e la spiaggia, cinquecento metri lontano, era inondata di una fredda luce azzurrina. Un focherello ardeva sotto le palme, e la festa durava ancora. Si sentiva anche la musica sopra il ronzìo sommesso degli idrogetti che funzionavano a regime minimo. Kumar aveva già conseguito il suo obiettivo più importante e dunque non aveva grande fretta di andare in nessun posto. Tuttavia, da buon marinaio qual era, di quando in quando si staccava dalla ragazza per dare qualche istruzione verbale all’autopilota e per gettare un rapido sguardo all’orizzonte. Kumar aveva ragione, pensò Carina soddisfatta. L’ondeggiare della barca aveva effettivamente qualcosa di molto erotico, soprattutto quando il ritmo veniva amplificato dal materassino pneumatico su cui giacevano. Dopo questa esperienza, l’avrebbe ancora soddisfatta fare l’amore sulla terraferma? E poi Kumar, a differenza di alcuni altri giovani Thalassani di cui avrebbe anche potuto fare il nome, era molto tenero e attento. Non era uno di quegli uomini che pensano solo a soddisfare se stessi; il suo piacere era completo solo quando era condiviso. Quando lui è dentro di me, pensò Carina, ho l’impressione di essere l’unica ragazza del suo universo, anche se so perfettamente che non è vero. Carina si rendeva vagamente conto che stavano allontanandosi sempre di più dal villaggio, ma ciò non le importava affatto. Avrebbe voluto che quel momento durasse per sempre e non le sarebbe importato nemmeno se la barca avesse puntato a tutta velocità verso il mare aperto, senza una terra emersa tranne quella che avrebbero ritrovato dopo aver fatto la circumnavigazione del globo. Kumar sapeva quel che faceva. In tutti i sensi. Parte del piacere di lei derivava dalla sicurezza che Kumar ispirava; tra le sue braccia lei non aveva né preoccupazioni né problemi. Il futuro non esisteva; esisteva solo un presente senza tempo. Eppure il tempo passava lo stesso e ora la luna interna era molto più alta nel cielo. Dopo la passione, le loro labbra stavano ancora esplorando i territori dell’amore quando il ronzìo dell’idrogetto tacque e la barca rallentò fino a fermarsi. «Ci siamo» disse Kumar con una nota di eccitazione nella voce. E dove mai potremmo essere arrivati? pensò pigramente Carina mentre Si scioglievano l’uno dalle braccia dell’altra. Le sembrava fossero passate ore e ore da quando aveva guardato l’ultima volta verso terra. Chissà se era ancora in vista… Si rialzò lentamente, assecondando il lieve rollìo della barca, e guardò a bocca aperta quel paese incantato che si stendeva là dove non molto tempo prima vi era la squallida palude che con grande speranza ma intempestivo ottimismo era stata battezzata Baia delle Mangrovie. Non era la prima volta che vedeva i prodotti dell’alta tecnologia; la centrale a fusione e il Replicatore Principale sull’Isola Settentrionale erano molto più grandi e anche più impressionanti. Ma quel labirinto violentemente illuminato di tubi e serbatoi e gru e meccanismi di sollevamento — quell’operoso panorama, tra il cantiere navale e lo stabilimento chimico, che funzionava in silenzio sotto le stelle senza che vi fosse un solo essere umano in vista, colpiva a livello sia visivo sia psicologico. Kumar gettò l’àncora con un tonfo improvviso che risuonò nel gran silenzio della notte. «Vieni» le disse con malizia. «Voglio farti vedere una cosa.» «Ma c’è pericolo?» «Naturalmente no. Ci sono già stato decine di volte.» E non da solo, certo, pensò Carina. Ma Kumar era già entrato in acqua prima che lei potesse dire qualcosa. L’acqua arrivava al petto, e conservava a tal punto il calore del giorno da riuscire quasi fin troppo calda. Quando Carina e Kumar si avviarono verso la spiaggia, la mano nella mano, fu un sollievo sentire sul corpo l’aria fresca della notte. Uscirono dalle onde come moderni Adamo ed Eva cui fossero state date le chiavi di un Eden meccanizzato. «Non ti preoccupare» disse Kumar. «Conosco bene questo posto. Il dottor Lorenson mi ha spiegato tutto. Ma io ho trovato una cosa che lui di sicuro non conosce.» Si avviarono seguendo certi tubi avvolti da uno spesso strato isolante tenuti sollevati un metro da terra, e solo ora, per la prima volta, Carina sentì un suono: il pulsare delle pompe che spingevano il fluido refrigerante attraverso il labirinto di tubi e di scambiatori di calore che li circondavano. A un certo punto giunsero alla famosa vasca in cui era stato trovato lo scorpione di mare. L’acqua era quasi invisibile, coperta com’era dall’intrico della vegetazione marina. Su Thalassa non esistevano rettili, ma le alghe spesse e flessibili fecero venire in mente a Carina un groviglio di serpenti. Passarono accanto a una serie di condotti di scolo e di saracinesche — in quel momento tutte chiuse — e infine arrivarono a un ampio spiazzo lontano dagli impianti. Fu a questo punto che Kumar fece un gesto di saluto verso l’obiettivo di una telecamera puntata verso di loro. Nessuno riuscì a scoprire, in seguito, perché fosse disattivata proprio nel momento cruciale. «Queste sono le vasche di congelamento» spiegò Kumar. «Tengono seicento tonnellate, il novantacinque per cento d’acqua e il cinque per cento di alghe. Che c’è di così divertente?» «Non è divertente… è solo strano» rispose Carina sorridendo. «Ma pensa… una parte della nostra foresta marina arriverà sulle stelle. Chi si sarebbe mai immaginata una cosa del genere? Ma non è questo il motivo per cui mi hai portata qui.» «No» disse Kumar sottovoce. «Guarda…» In un primo momento Carina non capì cosa Kumar stesse indicando. Poi la sua mente interpretò l’immagine che palpitava all’estremo limite della sua capacità di visione, e allora capì. Era un miracolo antico, naturalmente. Gli uomini avevano fatto la stessa cosa su molti mondi per più di mille anni. Ma vederlo con i propri occhi era più che emozionante — metteva paura. Ora, vicino all’ultima vasca, lo poteva vedere meglio. Il sottile filo luminoso — non era largo più di due centimetri — saliva verso le stelle dritto come un raggio laser. Carina lo seguì con gli occhi fin quando si fece così sottile da risultare invisibile, lasciandola incerta sul punto esatto in cui scompariva. Ma lo sguardo non si fermava e continuava a salire vertiginoso, finché si trovò con gli occhi fissi su una stella vivida e solitaria allo zenit, immobile, mentre le altre stelle quelle vere, procedevano lente verso ovest. Come un ragno cosmico, la Magellano aveva calato un filo di ragnatela e di lì a poco avrebbe portato a sé la sua preda dal mondo sottostante. Ora, saliti sul lastrone di ghiaccio che attendeva di venir issato fino alla nave, Carina ebbe un’altra sorpresa. Il lastrone era tutto ricoperto di una lucente pellicola dorata che le ricordava i regali che le facevano al suo compleanno o per la festa del Primo Atterraggio. «Questione d’isolamento» spiegò Kumar. «Oro vero, ma spesso solo quanto due atomi. Senza l’isolante, metà del ghiaccio si scioglierebbe durante il tragitto.» Isolante o no, Carina sentì il morso del gelo sui piedi nudi quando Kumar la condusse verso il centro del lastrone. Lì, in mezzo, scintillante di un bizzarro luccicore metallico, vi era il cavo in tensione che saliva, se non fino alle stelle, per trentamila chilometri fino all’orbita stazionaria dove si era collocata la Magellano. Il cavo terminava con un cilindro metallico zeppo di strumenti e di jet di controllo, che evidentemente fungeva da gancio — un gancio mobile e intelligente — che si saldava da sé al suo carico dopo la lunga discesa attraverso l’atmosfera. Tutto l’impianto aveva un’aria semplicissima e perfino primitiva, un’aria del tutto ingannevole, come spesso avviene con i prodotti delle tecnologie più avanzate. Carina rabbrividì, e non per via del freddo, di cui non si accorgeva nemmeno più. «Ma sei sicuro che non c’è pericolo?» chiese con ansia. «Ma certo. Cominciano ad alzare sempre a mezzanotte, spaccando il minuto, e mancano ancora parecchie ore. È molto bello qui, ma non credo che ci resteremo per tanto tempo.» Kumar s’inginocchiò e accostò l’orecchio a quel nastro incredibile che collegava l’astronave al pianeta. Se si fosse rotto, si chiese un po’ preoccupato, sarebbero schizzati uno da una parte e uno dall’altra? «Ascolta…» sussurrò. Carina non aveva la minima idea di cosa avrebbe sentito. Qualche volta, negli anni successivi, quando si sarebbe sentita abbastanza forte per farlo, avrebbe cercato di ricostruire quel momento magico, ma allo stesso tempo terrificante, angoscioso. Dapprima le sembrò di sentire una nota bassissima, come di un’arpa gigantesca le cui corde fossero tese da un mondo all’altro. Il suono le fece correre un brivido lungo la spina dorsale, e i peluzzi della nuca le si rizzarono per l’antichissimo riflesso di paura nato nelle foreste primordiali della Terra. Poi, superato il primo momento, si accorse anche di tutta una gamma di mutevoli sfumature che andavano da un estremo all’altro della scala dell’udibile — e senza dubbio anche oltre. Questi suoni secondari si confondevano l’uno con l’altro, incostanti eppure monotoni come il rumore del mare. Più ascoltava e più le veniva in mente una spiaggia deserta battuta dalle onde. Le parve di udire il mare dello spazio battere contro le spiagge desolate di tutti i mondi — un suono terribile per la sua inutilità, la sua assenza di significato, mentre echeggiava nella dolente vacuità dell’universo. E ora si accorse anche di altri elementi di quella sinfonia estremamente complessa. Vi erano improvvisi rintocchi ricchi d’armoniche, quasi che dita gigantesche pizzicassero il cavo chissà in quale punto della sua immensa lunghezza. Meteoriti? No, questo no. Forse qualche scarica elettrica nell’inquieta atmosfera di Thalassa? O non era forse la sua immaginazione soltanto, qualcosa creato dalle sue paure inconsce? Di quando in quando le pareva di sentire voci demoniache remote e lamentose, o le grida spaventevoli di tutti i bambini che erano morti di fame e di malattia sulla Terra durante i secoli dell’Incubo. Di colpo non sentì più nulla. «Ho paura, Kumar» bisbigliò prendendolo per una spalla. «Andiamo via.» Ma Kumar era ancora perso tra le stelle, la bocca semiaperta, l’orecchio accostato al cavo risonante, ipnotizzato dal canto delle sirene. Non si riscosse nemmeno quando Carina, arrabbiata quanto impaurita, se ne andò furibonda e scese dal lastrone di ghiaccio avvolto dal materiale isolante e rimase ad aspettarlo sulla terra tiepida e familiare. Kumar sentiva ora qualcosa di nuovo: una serie di note ascendenti che parevano richiamare consapevolmente la sua attenzione. Era come una fanfara per strumenti a corda, per così dire, ed era incredibilmente triste e remota. Però si faceva via via più vicina, più forte. Era il suono più angosciante che Kumar avesse mai sentito, un suono che lo teneva lì paralizzato in uno stupito timore. Era come se qualcosa stesse correndo giù dal cavo dritto addosso a lui… Troppo tardi capì la verità mentre la prima scossa lo buttò a terra sulla foglia d’oro e il lastrone sotto di lui si muoveva. Poi, per l’ultimissima volta, Kumar Leonidas guardò la fragile bellezza del suo mondo addormentato e vide il volto terrorizzato, già lontano, della ragazza che avrebbe ricordato quel momento fino all’ultimo dei suoi giorni. Era già troppo tardi per saltare giù. E così il Piccolo Leone salì verso le stelle silenziose. Nudo e solo. 48. Decisione Il capitano Bey aveva problemi più gravi per le mani e fu quindi felicissimo di delegare l’incombenza a qualcun altro. E comunque, nessun rappresentante sarebbe stato più adatto di Loren Lorenson. Loren non aveva mai visto i genitori di Kumar e temeva quell’incontro. Mirissa gli aveva proposto di accompagnarlo, ma lui aveva preferito andarci da solo. I Thalassani rispettavano molto gli anziani e facevano tutto quanto era possibile per assicurare loro il benessere e la tranquillità. Lal e Nikri Leonidas abitavano in una delle piccole colonie, del tutto autosufficienti, che si trovavano sulla costa meridionale dell’isola. Là avevano una casa di sei stanze provvista di ogni concepibile apparecchiatura per rendere la vita più facile, tra cui anche l’unico robot domestico che Loren avesse visto sull’Isola Meridionale Secondo il tempo della Terra, avevano tra i sessanta e i settant’anni. Dopo pochi impacciati convenevoli andarono a sedersi nel portico da dove si poteva vedere il mare mentre il robot andava e veniva portando bibite e frutta. Loren si costrinse a mangiare qualcosa; quindi fece appello a tutto il coraggio e si accinse ad affrontare il compito più spiacevole della sua vita. «Kumar…» Il nome gli si fermò in gola, e fu costretto a ricominciare daccapo. «Kumar è ancora a bordo della nave. Io gli devo tutto: mi ha salvato la vita a rischio della sua. Voi capite… Farei qualsiasi cosa per lui…» Ancora una volta si trovò a lottare per non perdere il controllo di sé. Poi, cercando di assumere l’atteggiamento più neutro e scientifico che poteva — come l’ufficiale medico Newton durante il breve colloquio che aveva avuto con lei — ricominciò un’altra volta daccapo. «Il corpo è in condizioni quasi perfette, perché la decompressione ha avuto luogo lentamente mentre il congelamento è avvenuto quasi subito. Ma lui è clinicamente morto, proprio come lo ero io qualche settimana fa… «Purtroppo però il suo caso è diverso. Il mio… il mio corpo venne recuperato prima che il cervello risultasse danneggiato in modo irreparabile, così che riportarmi alla vita è stato un processo relativamente semplice. «Invece, Kumar è stato recuperato solo dopo molte ore. Fisicamente il suo cervello non è danneggiato, ma non mostra alcun segno di vita. «Anche in questi casi, però, il soggetto può essere riportato alla vita ricorrendo a tecniche molto avanzate. Da quanto risulta dalle nostre registrazioni — che coprono tutta quanta la storia della scienza medica — ciò è già stato fatto in passato in casi del genere, con una percentuale di successi del sessanta per cento. «Ci troviamo di fronte a un dilemma, che il capitano Bey mi ha chiesto di esporvi in tutta franchezza. Voi non possedete né le conoscenze né le apparecchiature necessarie per compiere l’operazione. Ma noi sì… avendo trecento anni a disposizione. «Tra le centinaia di medici specialisti in ibernazione, ci sono una decina di neurochirurghi. Ci sono anche tecnici capaci di approntare attrezzature chirurgiche di ogni tipo. Tutto ciò che aveva la Terra sarà di nuovo nostro… non appena saremo arrivati su Sagan Due.» S’interruppe perché Lal e Nikri avessero modo di capir bene cosa significava quello che aveva detto. Il robot scelse quel momento per venire a offrire i suoi servigi; Loren l’allontanò con un gesto. «Noi siamo disposti… anzi, felici, di portare Kumar con noi. Non possiamo garantirvelo, però un giorno potrebbe ritornare a vivere. Riflettete su questa proposta; avete molto tempo per decidere.» I due vecchi si guardarono negli occhi in silenzio per un lungo momento mentre Loren guardava il mare. Quanta pace, quanto silenzio! Anche lui avrebbe trascorso volentieri i suoi ultimi anni in un posto come quello, con i figli e i nipoti che venivano a fargli visita una volta ogni tanto… Come quasi dappertutto a Tarna, pareva di essere sulla Terra. Forse per una scelta deliberata, non si vedeva da nessuna parte la vegetazione thalassana; tutti gli alberi erano dolorosamente familiari. Eppure mancava qualcosa di essenziale; Loren si rese conto che ne sentiva la mancanza da molto tempo — anzi, dal momento stesso in cui aveva messo piede sul pianeta. E improvvisamente, come se il dolore gli avesse fatto scattare qualcosa nella memoria, capì che cosa mancava. Non c’erano gabbiani che volteggiavano in cielo, che riempivano l’aria con il verso più triste e suggestivo della Terra. Lal Leonidas e sua moglie non si erano detti una parola, eppure Loren capì che erano giunti a una decisione. «Apprezziamo la vostra offerta, comandante Lorenson, e la preghiamo di esprimere i nostri ringraziamenti al capitano Bey. «Però non abbiamo bisogno di un lungo periodo di riflessione. In un modo o nell’altro, Kumar ci ha lasciati per sempre. «Anche se l’operazione avesse successo — cosa che, come lei dice, non è sicura — Kumar si risveglierà su un mondo straniero, sapendo che non rivedrà mai più la sua patria e che tutti coloro che ama sono morti da secoli. Non ci vuole grande riflessione. Capiamo che le vostre intenzioni sono buone, ma non crediamo che Kumar sarebbe felice. «Noi sappiamo cosa avrebbe deciso Kumar e cosa si deve fare. Ridatecelo. Noi lo restituiremo al mare che tanto amava.» Non c’era altro da fare. Loren era contemporaneamente tristissimo e sollevato. Aveva fatto il suo dovere. Era la decisione che si aspettava. 49. Fuoco sulla barriera sottomarina Ora il piccolo kaiak non sarebbe più stato finito; ma avrebbe fatto il suo primo e ultimo viaggio. Fino al tramonto era rimasto sulla riva, lambito dalle onde di quel mare che non conosceva maree. Loren fu commosso, ma non sorpreso, nel vedere quanta gente era venuta a dare l’ultimo saluto al defunto. Tutta Tarna era presente, ma molti erano arrivati dall’Isola Meridionale, e parecchi anche dall’Isola Settentrionale. Qualcuno forse era venuto spinto solo da curiosità morbosa, perché tutto il mondo era rimasto scosso da quell’incidente così eccezionale; Loren però non aveva mai visto un lutto così sentito e sincero. Non si era reso conto che i Thalassani fossero capaci di emozioni tanto forti, e ancora una volta ripeté un’espressione che Mirissa aveva trovato frugando negli Archivi: «Piccolo Amico di Tutti». Se ne era perduta l’origine, e nessuno sapeva più quale studioso, in quale secolo, l’avesse salvata dall’oblio per le età a venire. Loren aveva abbracciato Mirissa e Brant con muta solidarietà; dopo di che li aveva lasciati con la famiglia Leonidas e con i numerosi parenti giunti dalle altre due isole. Non aveva voglia di conoscerli, perché sapeva ciò che molti di loro dicevano dentro di sé: «Lui ti ha salvato, ma tu non hai potuto far nulla per Kumar». Era un fardello che Loren avrebbe dovuto portare per la vita intera. Si morse le labbra per trattenere le lacrime — un alto ufficiale della più grande nave interstellare mai esistita non poteva mettersi a piangere — e in quel momento uno dei meccanismi di difesa della mente venne in suo soccorso. Nei momenti di grande dolore, certe volte il solo modo per non perdere il controllo di sé è di richiamare alla memoria qualche immagine del tutto incongrua, e anche comica. Sì, l’universo ha un ben strano senso dell’umorismo. Loren dovette farsi forza per non sorridere; come sarebbe piaciuto a Kumar l’ultimo scherzo che il destino gli aveva giocato! «Non si sorprenda» gli aveva detto l’ufficiale medico Newton aprendo la porta dell’obitorio. Una ventata di aria gelida che sapeva di formalina li investì entrambi. «Succede più spesso di quanto non creda. Certe volte è un ultimo spasimo… quasi un tentativo inconsapevole di sfidare la Morte. In questo caso è stato probabilmente provocato dalla diminuzione di pressione e dal successivo congelamento.» Se non fosse stato per i cristalli di ghiaccio che facevano risaltare i muscoli di quello splendido e giovane corpo, Kumar poteva sembrare addormentato, non solo, ma perso in qualche sogno meraviglioso. Perché nella morte il Piccolo Leone appariva ancora più maschio che in vita. E ora il sole era calato dietro le basse colline a ovest, e la fresca brezza della sera si alzava dal mare. Quasi senza un’increspatura, il kaiak scivolò nell’acqua spinto da Brant e da tre amici intimi del defunto. Per l’ultima volta Loren guardò il volto sereno del ragazzo cui doveva la vita. Vi erano state poche lacrime fino a quel momento, ma mentre il kaiak si allontanava lentamente dalla riva, un gran coro di lamenti sorse dalla folla che s’era radunata sulla spiaggia. Ora Loren non riuscì più a trattenere le lacrime, e nemmeno gli importava che lo vedessero piangere. Spinto dai quattro che ora nuotavano, il kaiak puntò dritto verso la barriera sottomarina. La rapida notte thalassana già scendeva quando il kaiak passò tra le due boe luminose che segnavano l’apertura che immetteva nel mare aperto. Per un attimo l’imbarcazione fu nascosta alla vista dalla schiuma delle onde che battevano contro la barriera. Il lamento cessò. Tutti aspettavano. Quindi vi fu un improvviso lampo di luce contro il cielo già scuro, e una colonna di fuoco sorse dal mare. Bruciò chiara e vigorosa, senza quasi far fumo; per quanto tempo, Loren non seppe mai bene, perché il tempo aveva cessato di esistere per Tarna. Poi, di colpo, la fiamma si abbassò e la colonna di fuoco s’inabissò nel mare. Tutto fu buio; ma per un momento soltanto. Là dove fuoco e acqua s’incontrarono, una fontana di scintille sprizzò verso il cielo. Quasi tutte ricaddero in mare, ma qualcuna continuò a salire fino a scomparire alla vista. E così, per la seconda volta, Kumar Leonidas salì verso le stelle. VIII. VOCI DI TERRA LONTANA 50. Scudo di ghiaccio La messa in opera dell’ultimo fiocco di neve sarebbe dovuta essere un’occasione di gioia; e invece lo stato d’animo era solo di pacata soddisfazione. Trentamila chilometri sopra Thalassa, l’ultimo esagono di ghiaccio venne assemblato, e lo scudo fu completo. Per la prima volta in quasi due anni venne acceso il motore quantico, alla potenza minima. La Magellano uscì dall’orbita stazionaria e accelerò per verificare l’equilibrio e la stabilità dell’iceberg artificiale che doveva portare verso le stelle. Non vi furono problemi; il lavoro era stato eseguito alla perfezione. Il capitano Bey ne fu molto sollevato, perché non aveva dimenticato che Owen Fletcher (ora sotto stretta sorveglianza sull’Isola Settentrionale) aveva contribuito in notevole parte alla costruzione dello scudo stesso. E si chiese cosa avessero provato Fletcher e gli altri Sabra vedendo la cerimonia dell’inaugurazione. La cerimonia iniziò con un audiovisivo che mostrava le varie fasi della costruzione dell’impianto di congelamento e poi il primo fiocco di neve che s’innalzava verso il cielo. Seguiva quindi, in una sorta di balletto spaziale accelerato, l’assemblaggio dei lastroni di ghiaccio e la costruzione dello scudo. Le prime inquadrature erano a velocità normale; quindi la velocità aumentava rapidamente così che gli ultimi lastroni venivano assemblati al ritmo di uno al secondo. Il più famoso compositore di Thalassa aveva curato la colonna sonora, che iniziava con una solenne pavana e finiva con una polka mozzafiato — la musica tornava grave e solenne quando l’ultimo lastrone veniva messo in posizione. Dopo di che si passava alla diretta: una telecamera sospesa nello spazio un chilometro a prua della Magellano, che orbitava nel cono d’ombra proiettato dal pianeta, mostrava la rimozione del grande schermo che proteggeva il ghiaccio dal sole durante il giorno. Per la prima volta fu visibile tutto quanto lo scudo. Il gran disco verdastro risplendeva freddo alla luce dei proiettori; presto sarebbe divenuto ancora più freddo, quando la nave si sarebbe inoltrata nelle temperature prossime allo zero assoluto della notte galattica. L’unico calore sarebbe allora stato quello, debolissimo, delle stelle lontane, quello prodotto per irraggiamento della Magellano e quello prodotto dall’impianto con le particelle di polvere. La telecamera fece una lenta panoramica dell’iceberg artificiale. Il commento era di Moses Kaldor. «Popolo di Thalassa, noi vi ringraziamo per il vostro dono. Al riparo di questo scudo di ghiaccio, noi speriamo di giungere fino al mondo che ci aspetta settantacinque anni luce lontano, tra trecento anni. «Quando arriveremo su Sagan Due avremo ancora con noi almeno ventimila tonnellate di ghiaccio, che faremo precipitare sul pianeta. Il calore del rientro lo trasformerà nella prima pioggia che quel frigido mondo abbia mai conosciuto. Per un istante, prima di gelare nuovamente, l’acqua di Thalassa prefigurerà gli oceani che ancora non sono nati. «E un giorno i nostri discendenti avranno mari come i vostri, sebbene non così vasti e profondi. L’acqua dei nostri due mondi si mescolerà insieme, portando così la vita alla nostra nuova patria. E noi vi ricorderemo con affetto e gratitudine.» 51. Reliquia «Com’è bello» disse Mirissa con reverenza. «Ora capisco perché l’oro era così apprezzato sulla Terra.» «L’oro non è quello che conta» rispose Kaldor togliendo la lucente campana dalla scatola rivestita all’interno di velluto. «Sai cos’è?» «È senza dubbio un’opera d’arte, anzi qualcosa di più, visto che ve la siete portati dietro per cinquanta anni luce.» «Hai ragione. È l’esatta riproduzione di un grande tempio alto più di cento metri. In origine le campane erano sette, ognuna contenuta in un’altra più grande. Questa era l’ultima, quella che contiene la Reliquia. Mi è stata data da amici carissimi l’ultima notte che trascorsi sulla Terra. «Tutto passa» mi dissero i miei amici «ma noi abbiamo custodito questo oggetto per più di quattromila anni. Portalo con te sulle stelle, e che tu sia benedetto.» «Io non ero della loro fede, ma come potevo rifiutare un’offerta tanto preziosa? E ora la lascerò qui, nel luogo in cui i primi uomini giunsero su questo pianeta. Un altro dono della Terra, forse l’ultimo.» «Non dire così» fece Mirissa. «Ci avete dato tanti doni che non riusciremo nemmeno a contarli tutti.» Kaldor se ne uscì con un sorriso triste e non disse nulla. Guardò dalla finestra della biblioteca la vista ormai familiare. Era stato felice in quel luogo, studiando la storia di Thalassa e imparando cose che sarebbero state preziose quando la nuova colonia fosse stata impiantata su Sagan Due. Addio, vecchia Nave Madre, pensò. Hai svolto bene il tuo compito. Ci resta molta strada da fare; possa la Magellano servirci fedelmente così come tu hai servito questa gente che abbiamo imparato ad amare. «Se lo sapessero, i miei amici approverebbero. Io ho fatto la mia parte. La Reliquia sarà più sicura qui, nel Museo della Terra, che a bordo. Dopo tutto, può anche essere che non arriveremo mai su Sagan Due.» «Ma certo che ci arriverete. Ma non mi hai detto cosa contiene la settima campana.» «Tutto quanto rimane di uno degli uomini più grandi che siano mai vissuti. Egli fondò l’unica fede che mai si sia macchiata di sangue. Di certo l’avrebbe divertito sapere che, quaranta secoli dopo la sua morte, uno dei suoi denti sarebbe arrivato fin sulle stelle.» 52. Voci di Terra lontana Ora era giunto il periodo di transizione, il tempo degli addii, delle separazioni irreversibili come la morte. Eppure, malgrado tutte le lacrime versate — su Thalassa e a bordo della nave — si avvertiva anche un’impressione di sollievo. Nulla sarebbe più stato come una volta, ma la vita sarebbe ritornata normale. I Terrestri andavano considerati solo ospiti che si erano fermati un po’ troppo a lungo; era ormai tempo che se ne andassero. Anche il presidente Farradine si era messo il cuore in pace e aveva rinunciato al suo sogno delle Olimpiadi interstellari. Tuttavia non gli mancavano le consolazioni: avrebbero trasferito l’impianto di congelamento di Baia delle Mangrovie sull’Isola Settentrionale, e la prima pista di pattinaggio di Thalassa sarebbe stata pronta per i Giochi. Se anche gli atleti sarebbero stati pronti, era un’altra faccenda, ma molti giovani Thalassani passavano ore e ore a guardare increduli i grandi pattinatori del passato. Nel frattempo, tutti erano d’accordo sul fatto che bisognava organizzare una cerimonia d’addio per salutare la partenza della Magellano. Peccato che non vi fosse accordo sulla forma che tale cerimonia doveva avere. Vi furono innumerevoli feste private, che assorbirono gran parte delle energie di tutti gli interessati — ma non una manifestazione pubblica e ufficiale. Il sindaco Waldron, tenuto conto del ruolo svolto da Tarna, sosteneva che la cerimonia doveva avere luogo nel sito del Primo Atterraggio. Edgar Farradine controbatteva che il palazzo presidenziale era, malgrado le proporzioni modeste, un posto assai più consono. Qualche spiritoso propose, a mo’ di compromesso, il Krakan, argomentando che i suoi famosi vigneti si sarebbero prestati magnificamente ai brindisi d’addio. La questione era ancora irrisolta quando l’Ente Trasmissioni di Thalassa, i cui burocrati erano i più intraprendenti del pianeta, senza chiasso si appropriò dell’iniziativa. Il concerto d’addio sarebbe stato ricordato, e riascoltato, per generazioni. Non vi furono immagini che distraessero i sensi, solo musica e un laconico commento. Il patrimonio di duemila anni venne saccheggiato al fine di rievocare il passato e inneggiare al futuro. Fu non solo un requiem ma anche una berceuse. Era incredibile che, anche dopo che la musica aveva raggiunto la massima perfezione tecnica, i compositori trovassero ancora qualcosa di nuovo da dire. Per duemila anni l’elettronica aveva messo a loro disposizione ogni suono udibile dall’orecchio umano; si poteva pensare che tutte le possibilità della musica fossero dunque state esaurite. Vi era stato infatti circa un secolo di beep e di pigolii elettronici prima che i compositori s’impossessassero delle immense possibilità a loro disposizione e riuscissero ancora una volta a sposare tecnologia e arte. Nessuno aveva mai superato Beethoven o Bach, ma qualcuno si era avvicinato a questi due grandi. Per i numerosissimi ascoltatori, il concerto parlò di cose che essi non avevano mai conosciuto, cose che erano della Terra soltanto. I lenti rintocchi di grandi campane che come fumo invisibile salivano dalle guglie delle antiche cattedrali; battellieri pazienti che cantando in lingue dimenticate tornavano a casa vogando contro il riflusso all’ultima luce del giorno; eserciti che cantando andavano a combattere battaglie cui il tempo aveva tolto ogni dolore e sofferenza; il confuso mormorio di dieci milioni di voci quando le grandi metropoli si svegliavano per andare incontro al giorno; la fredda danza dell’aurora sopra sterminati mari di ghiaccio; il rombo di motori possenti che salivano verso le stelle. Queste cose gli ascoltatori udirono in quella musica che usciva dalla notte — i canti della Terra lontana che arrivavano attraverso gli anni luce… Per la conclusione era stata scelta l’ultima grande opera della tradizione sinfonica. Scritta negli anni in cui Thalassa aveva perso il contatto con la Terra, nessuno l’aveva ascoltata mai. Eppure il carattere oceanico dell’opera la rendeva quanto mai adatta all’occasione — e sugli ascoltatori fece un effetto che avrebbe lusingato l’autore, morto secoli addietro. … Quando scrissi il Lamento per Atlantide, quasi trent’anni fa, non avevo in mente immagini precise; mi interessavano soltanto le reazioni emotive, e non delle scene vere e proprie; volli che la musica desse un senso di mistero, di tristezza, di perdita dolorosa e terribile. Non avevo la minima intenzione di evocare città sommerse con le vie distrutte percorse da pesci. E invece succede qualcosa di strano ogni volta che risento il Lento lugubre — così come sto facendo dentro di me in questo momento… Comincia alla battuta 136, quando gli accordi in diminuendo dell’organo al registro più basso s’incontrano con l’aria cantata dalla soprano, che s’innalza sempre di più… Voi sapete, naturalmente, che questo tema si basa sui canti delle grandi balene, i possenti menestrelli del mare con cui l’Uomo fece pace troppo tardi, ahimè, troppo tardi… Scrissi questa aria per Olga Kondrashin, e solo lei sapeva cantare certi passaggi senza ricorrere all’aiuto dell’elettronica… Quando comincia quest’aria, mi sembra di vedere qualcosa di reale. Mi pare di trovarmi in una piazza grande come piazza San Marco o piazza San Pietro. Tutto intorno a me si ergono edifici in rovina simili a templi greci, e statue cadute ricoperte di alghe, alghe verdi che ondeggiano lente. Tutto è coperto da uno spesso strato di melma. La piazza mi sembra deserta, ma poi a un tratto mi accorgo di qualcosa… qualcosa di strano. Non chiedetemi perché è ogni volta una sorpresa, perché ogni volta è come se lo vedessi per la prima volta… In mezzo alla piazza c’è un basso monticello dalla cui sommità si dipartono linee radiali. Io penso che forse sono muri crollati e parzialmente sepolti dalla melma. Ma la disposizione è assurda, e poi mi accorgo che il monticello sta… sta pulsando. E un attimo dopo vedo due grandi occhi che mi guardano fissi. Questo è tutto; non succede nulla. Nulla è mai successo qui da seimila anni a questa parte, da quella notte in cui l’istmo cedette e l’oceano si rovesciò attraverso le Colonne d’Ercole. Il Lento Lugubre è il movimento che mi piace di più, ma non potevo far finire la sinfonia con questa atmosfera di tragedia e di disperazione. Ecco dunque che il finale è ‘Resurrezione’. Io so naturalmente che l’Atlantide di cui parla Platone non è mai esistita. E che proprio per questo motivo non morirà mai. Resterà per sempre un’idea dell’immaginazione, un sogno di perfezione, una meta cui tenderanno gli uomini di tutti i secoli a venire. Per questo la sinfonia termina con una marcia trionfale verso il futuro. Conosco l’interpretazione che comunemente si dà a questa marcia trionfale: una nuova Atlantide che risorge dalle acque. Si tratta di un’interpretazione troppo letterale; io ho inteso rappresentare la conquista dello spazio. Quando alla fine ebbi trovato e definito il tema finale, mi ci vollero mesi per togliermelo dalla testa. Quelle dannate quindici note mi martellavano nel cervello notte e giorno… Ora, il Lamento esiste a prescindere da me; ha assunto una vita sua. Anche quando la Terra non ci sarà più, lui starà viaggiando verso la galassia di Andromeda spinto dai cinquantamila megawatt della trasmittente Spazio Profondo posta nel cratere Tsiolkovski. Un giorno, dopo secoli o millenni, verrà captato — e compreso. Sergei Di Pietro (3411–3509), Memorie Orali 53. La maschera d’oro «Abbiamo sempre fatto finta che lei non esistesse» disse Mirissa. «Ma adesso voglio vederla… una volta soltanto.» Loren per qualche tempo non disse nulla. Poi rispose: «Tu sai che il capitano Bey non consente l’accesso ai visitatori». Certo che lei lo sapeva; sapeva anche quali erano i motivi della proibizione. Sebbene il divieto avesse suscitato sulle prime qualche risentimento, tutti su Thalassa si erano ben presto resi conto che l’equipaggio della Magellano aveva troppo da fare per poter anche fungere da guida turistica, o da infermiera, per quel quindici per cento di visitatori che si sarebbero sentiti male nelle sezioni della nave a gravità zero. Anche al presidente Farradine era stato, con tatto, detto di no. «Ne ho parlato a Moses, e lui ne ha parlato al capitano Bey. È tutto predisposto. Ma bisognerà conservare il segreto fin dopo la partenza della nave.» Loren la guardò stupito; quindi sorrise. Mirissa lo sorprendeva sempre; faceva parte del fascino di lei. Poi si rese conto, con una fitta di dolore, che nessuno su Thalassa meritava più di lei quel privilegio: suo fratello era stato l’unico Thalassano ad aver fatto il viaggio. Il capitano Bey era un uomo giusto, disposto a fare un’eccezione quando era il caso. E una volta che la nave fosse partita, di lì a tre giorni, la cosa non avrebbe avuto più importanza. «E se ti viene il mal di spazio?» «Io il mal di mare non l’ho mai avuto…» «Questo non vuol dire niente.» «… e sono andata dal comandante Newton, la quale mi ha detto che al novantacinque per cento posso stare tranquilla. Secondo lei è meglio che prenda la navetta di mezzanotte… allora non ci sarà nessuno in giro.» «Hai pensato a tutto, non è vero?» disse Loren con franca ammirazione. «Allora ci vediamo alla Pista Numero Due un quarto d’ora prima di mezzanotte.» Esitò, e quindi con un certo sforzo aggiunse: «Io non scenderò più a terra. Saluta Brant per me». Era quella una prova che non si sentiva di affrontare. Anzi Loren non aveva più messo piede in casa Leonidas dal giorno in cui era morto Kumar e Brant era ritornato per consolare Mirissa. Era già come se Loren non fosse mai entrato nelle loro vite. Sì, stava uscendo dalle loro vite, inesorabilmente; infatti ora poteva guardare Mirissa con amore ma senza desiderio. Un’emozione più profonda — tra i dolori più forti che avesse mai sperimentato — gli riempiva l’anima. Aveva desiderato e sperato di vedere suo figlio, ma l’anticipata partenza della Magellano lo rendeva impossibile. Aveva sentito battere il cuore di suo figlio insieme a quello della madre, ma non avrebbe mai tenuto il bambino tra le braccia. La navetta si avvicinò all’astronave sopra la faccia di Thalassa illuminata dal sole, così che Mirissa vide la Magellano quando era ancora lontana cento chilometri. Sapeva che era grandissima, ma vista così, luccicante nel sole, sembrava un giocattolo. Lontana solo dieci chilometri, non sembrava più grande. Il cervello e gli occhi di Mirissa insistevano a voler interpretare come oblò quei cerchietti neri disposti tutti attorno al diametro massimo dell’astronave. Solo quando l’enorme scafo ricurvo torreggiò accanto a lei, la sua mente acconsentì a vederli com’erano, e cioè grandi porte di hangar, una delle quali la navetta stava per varcare. Loren guardò preoccupato Mirissa che si slacciava la cintura di sicurezza; era quello il momento più pericoloso, quando il passeggero troppo sicuro di sé, libero per la prima volta da ogni sostegno, si accorgeva che la gravità zero non era così piacevole come aveva creduto. Ma Mirissa pareva perfettamente a suo agio, e si librò nell’aria con disinvoltura attraversando la camera stagna, aiutata dalle lievi spinte di Loren. «Per fortuna non c’è bisogno di passare per la sezione a una gravità, così non avrai il fastidio di riabituarti due volte. Non devi preoccuparti per la gravità fin quando non sarai tornata su Thalassa.» Sarebbe stato interessante, pensò Mirissa, visitare i quartieri dell’equipaggio posti tutto intorno alla circonferenza della nave — ma ciò avrebbe comportato interminabili conversazioni e contatti personali, cosa che in quel momento Mirissa non desiderava affatto. Era contenta che il capitano Bey fosse ancora a terra; in questo modo non doveva nemmeno fargli una visita di cortesia per ringraziarlo. Uscirono dalla camera stagna in un corridoio a sezione circolare che pareva attraversare la nave in tutta la sua lunghezza. Da un lato vi era una scaletta; dall’altro due file di maniglie formate da cappi flessibili cui potersi aggrappare scorrevano lentamente in entrambe le direzioni. «Non è il posto migliore in cui stare quando siamo in accelerazione» disse Loren. «Infatti allora diventa un pozzo verticale… un pozzo profondo due chilometri. Allora sì che c’è davvero bisogno o della scaletta o delle maniglie mobili. Ora aggrappati a una maniglia, non occorre fare nient’altro.» Procedettero senza sforzo alcuno per qualche centinaio di metri, e a un certo punto presero per un altro corridoio che si dipartiva sulla destra ad angolo retto col primo. «Adesso lascia andare la maniglia» disse Loren quando ebbero percorso qualche decina di metri. «Voglio farti vedere una cosa.» Mirissa lasciò la presa e avanzarono per forza d’inerzia fino a fermarsi accanto a una finestra alta e stretta che si apriva nella parete del corridoio. Mirissa guardò e vide una sorta di enorme caverna di metallo molto illuminata. Aveva perso del tutto l’orientamento, ma immaginò che quel grande compartimento cilindrico dovesse essere lungo quanto tutta la nave e che la grossa barra di metallo fosse disposta esattamente lungo l’asse della Magellano. «Il motore quantico» spiegò Loren con orgoglio. Loren non cercò nemmeno di dirle cos’erano le grandi macchine di metallo e di cristallo, gli archi rampanti di foggia bizzarra che sporgevano dalle pareti, le costellazioni di luci pulsanti, la sfera nerissima che sebbene fosse perfettamente liscia pareva ruotare velocemente… Ma dopo un poco disse: «La realizzazione più grande dell’umanità… l’ultimo dono della Terra ai suoi figli. Un giorno farà di noi i signori della galassia». C’era una tale arroganza nella voce di lui che Mirissa ebbe un soprassalto. Colui che parlava era il Loren di una volta, il Loren non ancora ammorbidito da Thalassa. Sia pure, pensò Mirissa; ma una parte di lui è cambiata per sempre. «Credi che la galassia se ne accorgerà?» gli chiese senza ironia. Però Mirissa era rimasta molto colpita, e per lungo tempo rimase a guardare le grandi forme incomprensibili che avevano portato Loren fino a lei attraverso cinquanta anni luce. Non sapeva se benedirle per ciò che le avevano portato o maledirle per ciò che stavano per sottrarle. Loren la guidò attraverso il labirinto fin dentro il cuore della Magellano. Non incontrarono nessuno; si percepiva che la nave era enorme, e l’equipaggio poco numeroso. «Siamo quasi arrivati» disse Loren in un tono ora pacato e solenne. «E questo è il Guardiano.» Presa del tutto alla sprovvista, Mirissa continuò a fluttuare verso il volto d’oro che la fissava da dentro una nicchia rischiando di finirvi contro. Lo toccò e sentì il freddo del metallo. Dunque era vero, e non, come aveva pensato, un ologramma. «Ma cosa… chi è?» sussurrò. «Abbiamo a bordo molti dei più grandi tesori d’arte della Terra» fece Loren con orgoglio. «Questo è uno dei più famosi. Era un re che morì molto giovane, quando era ancora un ragazzo…» La voce di Loren si spense mentre entrambi pensavano alla stessa cosa. Mirissa dovette sbattere le palpebre per ricacciare le lacrime prima di leggere l’iscrizione sotto la maschera. TUTANKHAMON 1361–1353 a.C. (Valle dei Re, Egitto, 1922 A.D.) Sì, era morto quasi alla stessa età di Kumar. Il volto d’oro li fissava attraverso i millenni e gli anni luce — il volto di un dio giovinetto abbattuto nel momento del suo splendore. Vi si leggeva il potere e la sicurezza, ma non ancora l’arroganza e la crudeltà che gli anni vi avrebbero impresso. «Perché è qui?» chiese Mirissa già intuendo la risposta. «Ci è sembrato un simbolo molto appropriato. Gli Egiziani credevano che se si eseguivano certi riti il defunto avrebbe continuato a vivere in un altro mondo. Nient’altro che una superstizione, naturalmente… eppure noi l’abbiamo resa vera.» Ma non come io avrei voluto, pensò tristemente Mirissa. Fissando i neri occhi del re giovinetto che la guardavano dalla maschera d’oro incorruttibile, si stentava a credere che fosse solo una meravigliosa opera d’arte e non una persona viva. Mirissa non riusciva a distogliere gli occhi da quello sguardo calmo eppure ipnotico che la fissava attraverso i secoli. Ancora una volta tese la mano e toccò la guancia d’oro. Il metallo prezioso le richiamò d’un tratto alla mente una poesia che aveva trovato negli Archivi del Primo Atterraggio, quando col computer aveva passato in rassegna la letteratura dei secoli precedenti alla ricerca di qualche parola di consolazione. La maggior parte dei versi che il computer aveva trovato non erano adatti alla circostanza, ma c’era un distico («Autore ignoto?1800–2100») che invece si addiceva perfettamente: Riportano lucente a chi l’ha coniata la lega dell’uomo, I giovani che muoiono nel fiore dell’età e non saranno vecchi mai. Loren aspettò con pazienza che Mirissa finisse di meditare. Quindi inserì una tessera in una fessura quasi invisibile posta accanto alla maschera mortuaria e una porta circolare si aprì senza rumore. Era strano trovare un guardaroba zeppo di pellicce a bordo di un’astronave, ma Mirissa ne comprendeva la necessità. La temperatura si era già abbassata di parecchio, e lei rabbrividì. Loren la aiutò a indossare una tuta termica, cosa non facilissima, a gravità zero, e quindi avanzarono fluttuando verso un’apertura circolare chiusa da una lastra di vetro smerigliato posta in fondo al guardaroba. La lastra di cristallo si spalancò verso di loro come un vetro di orologio che si apre, e ne uscì un soffio di aria così fredda come Mirissa non aveva non solo mai sperimentato, ma neppure immaginato. Nuvolette di vapore si condensarono nell’aria danzando attorno a lei quasi fossero fantasmi. Mirissa guardò Loren come per dire: «Certamente non vorrai che io entri là dentro!». Lui la prese per il braccio e con voce rassicurante disse: «Non preoccuparti. La tuta ti terrà calda, e tra qualche minuto non sentirai più il freddo sulla faccia». Mirissa ne dubitava; ma poco dopo dovette ammettere che Loren aveva ragione. Lo seguì attraverso la porta circolare, respirando sulle prime con grande prudenza, ma trovando l’esperienza stranamente stimolante. Per la prima volta capì cosa aveva spinto gli uomini a esplorare le regioni polari della Terra. E con un minimo sforzo dell’immaginazione pareva proprio di trovarsi laggiù, in un universo gelido e bianco di neve. Tutto intorno a lei vi erano come dei favi luccicanti che sembravano fatti di ghiaccio e che formavano migliaia di cellette esagonali. Sembrava quasi una copia in miniatura dello scudo della Magellano — tranne che qui le singole unità avevano solo un metro di diametro, ed erano collegate tra loro da grovigli di tubi e di cavi. Eccoli dunque, addormentati intorno a lei, le centinaia di migliaia di coloni per cui la Terra era ancora un ricordo recentissimo. Cosa sognavano, si chiese, non ancora a metà del loro sonno di cinque secoli? Si sognava in quella informe terra di nessuno che si stendeva tra la vita e la morte? Loren sosteneva di no, ma come esserne certi? Mirissa aveva visto negli audiovisivi le api tutte intente alle loro misteriose faccende nell’alveare; e le pareva di essere un’ape umana mentre seguiva Loren afferrandosi alle guide che correvano lungo tutto il grande favo. Ormai si muoveva benissimo in assenza di gravità e non sentiva più freddo. Anzi non sentiva nemmeno più il corpo, e ci voleva uno sforzo di volontà per convincersi che quello non era un sogno da cui a un certo punto si sarebbe svegliata. Non vi erano nomi a contraddistinguere una cella dall’altra, ma codici alfanumerici; e Loren andò dritto alla cella H-354. Bastò sfiorare un pulsante perché il contenitore di vetro e metallo scorresse in avanti lungo le guide telescopiche mostrando la donna addormentata. Non era bella, sebbene non si potesse giudicare bene la bellezza di una donna priva di capelli. Aveva la carnagione di un colore che Mirissa non aveva mai visto e che sapeva essere diventato molto raro sulla Terra: era di un nero talmente cupo da avere quasi una sfumatura azzurrina. E la pelle era così uniforme e perfetta che Mirissa ne provò invidia; in un lampo vide con gli occhi della mente due corpi allacciati, ebano e avorio… un’immagine che, lo sapeva, l’avrebbe tormentata negli anni a venire. Di nuovo guardò quel volto. Anche sprofondato nel sonno secolare, mostrava decisione e intelligenza. Saremmo potute diventare amiche? si chiese Mirissa. Non credo; siamo troppo simili. Così tu sei Kitani, e porterai il figlio primogenito di Loren tra le stelle. Ma sarà davvero il primogenito, visto che nascerà secoli e secoli dopo il mio? Primo o secondogenito, gli auguro comunque ogni bene… Era un po’ tramortita, e non solo per il freddo, quando la porta di cristallo si chiuse alle loro spalle. Loren la ricondusse nel corridoio, oltre il Guardiano. Ancora una volta Mirissa sfiorò la guancia dell’immortale ragazzo d’oro. Stupefatta, per un attimo la sentì calda sotto le dita, ma subito capì che il suo corpo non era ancora tornato alla temperatura normale. Sarebbe bastato qualche minuto soltanto, ma quanto tempo ci sarebbe voluto, si chiese, perché si sciogliesse il ghiaccio che aveva intorno al cuore? 54. Commiato Questa è l’ultima volta che parliamo insieme, Evelyn, prima che io cominci il mio sonno più lungo. Sono ancora su Thalassa, ma la navetta partirà tra pochi minuti, i miei compiti sono finiti — fino al prossimo atterraggio, tra trecento anni… Sono molto triste perché ho appena detto addio alla mia più cara amica su questo mondo, Mirissa Leonidas. Come ti sarebbe piaciuta! È forse la persona più intelligente che abbia conosciuto su Thalassa, e abbiamo fatto lunghe chiacchierate, io e lei — anche se, ho paura, per lo più si è trattato di monologhi miei, quelli che tu spesso mi rimproveravi… Mi ha fatto delle domande sulla divinità, naturalmente; ma alla sua domanda più acuta non ho saputo forse dare risposta. Poco dopo la morte del fratello che tanto amava, mi ha chiesto: «A cosa serve il dolore? Ha una funzione biologica?». Strano che a me non sia mai venuto in mente di pormi una domanda del genere! Possiamo concepire benissimo una specie intelligente che funzioni perfettamente senza che il ricordo dei defunti provochi particolari emozioni, o anche che non li ricordi affatto. Sarebbe una civiltà molto lontana da quella umana, ma potrebbe sopravvivere benissimo come facevano le termiti e le formiche sulla Terra. Forse che il dolore sia una conseguenza accidentale — e, chissà, patologica — dell’amore, che ovviamente ha una funzione biologica essenziale? È un pensiero bizzarro e inquietante. Eppure sono proprio le nostre emozioni, i nostri sentimenti, che fanno di noi degli esseri umani; chi vorrebbe rinunciarvi, anche sapendo che ogni nuovo amore è un altro ostaggio in mano a due terroristi, il Tempo e il Fato? Spesso ha voluto parlare di te, Evelyn. Non capiva come un uomo possa amare un’unica donna per tutta la vita senza nemmeno cercarsene un’altra quando questa non c’è più. Una volta l’ho provocata dicendo che la fedeltà era estranea ai Thalassani almeno quanto la gelosia; lei ha ribattuto che, perdendo l’una e l’altra, ne hanno ricavato complessivamente un vantaggio. Mi chiamano. La navetta mi aspetta. Ora devo dire addio a Thalassa per sempre. E anche la tua immagine comincia a sbiadire. Sì, sono capace di dar conforto agli altri; però mi sono tenuto troppo stretto al mio dolore, e ciò non giova al ricordo di te. Thalassa è servita a guarirmi. Ora riesco a godere del fatto di averti conosciuta, e non solo soffrire perché ti ho perduta. Una strana calma è scesa su di me. Per la prima volta mi pare di capire cosa volevano dire i miei vecchi amici buddisti quando parlavano di distacco, di nirvana… E se non mi risveglierò su Sagan Due, pazienza. Il mio compito qui è finito, e io ne sono soddisfatto. 55. Partenza Il trimarano giunse alla distesa di sargassi poco prima di mezzanotte, e Brant gettò l’àncora in trenta metri d’acqua. Avrebbe cominciato a collocare le palle spia all’alba, fino a che lo sbarramento tra Scorpville e l’Isola Meridionale non fosse stato completato. Dopo di che, nessun movimento degli scorpioni di mare sarebbe più passato inosservato. Se gli scorpioni avessero individuato una palla spia e se la fossero portata a casa come trofeo, tanto meglio. Il congegno avrebbe continuato a funzionare, e senza dubbio avrebbe fornito informazioni più interessanti delle palle spia rimaste in mare aperto. Ora non vi era altro da fare se non sdraiarsi sul fondo della barca che ondeggiava appena appena e ascoltare a basso volume la musica, in questa notte stranamente poco vivace, trasmessa da Radio Tarna. Di quando in quando c’era un messaggio rivolto ai Terrestri, un augurio, una poesia letta in loro onore. Quella notte ben pochi sarebbero andati a letto sulle Tre Isole; per un attimo Mirissa si chiese a cosa pensassero Owen Fletcher e gli altri esuli lasciati su un mondo alieno fino alla fine dei loro giorni. Li aveva visti in una trasmissione dell’Isola Settentrionale: non sembravano affatto infelici e anzi stavano discutendo vivacemente le possibilità commerciali offerte dall’isola. Brant era così silenzioso che pareva dormire; solo, la stretta della sua mano era forte e salda mentre entrambi, sdraiati fianco a fianco, guardavano le stelle. Brant era cambiato — cambiato forse più di Mirissa. Si era fatto meno impaziente, più riflessivo. E soprattutto aveva accettato il figlio di lei con parole che l’avevano fatta piangere: «Avrà due padri». Ora da Radio Tarna trasmettevano l’ultimo — e superfluo — conto alla rovescia: il primo che si fosse sentito mai su Thalassa, a prescindere dalle registrazioni storiche. Chissà se vedremo qualcosa, si chiese Mirissa. La Magellano è dall’altra parte del mondo, alta sopra un emisfero senza terre emerse illuminato dal sole. Siamo separati da tutto quanto il pianeta… «… ZERO…» disse Radio Tarna, e subito ogni suono venne cancellato da una scarica fortissima. Brant si affrettò a girare la manopola, e in quel momento il cielo prese fuoco. Tutto l’orizzonte ardeva. A nord, sud, est, ovest, dappertutto era lo stesso. Lunghe strisce fiammeggianti sorsero dall’oceano arrivando a metà del cielo formando un’aurora boreale quale Thalassa non aveva visto mai e come non avrebbe visto mai più. Era uno spettacolo bellissimo ma tremendo. Ora Mirissa capiva perché la Magellano aveva voluto frapporre tutto un pianeta tra sé e le Tre Isole; e quello non era nemmeno il motore quantico, ma le energie parassite che ne sfuggivano e che venivano assorbite senza problemi dalla ionosfera. Loren le aveva detto qualcosa di incomprensibile sulle onde d’urto superspaziali, aggiungendo che nemmeno chi aveva inventato il motore quantico aveva mai capito il fenomeno. Si chiese per un attimo cosa avrebbero pensato gli scorpioni di quei fuochi d’artificio, visto che una parte di quella tempesta di raggi attinici riusciva senza dubbio a giungere fino in fondo al mare a illuminare le loro città sottomarine. Forse era solo frutto d’immaginazione, ma le pareva proprio che le multicolori strisce fiammeggianti che formavano una corona di luce si muovessero lentamente nel cielo. La fonte d’energia che le causava stava acquistando velocità, accelerando lungo l’orbita prima di lasciare Thalassa per sempre. Ci vollero parecchi minuti prima che Mirissa ne fosse certa; e nel frattempo anche l’intensità luminosa era diminuita di molto. Poi, di colpo, il cielo si spense. Radio Tarna tornò a farsi sentire, con il fiato mozzo per l’agitazione. «… tutto come previsto… la nave sta cambiando assetto… vedremo altre luci più tardi, ma non così spettacolari… tutte le fasi dell’allontanamento avverranno sull’altra faccia del pianeta, ma potremo vedere direttamente la Magellano tra tre giorni, quando sarà ormai lontana dal nostro sistema…» Mirissa udiva le parole solo distrattamente mentre guardava il cielo dove stavano ritornando le stelle. Le stelle che sempre le avrebbero ricordato Loren. In quel momento non provava nulla; le lacrime sarebbero forse venute più tardi. Brant l’abbracciò e Mirissa apprezzò quel senso di sicurezza che la difendeva dalla solitudine dello spazio. Lì stava bene; mai più se ne sarebbe allontanata. E finalmente capì: aveva amato Loren per la sua forza, ma amava Brant per la sua tenerezza. Addio, Loren, sussurrò, che tu possa essere felice su quel mondo lontano che tu e i tuoi figli conquisterete per l’umanità. Ma qualche volta pensa a me, a trecento anni nel passato, lungo la via che conduce alla Terra. Brant le accarezzava i capelli con goffa gentilezza desiderando di saper pronunciare parole che avrebbero potuto esserle di conforto; eppure intuiva che il silenzio era la cosa migliore. Non si sentiva vincitore: Mirissa era tornata da lui ma non era più la spensierata compagna che ricordava. Per tutta la vita, Brant lo sapeva, il fantasma di Loren si sarebbe frapposto tra loro due — il fantasma di un uomo sempre giovane quando loro non sarebbero stati che polvere spazzata dal vento. Quando, tre giorni dopo, la Magellano apparve sopra l’orizzonte, a est, era una stella così vivida da non potersi guardare a occhio nudo — anche se il motore quantico era stato attentamente diretto in modo tale che gran parte delle radiazioni secondarie non avrebbero colpito Thalassa. Una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, la stella lentamente sbiadì, sebbene si riuscisse ancora a vederla anche di giorno, sapendo dove guardare. E di notte fu per anni la più vivida di tutte le stelle. Mirissa la vide per l’ultima volta poco prima di perdere la vista. Per qualche giorno il motore quantico — ora reso innocuo dalla distanza — era rimasto puntato direttamente su Thalassa. L’astronave era distante quindici anni luce, ma i pronipoti di lei non ebbero difficoltà a individuare la stella azzurra di magnitudine tre che brillava sopra le torri di guardia dello sbarramento elettrificato contro gli scorpioni di mare. 56. Sotto l’interfaccia Ancora non erano intelligenti, ma sapevano cos’era la curiosità. E questo era il primo passo lungo la strada che non ha fine. Come molti crostacei terrestri, potevano sopravvivere sulla terraferma per tempo indefinito. Fino a qualche secolo prima, però, non avevano avuto nessun incentivo a lasciare il mare; le grandi foreste di sargassi bastavano a tutti i loro bisogni. Le foglie lunghe e sottili davano il cibo; gli steli duri fornivano la materia prima per i loro rozzi manufatti. Avevano soltanto due nemici naturali. Uno era un pesce d’alto mare — di grandi dimensioni ma molto raro — che era poco più di un paio di voraci mandibole collegate a uno stomaco mai sazio. L’altra era una gelatina velenosa e pulsante — la forma larvale dei polipi giganti — che talvolta ricopriva di un tappeto mortale il fondo del mare, e lasciava uno sterile deserto sulla sua scia. A parte qualche sporadica incursione attraverso l’interfaccia aria-acqua, gli scorpioni avrebbero potuto trascorrere tutta la loro storia nell’acqua, perfettamente adattati com’erano a quell’ambiente. Ma, a differenza delle formiche e delle termiti, ancora non avevano imboccato un vicolo cieco evolutivo. Ancora potevano reagire al cambiamento. E nel loro mondo d’acqua c’era stato effettivamente un cambiamento, sebbene su scala ancora ridottissima. Delle cose meravigliose erano cadute dal cielo. Là dove erano venute, dovevano essercene delle altre. Quando sarebbero stati pronti, gli scorpioni avrebbero cominciato a cercarle. Non c’era fretta, nel mondo senza tempo del mare thalassano; sarebbero trascorsi molti anni prima che invadessero quell’elemento alieno di cui gli esploratori riferivano cose tanto strane. Non sapevano che c’erano altri esploratori che tenevano d’occhio loro. E quando alla fine si mossero, la scelta del momento non poteva essere più infelice. Ebbero infatti la sfortuna di uscire sulla terraferma durante il secondo mandato, incostituzionale ma estremamente energico, del presidente Owen Fletcher. IX. SAGAN DUE 57. Le voci del tempo L’astronave Magellano era lontana poche ore luce soltanto quando nacque Kumar Lorenson, ma suo padre era già in ibernazione e non lo seppe se non trecento anni dopo. Loren pianse pensando che il suo sonno senza sogni era durato per tutta la vita del suo primogenito. Quando riuscì a sopportare quella prova andò a vedere le registrazioni che l’attendevano nelle banche dati. Vide suo figlio crescere e diventare uomo e sentì la sua voce chiamarlo attraverso i secoli e inviargli saluti cui lui non poteva rispondere. E vide anche (era inevitabile) il lento invecchiare della ragazza ora morta da secoli che aveva tenuto tra le sue braccia solo qualche settimana prima. L’ultimo addio di lei gli giunse da labbra grinzose da molto tempo divenute polvere. Il suo dolore, sebbene acutissimo, lentamente passò. La luce di un nuovo sole splendeva a prua; e presto vi sarebbe stata un’altra nascita, sul mondo che già stava attirando la Magellano nella sua ultima orbita. Un giorno il dolore sarebbe scomparso; ma non il ricordo. Nota bibliografica La prima versione di questo romanzo, un racconto di trenta cartelle, fu scritta tra il febbraio e l’aprile del 1957 e pubblicata sulla rivista IF (USA) nel giugno del 1958 e su Science Fantasy (GB) nel giugno del 1959. Essa si può forse ritrovare con maggiore facilità nelle raccolte The Other Side of the Sky (1958) e From the Ocean, From the Stars (1962) pubblicate da Harcourt, Brace, Jovanovich. Nel 1979 sviluppai lo stesso tema ricavandone una breve scaletta cinematografica che apparve sulla rivista OMNI (vol. 3, n. 12, 1980). Essa è poi apparsa nella raccolta illustrata dal titolo The Sentinel (1984) pubblicata da Byron Preiss/Berkley, insieme a un’introduzione in cui se ne spiega l’origine e il modo del tutto imprevisto in cui essa ha portato a 2010: Odissea due. Questo romanzo è la terza e ultima versione; esso è stato iniziato nel maggio del 1983 e portato a termine nel giugno del 1985. 1 luglio 1985 Colombo, Sri Lanka Fonti e Ringraziamenti Il primo accenno alla possibilità di impiegare le energie dello spazio vuoto a scopo di propulsione si direbbe uno scritto di Shinichi Seike apparso nel 1969 (Quantum electric space vehicle, Ottavo Simposio sulla Tecnologia e le Scienze Spaziali, Tokyo). Dieci anni dopo, H.D. Froning, della McDonnell Douglas Astronautics, presentò l’idea alla Conferenza di Studi Interstellari delle Società Interplanetarie Britanniche, Londra (settembre 1979) e pubblicò subito dopo due contributi: «Propulsion Requirements for a Quantum Interstellar Ramjet» (JBIS, vol. 33, 1980) e «Investigation of a quantum ramjet for interstellar flight» (AIAA Preprint 81-1534, 1981). A parte gli innumerevoli inventori di generici «motori spaziali», il primo autore che impiega l’idea in un romanzo è il dottor Charles Sheffield, capo ricercatore della Earth Satellite Corporation; egli analizza i fondamenti teorici del «motore quantico» (o, come lui lo chiama, di un «vacuum energy drive») nel romanzo The McAndrews Chronicles (rivista Analog 1981; Tor, 1983). Richard Feynman ha calcolato — molto grossolanamente, come lui stesso ammette — che ogni centimetro cubico di spazio vuoto contenga energia a sufficienza per far evaporare tutti gli oceani della Terra. Un’altra stima a opera di John Wheeler dà una cifra di circa settantanove ordini di grandezza maggiore. Quando due tra i massimi fisici viventi si trovano in disaccordo su una cosuccia quale settantanove zeri, noialtri saremo giustificati se mostriamo un certo scetticismo; ma può se non altro risultare interessante la considerazione che lo spazio vuoto contenuto in una lampadina contiene energia a sufficienza per distruggere la Galassia… e forse, con un piccolo sforzo, tutto quanto il cosmo. In uno scritto che, speriamo, potrebbe assumere un’importanza storica («Extracting electrical energy form the vacuum by cohesion of charged foliated conductors», Physical Review, vol. 30B, pp. 1700–1702, 15 agosto 1984), il dottor R.L. Forward degli Hughes Research Labs ha dimostrato che almeno una minuscola percentuale di questa energia è utilizzabile. Nel caso in cui potesse venire imbrigliata — da chiunque fuorché dagli scrittori di fantascienza — e utilizzata a scopo di propulsione, i problemi tecnici del volo interstellare, o anche intergalattico, sarebbero risolti in gran parte. Ma forse no. Sono molto grato al dottor Alan Bond per la sua particolareggiata analisi matematica della protezione necessaria a un volo quale è descritto in questo romanzo, e anche per avermi fatto notare che la forma più vantaggiosa che tale protezione dovrebbe assumere è quella di un cono molto schiacciato. Potremmo benissimo accorgerci che il vincolo più importante del volo interstellare ad alta velocità non è tanto la questione dell’energia necessaria, quanto il problema dell’ablazione della massa dello scudo a opera dei granelli di polvere, e dell’evaporazione a opera dei protoni. Si può ritrovare la storia — nonché le basi teoriche dell’«ascensore spaziale» nella mia comunicazione al Tredicesimo Congresso della Federazione Astronautica Internazionale, Monaco 1979, dal titolo «The Space Elevator: ‘Thought Experiment’ or Key to Universe?» (ristampato in Advances in Earth Orientated Applications of Space Technology, vol. I, no. 1, 1981, pp. 39–48, nonché in Ascent to Orbit, John Wiley, 1984). Inoltre ho sviluppato l’idea nel romanzo The Fountains of Paradise (Del Rey, Gollancz, 1978). I primi esperimenti in questa direzione prevedono l’abbassamento nell’atmosfera di carichi appesi a «pastoie» lunghe un centinaio di chilometri a opera dello Shuttle, e cominceranno più o meno quando verrà pubblicato questo libro. Devo delle scuse a Jim Ballard e a J.T. Frazer perché ho utilizzato il titolo di due loro libri, diversissimi tra loro, per l’ultimo capitolo di questo. Un ringraziamento particolare al Diyawadane Nilame e a tutti i sacerdoti del Tempio del Dente a Kandy per avermi cortesemente ammesso alla Camera della Reliquia in momenti particolarmente difficili.